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Capire la politica non è mai stato facile ma, dopo la caduta del governo Prodi di circa un mese fa, giustificarla diventa ancora più complicato.
La crisi di governo, pur non portando nessun cambiamento dal punto di vista istituzionale, ha invece mutato molte posizioni ideologiche.
La pietra dello scandalo, in questo caso, è stata la politica estera portata avanti dalla maggioranza. La sinistra l’applaude puntando il dito verso chi, dalle loro file, la reputa simile, se non uguale, a quella degli anni di Berlusconi. La destra, per tutta risposta, la critica e non la vota. Ma nessuno, come si faceva nell’antica Roma, si è seduto sopra questo macigno, che pesa soprattutto sulle spalle degli elettori di sinistra, ammettendo i propri errori.
Difatti, è soprattutto la sinistra cosiddetta radicale la più colpita dalle critiche, colpevole secondo molti di non difendere quei valori che la caratterizzano.
«Siamo stati sommersi di pesanti critiche. Tra centinaia e centinaia di e-mail, fax e telefonate, nove su dieci esprimevano delusione, rabbia, amarezza» (1), ammette infatti Oliviero Diliberto, Segretario del Partito dei Comunisti Italiani, durante lo svolgimento del Comitato Centrale dello scorso 10 marzo.
Sottolineando anche che, tuttavia, «la crisi è stata aperta dal versante moderato dell'Unione, ed è stata aperta per la contrarietà dei poteri forti - Usa, Vaticano, Confindustria - che non vogliono più questo governo. E tuttavia la reazione di massa, orchestrata abilissimamente dai giornali che appartengono, non a caso, proprio a quei poteri forti, ha fatto apparire la caduta del governo come una responsabilità della sinistra radicale». (2)
È indubbio, comunque, che l’appoggio incondizionato del PdCI verso una politica più che “centrista” abbia creato una certa confusione, ed è per questo che Diliberto continua spiegando al proprio elettorato che «…in questa fase è richiesto a tutti noi un grandissimo equilibrio, sapendo che siamo in un crinale difficile, più difficile di quello in cui eravamo prima». (3)
Chiediamo, quindi, all’Onorevole Diliberto quali sono i segni che questa crisi di governo ha lasciato alla sinistra?
“Segni pesanti. La crisi è stata aperta sul versante moderato: i tre senatori a vita che non hanno votato a favore della politica estera intendevano mandare segnali di tutt'altro contenuto, ad iniziare dai Dico e dalla politica economica. Ma la grande stampa e i media in generale hanno attribuito la responsabilità a sinistra, scatenando le giuste ire del popolo di centro-sinistra. Vedete, c'è una specie di contraddizione: sino al giorno prima della crisi era diffuso, tra i nostri elettori, un malessere e una critica verso il governo Prodi. Appena scoppiata la crisi, è prevalso invece l'attaccamento al governo, insieme alla paura di un ritorno di Berlusconi. Insomma, occorre sempre tenere la bussola ben salda: incalzare il governo, ma guardarsi bene dal farlo cadere”.
La sinistra da sempre si è distinta per avere alle spalle una forte base che ha sempre interagito con la vita democratica del partito. Questo vale ancora oggi? Oppure questa sinistra al governo sacrifica le istanze della sua base e dei suoi elettori per la stabilità dell'esecutivo?
“Come ho detto, occorre che le due cose si tengano. Stabilità, certo. Ma anche capacità di interpretare ciò che ci chiede la base, gli elettori, innovare, dare risposte ai più deboli, ai ceti che hanno vissuto drammaticamente i cinque anni del governo precedente, ai giovani, sempre più precari, quando non disoccupati, ma anche pensionati: guai a noi a mettere gli uni contro gli altri, in una sorta di guerra generazionale”.
In occasione dell'ultimo Comitato Centrale lei ha detto: «Quando si declinano due termini come unità e diversità, ci sono momenti in cui prevale l'uno e momenti in cui prevale l'altro…Oggi è il momento dell'unità…». A quando il momento della diversità?
“Dobbiamo continuare a declinare entrambi i termini, con equilibrio. Lo shock della crisi di Prodi oggi induce a mettere l'unità della coalizione prima della diversità, ma questo non significa non essere orgogliosamente diversi: anche e soprattutto nel modo di concepire la politica e come si fa. Diversità dalla corsa alle cariche, per esempio. Noi, anche nella formazione del governo, ne abbiamo dato – credo – un buon esempio, ad iniziare da me”.
Il PdCI nasce nel 1998 in quanto contrario alla decisione bertinottiana di sfiduciare, all'epoca, il governo Prodi. Ora lei riafferma: «Guai a noi se il governo cade, guai a noi se cade da sinistra». Sembrerebbe quasi che il PdCI nasca come partito d'appoggio di una sinistra moderata e di governo, nonostante si ispiri ai vecchi valori comunisti che contrastano con alcune scelte dell'esecutivo, ad esempio in politica estera. È così? Quindi i Comunisti Italiani non potranno mai far cadere il governo, qualsiasi decisione esso prenda?
“Mai è parola grossa. Intendo dire che oggi, negli attuali rapporti di forza, questo governo rappresenta l'equilibrio, per noi, più avanzato possibile. Basti pensare ai continui attacchi dell'amministrazione Bush: dunque, me lo tengo stretto…”
Il non far cadere un governo solo per non riaprire la strada ad un possibile ritorno di Silvio Berlusconi significa che se Berlusconi non esistesse saremmo già andati alle urne?
“Non c'è solo Berlusconi, c'è il berlusconismo, che è indipendente anche dalla sua persona. E' un sistema di valori (per me, disvalori), che mettono il denaro e il profitto al centro del vivere civile. Conti, vali, solo se guadagni tanto. E gli stili di vita sono conseguenti. E' il contrario dei valori affermati nella Costituzione, che è fondata sull'eguaglianza e la solidarietà. Ho molta paura di ciò, che è penetrato nel senso comune di milioni di concittadini. Andrebbe fatta (noi, da soli, ci proviamo, ma occorrerebbe ben altra forza) una battaglia innanzi tutto ideale e culturale contro questa deriva. Ciascuno deve farla, dovrebbe farla: partendo da sé”.
Fa una certa impressione leggere, per esempio, sulla Cnn "Italian Communist party "; si immedesimi nel pensiero dell'americano medio completamente a digiuno di politica italiana. Come gli spiegherebbe, quindi, il senso del comunismo italiano al giorno d'oggi?
“Non mi interessa gran che di ciò che pensa l'americano medio a digiuno di politica. Ma rispondo con la più grande sincerità. Essere comunisti oggi significa credere che questo mondo non è immutabile, che le clamorose ingiustizie non siano invincibili, che le contraddizioni planetarie scoppieranno e noi dobbiamo contribuire a fare la nostra parte, ciascuno nel suo angolo di mondo. Un altro mondo, insomma, è possibile. In Italia a me basterebbe, da comunista, riuscire a far attuare l'art.3 della Costituzione, quella che dice che occorre rimuovere gli ostacoli di natura economