Crisi Sinistra / n°286
Rivelazione comunista
Rivelazione comunista
  "Il PCI non avrebbe mai approvato una politica come quella di questo governo di centrosinistra, difficilmente avrebbe accettato una coalizione come quella attuale che vede convivere al suo interno politici come Pannella e Mastella. Soprattutto non sarebbe stato accondiscendente verso questo regime bipolare fondato su leggi elettorali truffa." - Norberto Natali (IC)
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 

Nuovo esecutivo, nuova legge elettorale, stesse faccie di sempre. Mentre Prodi discute il modo migliore per rimanere al governo, reo per l'opposizione di ignorare il bene comune (per Machiavelli, padre del moderno realismo politico, fine primo della ragion di Stato), qualcun'altro osa lanciargli un forte ed esplicito messaggio. Il contenuto del messaggio sono parole che l'elettorato di sinistra ha perlomeno pensato, se non esclamato, di fronte a discutibili scelte politiche che cozzano con la tradizione della sinistra italiana.

I comunisti che sicuramente non la mandano a dire a Prodi sono quelli di Iniziativa Comunista, il cui manifesto campeggia nella copertina di questo numero di Palamitonews.
Per questo motivo abbiamo chiesto a Norberto Natali, Segretario Nazionale di Iniziativa Comunista, di spiegarci le ragioni della loro protesta e la situazione della sinistra in Italia.

Prima di tutto, chi è Iniziativa Comunista? Si scinde nel 1994 da Rifondazione Comunista, quali i motivi e le divergenze ideologiche?

«IC in realtà si scinde dal PCI, con un atto più simbolico che sostanziale data la sua ristrettezza numerica, più o meno nel periodo noto come quello “della Bolognina”, quando Occhetto annunciò lo scioglimento del Partito. Data la radicatissima ispirazione unitaria e la repulsione spontanea alla pratica dei piccoli gruppi, delle sette e del “gruppettarismo” - principi inculcatici dal PCI e dalla sua esperienza storica - decidemmo di confluire nel PRC non appena questo si costituì, provenienti quindi da una piccolissima formazione staccatasi dal PCI. Ciononostante, dopo due o tre anni considerammo che non era più il caso di continuare, ciò anche in coerenza con i principi su indicati. Uscire dal PRC non fu in contraddizione con i principi del PCI: infatti rimanere nel PRC avrebbe significato alimentare contraddizioni e divisioni interne le quali, come possiamo ben vedere oggi, esistono anche senza la nostra presenza. Insieme ad altri compagni e ad altre esperienze consolidatesi in quei 2-3 anni, decidemmo dunque di proseguire il nostro cammino al di fuori del PRC.

A differenza di altri casi, il nostro gruppo non ne uscì con le stesse caratteristiche con cui vi era entrato, ma si arricchì da quell’esperienza. La nostra decisione di uscire è stata adottata da un lato per separare il nostro cammino dai tratti che ci dividono dal PRC, dall’altro proprio per favorire un approccio unitario laddove vi sia una coincidenza di vedute con quel partito. Riguardo ai motivi che ci indussero a questa scelta mi limito a tratteggiarne un aspetto generale e altri più immediati. In linea generale noi siamo da sempre la continuazione ideale di quella parte di storia del PCI che in termini molto sbrigativi e riduttivi potremmo definire come quella che si identifica nell’opera e nel pensiero del compagno Pietro Secchia. Noi riteniamo che bisogna portare a termine il compito della gloriosa ma incompiuta vicenda del PCI. Quindi la nostra strategia è la ricostituzione (proprio per ciò non parliamo di “ricostruzione” o “costruzione”, tantomeno di “rifondazione”) di quello stesso Partito fondato a Livorno nel 1921, inteso nell’identità, nella strategia e nella tattica che deriva da tutta la sua storia, depurata da elementi di revisionismo e opportunismo che ne hanno caratterizzato l’arco finale della sua esistenza fino a prenderne il sopravvento verso la fine. Per questo uscimmo dal PCI, ossia quando fu certo che non aveva più senso “fare lotte dall’interno” o imbarcarsi in “riconquiste del partito” per queste nostre finalità. Per questo più tardi uscimmo dal PRC, cioè quando fu chiaro e dimostrato che non vi era più l’illusione che quel Partito (per molti altri versi da apprezzare e sostenere) avesse a che fare con l’identità e la storia del PCI e soprattutto con la via della sua ricostituzione.

Tra i motivi immediati prima di tutto contestavamo al PRC una certa indulgenza nei confronti dei sindacati concertativi (CGIL CISL UIL) e una certa ritrosia a compiere delle scelte conseguenti con l’impegno per la costruzione di un nuovo sindacato di classe e di lotta. È da allora che noi simpatizziamo e sosteniamo in particolare la politica e le lotte della RDB (Rappresentanze sindacali di base, n.d.r.) e della CUB (Confederazione Unitaria di Base, n.d.r.), come in larga misura anche il resto del sindacalismo indipendente e di base. Tutto questo ovviamente nel rispetto delle reciproche autonomie, senza che questi sindacati abbiano responsabilità per le nostre scelte. La seconda ragione immediata e fondamentale che ci ha indotto alla separazione dal PRC, fu la trappola del regime bipolare che maturava proprio in quel periodo grazie alle modifiche della legge elettorale, trappola in cui volle cadere il gruppo dirigente di quel partito (nonostante la propria contrarietà a parole). Non ho fatto esplicito riferimento alla data da lei indicata, la stessa che risulta da internet, ma colgo occasione per dirle che informarsi su di noi ricorrendo alla rete è inutile poiché nel corso degli anni questa è stata inondata di notizie fasulle sul nostro conto, delle vere e proprie menzogne introdotte da nostri avversari sleali e incapaci di un confronto trasparente nonché da apparati di vario genere e consorterie criminali. Tuttavia non diamo importanza a tali “notizie” tanto che non ci preoccupiamo di smentirle o adire le vie legali. Notizie vere sono le nostre comunicazioni ufficiali che si possono trovare sul nostro sito www.iniziativacomunista.org o su Indymedia».

Se voi doveste fare un identikit della vostra base, come la descrivereste? Che tipo di classi sociali partecipano al vostro movimento?

«Non siamo certo così numerosi da poter dire che una classe sociale nella sua interezza, o in larga parte, partecipa al nostro movimento. Per lo stesso motivo è improprio parlare di “base”. E questo non solo per motivi di ristrettezza numerica, ma soprattutto per le concezioni e le pratiche che risalgono allo spirito più autentico del PCI. In IC abbiamo una vita interna che è tanto trasparente e democratica quanto unita e disciplinata. I nostri iscritti possono vivere una democrazia e libertà reale difficile da poter conoscere in altri Partiti. Ciò è dovuto al fatto che IC è un’organizzazione esclusivamente proletaria ossia composta di uomini e donne operaie/i o che vivono grazie alla vendita della forza lavoro propria o dei loro congiunti. Nonostante la nostra natura e identità, in IC non militano solo compagni provenienti dal PCI e FGCI (Federazione Giovanile Comunisti Italiani, n.d.r.) ma anche da altre esperienze di sinistra e soprattutto compagni che non hanno avuto esperienze politiche e anzi, prima di militare in IC, non si consideravano neanche comunisti. Un nostro piccolo vanto che rende se non unica assai rara l’esperienza di IC, è la prevalenza femminile di suoi esponenti soprattutto a livello di responsabili e dirigenti. Infatti quando siamo riusciti a presentare liste elettorali, queste sono risultate le uniche ad avere la maggioranza di donne candidate».

Ormai siamo praticamente invasi da immigrati dell'ex blocco sovietico. Avete avuto occasione di confrontarvi con loro su come era la vita nel socialismo reale?

«Come IC non intratteniamo particolari rapporti con organizzazioni di migranti di quei paesi, bensì con partiti colà presenti, spesso attivi e forti, in primo luogo con i russi. A livello umano, nei posti di lavoro e nei quartieri periferici i nostri compagni hanno però occasione di conoscere e frequentare lavoratori provenienti dall’est. Per essere brevi quello che più colpisce nei loro racconti e nelle loro posizioni è la visione assolutamente fantasiosa e illusoria che avevano dei nostri paesi, dove invece hanno conosciuto un grave sfruttamento e in cui è minacciata la loro stessa dignità che al contrario avevano maturato nei loro paesi d’origine. Non vorrei dare un giudizio troppo azzardato ma forse la criminalità e le organizzazioni mafiose possono avvalersi a volte della tentazione di alcuni migranti a reagire alla delusione e alla condizione di sfruttamento che hanno conosciuto nella nostra società.

L’altra opinione che risulta dalla conoscenza di quei cittadini è una diffusa - lo dico in breve consapevole di usare un termine forse inappropriato - nostalgia per quello che erano i loro paesi e le loro condizioni di vita. Nonostante le denunce per singoli aspetti della vita che erano certamente deleteri, ancora di più risalta il fatto, ammesso da tutti, che il “passaggio al capitalismo”, oltre che disastroso, non è mai stato approvato: nessuno di loro è mai stato consultato, interi popoli si sono trovati in una struttura politica economico-sociale diversa, senza che nessuno li avesse consultati. Non ci sono mai stati infatti referendum o quant’altro. In pratica non risulta che nessun cittadino abbia chiesto quindi l’introduzione di un sistema che prevede sfruttamento, licenziamenti in tronco e spesso condizioni di vera e propria indigenza».


Paradossalmente, oggi che "la Cina non è più vicina" ma "vive in mezzo a noi", il comunismo rischia di essere un'ideologia politica e un sistema sociale inapplicabile. E per cui torna ad essere un'utopia come la dipingevano i suoi detrattori. Può ancora, quindi, attecchire tra la gente una lotta comunista e perché?

«Avrei potuto essere più breve se avesse chiesto il senso della vita o come si muove l’universo... Mi sforzerò di essere il più possibile telegrafico, a scapito della chiarezza e completezza. In Cina, perlomeno per i fenomeni e motivi di interesse cui lei allude, vige, come hanno dichiarato le stessa autorità di quel paese, un’economia capitalista. Per questo sono risibili i termini in cui la destra solleva il problema della Cina: parlano di “invasione dei cinesi, invasione delle merci cinesi che ci getta sul lastrico” con l’intento di addossare al comunismo la colpa, ovvero di ricavarne un proprio vantaggio nella propaganda anticomunista. Ammesso ma non concesso che siano giuste queste polemiche della destra, le loro cause sono dovute al capitalismo e dunque potrei dirle in modo scherzoso che se la destra avesse ragione ci sarebbe un motivo in più per lottare contro il capitalismo e diventare comunisti!

A fare dell’anticomunismo, invece, non ci provano neanche, per esempio, quando si tratta dei più ripugnanti fenomeni criminali che ci colpiscono: scafisti, assassini schiavisti che fanno prostituire povere ragazze. Fanno di tutto per nascondere quello che questa gente faceva e diceva fino a 15 anni fa. Di questi fenomeni, sia gli italiani sia gli europei dell’est devono ringraziare coloro che invocavano e tramavano per la caduta dei cosiddetti “regimi comunisti”. Per fare un esempio, quando l’Albania era diretta dal partito del lavoro (comunista) di Hoxha tali fenomeni non si conoscevano né in Italia né in Albania. Mi congratulo comunque per la sua preparazione culturale poiché pochi giornalisti e uomini di cultura distinguono nel comunismo il momento ideale e sistema sociale.

Come la primavera è un concetto che significa insieme il risveglio della natura e un periodo del calendario, allo stesso modo il comunismo è un movimento politico reale che combatte contro le ingiustizie presenti, contro lo sfruttamento per fondare una società diversa, ma è anche un insieme di principi che prefigurano un’idea di società. E cioè lo sviluppo delle forze produttive corrispondente a un’organizzazione sociale tale che razionalmente non sarà più necessario lo Stato ma uomini organizzati in libere società di produttori nelle quali vige il principio: “da ciascuno secondo le sue capacità a ciascuno secondo le sue necessità”. Questo avvenire e sistema sociale sarà il prodotto di un lungo processo storico (così come il capitalismo del ’900 è stato il prodotto di una lunga evoluzione dal medioevo) che inizia con la conquista del potere politico ed economico da parte della classe operaia, con l’espropriazione dei mezzi di produzione (non della proprietà privata in sé) alla borghesia, con l’avviamento dell’edificazione di una società socialista.

La società socialista è fondata sulla proprietà sociale dei mezzi di produzione, sulla pianificazione democratica dell’economia e della produzione. Essa garantisce un lavoro per tutti e la distribuzione della ricchezza sociale prodotta in funzione del principio a ciascuno secondo il suo lavoro (principio diverso da quello del comunismo). Nel socialismo, infatti, c’è ancora lo Stato che deve garantire e tutelare i suoi cittadini. Nel comunismo si crea una libera società di produttori in cui lo Stato non è più necessario. Questa noiosa precisazione serve a dimostrare che in tutto il mondo il comunismo non c’è mai stato. E questo tanto per apprezzare la credibilità dei nostri detrattori che parlano di fallimento del comunismo. Al massimo si può dire che vi è stato l’avviamento - e solo della sua fase iniziale - dello Stato Socialista. In particolare questo è avvenuto solo nell’Urss e in modo parziale in altri Paesi. Tuttora paesi come Cuba, il Vietnam, la RDP di Corea (Repubblica Democratica Popolare, n.d.r.) hanno carattere di stati socialisti in fase iniziale».


Cosa vuol dire far parte di un partito che ha come simbolo la falce ed il martello? Molti critici sostengono che siano formule politiche ormai anacronistiche e prive di significato. Vi chiediamo allora, nel terzo millennio cosa significa essere comunisti?

«Il comunismo come ideologia - preferirei dire il comunismo scientifico – e come movimento storico, ossia che si dispiega nel corso stesso della storia e da questo trae rilancio, sorge a metà dell’800 per impulso di Marx e Engels, passa per la Comune di Parigi, la Rivoluzione d’Ottobre, la fondazione dell’Internazionale, dell’Urss. Per quanto ci riguarda più direttamente, per il PCI e per le lotte della classe operaia in Italia. Attraverso vittorie e sconfitte, il comunismo come movimento storico è stato il movimento più travolgente e vittorioso conosciuto dall’umanità: data la sua età giovane storicamente intesa, potremmo dire che se la chiesa cattolica avesse 70 anni, l’Islamismo ne avrebbe 50, il capitalismo una trentina e il comunismo sarebbe un bimbetto di 4-5 anni. In così poco tempo nessun altro movimento ha esercitato una tale influenza, nessuno ha avuto successi e conquiste così rapide e intense come il comunismo nel ’900.

Adesso viviamo un periodo di ripiegamento e dobbiamo lottare per uscirne. Anche la borghesia, prima di affermarsi definitivamente come classe dominante, ha avuto episodi simili e prima ancora le società schiavili hanno vissuto dei momenti di regressione, ma poi la storia ha preso la sua rincorsa e ha permesso loro di affermarsi completamente e definitivamente. Il comunismo scientifico – il marxismo-leninismo – la teoria scientifica dei comunisti è l’unica guida che permette di interpretare le contraddizioni della società. Studiarla a fondo permette di prevederne gli sviluppi futuri e saper intervenire per sanare gravi mali che affliggono l’umanità. Mi permetta di dire in modo provocatorio che “Il Capitale” di Marx prevedeva tutti i principali fenomeni che affliggono attualmente i lavoratori: perfino i discount e il lavoro precario erano stati previsti da Marx, nonostante ancora trent’anni fa questi potessero sembrare fenomeni realisticamente non pronosticabili.

Con queste lunghe dissertazioni ho forse risposto alla parte finale della sua domanda: senza la lotta dei comunisti il capitalismo dove porterebbe l’umanità? Alla povertà crescente e progressiva, alla distruzione della natura, a un definitivo degrado morale e alla miseria spirituale. Il comunismo era un’utopia nell’800 che è diventata un obiettivo possibile nel 900; oggi non è né utopia né possibilità ma una necessità. Non è un’affermazione romantica, bensì una constatazione fondata sulla razionalità scientifica».


Nel vostro manifesto si parla di classe operaia. Ma esiste ancora la classe operaia? E chi la incarna oggi?

«Lo chieda ai governi di centrodestra e centrosinistra! Loro lo sanno benissimo: basta vedere tutti quelli a cui sono riusciti a diminuire il potere d’acquisto e vedrà che troverà gli operai. E sono tanti. Ancora più precisi saranno i padroni – imprenditori, ossia capitalisti – loro lo sanno bene cos’è la classe operaia perchè senza operai non potrebbero esistere. Sono i capitalisti che intascano parte di ciò che gli operai producono mentre retribuiscono solo una parte del loro tempo di lavoro. Questo è il profitto capitalista: gli operai ricevono salario equivalente solo ad una parte del loro orario. Per la parte rimanente lavorano gratis, e il padrone si appropria di quanto prodotto.

Oggi gli operai non sono solo quelli “tradizionali”. Ci sono operai nell’agricoltura, nell’edilizia, nell’industria ma molti lavoratori in altri settori, per esempio l’informatica, i trasporti etc., che applicando forza lavoro ai macchinari e ad altri beni di investimento e mezzi di produzione, forniscono ai capitalisti il plusvalore e costruiscono così il loro guadagno. Oggi gli operai in Italia sono approssimativamente 10-11 milioni, mentre i proletari lavoratori – ossia costretti a lavorare alle dipendenze dei capitalisti ma non nella produzione del plusvalore – sono un numero ancora più ampio. Possiamo dimostrare matematicamente che la classe operaia mantiene altre classi della società. Dunque la sua domanda è di facile soluzione: se la classe operaia non esistesse crollerebbero tutte le altre classi».


Sempre in riferimento ai vostri manifesti, Iniziativa Comunista sembra lanciare un chiaro messaggio a Prodi e all'attuale governo. Quali sono i motivi scatenanti di questa iniziativa politica?

«In primo luogo la lotta la regime bipolare fondato sul sistema elettorale maggioritario: un regime che affossa la democrazia, impedisce una reale partecipazione e rappresentanza di tutti i cittadini, che esclude i lavoratori e produce solo iniquità sociali. In secondo luogo perché questo governo non ha fatto nulla in direzione opposta a quello di Berlusconi, salvo una parziale ma non significativa eccezione per la politica estera. In terzo luogo per quello che effettivamente il Governo ha fatto e ha in progetto di fare: il raddoppio della base di Vicenza, una finanziaria che penalizza i lavoratori, le privatizzazioni, nessuna lotta di fondo e duratura al precariato. Ultimo motivo, solo apparentemente contraddittorio, per battere veramente la destra, perché questo governo la farà rivincere. Sta nascendo un clima di odio contro la sinistra, odio che consideriamo ingiustificato, perchè questo governo non ha niente di sinistra. I comunisti sono ben altra cosa».

In che modo si differenziano da voi i comunisti al governo?

«Noi non siamo tra coloro che si perdono in diatribe su chi sono i veri o i finti comunisti – non è nel nostro costume – altrettanto vero però è che dei criteri per definire con precisione scientifica quando un partito è o non è comunista, esistono. Noi ci rifacciamo al PCI, alla linea che Longo (segretario PCI anni ‘60) indicò contro il primo governo di centro-sinistra della metà di quel decennio, il quale comunque fu decisamente migliore di quello attuale, ad esempio perché adottò provvedimenti di nazionalizzazione. Il PCI non avrebbe mai approvato una politica come quella di questo governo di centrosinistra, difficilmente avrebbe accettato una coalizione come quella attuale che vede convivere al suo interno politici come Pannella e Mastella. Soprattutto non sarebbe stato accondiscendente verso questo regime bipolare fondato su leggi elettorali truffa. È questo il punto centrale. Dato che questo sistema è l’unica legittimazione per governi vecchi e nuovi, se si superasse il regime bipolare, il problema sarebbe risolto alla radice!».

Quale differenza intercorre tra le istanze della sinistra di base e la sinistra di governo? La sinistra di governo rischia di divenire un simulacro di quella che invece fa le manifestazioni a Vicenza?

«Noi non ci consideriamo esponenti della “sinistra di base” né tantomeno di quella extraparlamentare (termine che comunque lei non ha usato). Noi comunisti ci rifacciamo alla tradizione, alla storia e agli insegnamenti del PCI e della Terza Internazionale: la differenza si fonda su questi elementi e non su una collocazione “di base” o “al governo”. Di conseguenza conta ciò che si fa e non i simboli che si usano, le definizioni che si adottano o quello che si dice di volere fare o essere. Quando si approva il raddoppio della base di Vicenza, o pur disapprovandolo a parole ci si rende corresponsabili nei fatti, ciò e non altro definisce la tua natura.
Per far un esempio, noi non abbiamo dato nessuna adesione a una campagna che ha avuto una certa eco mediatica, una raccolta di firme organizzata un anno fa da forze di sinistra, sociali e sindacali per il ripristino della scala mobile. Nei fatti questa petizione si è rivelata una perdita di tempo. Se il governo volesse il suo ripristino lo potrebbe fare. Ma è passato un anno ed è ora chiaro che questa petizione è servita per fini elettorali. Non ci sarà mai il ritorno della scala mobile finché dura questo governo sostenuto dagli stessi partiti che hanno firmato la petizione!».


C'è il comunismo di governo, quello dei cosiddetti movimenti, il comunismo radicale e quello a cui si ispirano i cosiddetti brigatisti. Ma quanti comunismi ci sono in Italia? E tutti hanno pari dignità di chiamarsi comunisti?

«Per la verità, in astratto esistono molti comunismi: quello proudhoniano, anarchico libertario, altre correnti anarco-sindacaliste e i sindacalisti rivoluzionari. Oggi il comunismo storicamente noto e a cui ci si riferisce è solo il marxismo-leninismo. Non a caso certe forze di governo (e non solo) definiscono di matrice marxista–leninista le Br, conducendo una bieca propaganda che tenta di accostare i comunisti al terrorismo. In effetti è un secolo e mezzo che esistono simili forze che conducono la lotta politica per mezzo di attentati, concependola come guerra per bande e attraverso azioni isolate di piccoli gruppi per combattere le ingiustizie, e pensando che ciò possa servire per cambiare la società. Ma non c’entrano niente col marxismo-leninismo!».

Una guerra val bene un governo? Nel senso che, quanti compromessi per non far cadere un governo si possono fare fingendo di dimenticarsi il parere dell’elettorato e la propria coscienza politica e umana?

«C’è un aspetto che vale più di ogni altra considerazione. I comunisti sono nati contro la guerra. Questo è stato il nostro primo carattere distintivo. Valeva ai tempi delle trincee e delle baionette e continua a valere anche oggi. L’opposizione alla guerra vale ben più di un governo. Negli ultimi tempi queste contraddizioni si sono fatte particolarmente vivide all’interno della compagine governativa. La missione in Afghanistan ha messo il governo in minoranza, ma a ben guardare è ancora più grave il caso della base di Vicenza. Prima ancora di rinunciare a una missione ingiusta e sbagliata come quella Onu in Afghanistan, è giusto che nessuno Stato abbia proprie basi, truppe ed armamenti al di fuori dei propri confini, come il caso degli Usa ad Aviano e Vicenza..».

Quali i progetti che Iniziativa Comunista sta portando avanti?

«La nostra azione politica è sempre stata caratterizzata da una forte aspirazione unitaria. Anche in questo contesto il nostro primo obiettivo immediato è la costituzione di un “polo rosso” che sia di opposizione reale alla falsa alternativa dei poli di centrodestra e centrosinistra. Contro il regime bipolare vogliamo unire il maggior numero di lavoratori e forze politiche, nel progetto di arginare l’ondata reazionaria di massa che proprio questo governo falsamente di sinistra sta facendo montare. Cerchiamo in ogni campo di sostenere gli interessi dei lavoratori contro quelli del padronato, e su questa base poniamo al centro del nostro programma un nuovo slancio alla lotta di classe, portandola su tutti i piani, compreso quello elettorale. Ma non saremo certo noi a illudere i lavoratori che restando nell’attuale struttura sociale si possano produrre profondi e duraturi miglioramenti alle condizioni di vita dei lavoratori, soprattutto delle future generazioni. Il nostro fine strategico è la ricostituzione del PCI e la lotta per il Socialismo, per il potere politico economico della classe operaia, per la pianificazione democratica dell’economia. Senza la ricostituzione del Partito non c’è alcuna vera soluzione ai nostri problemi».

 
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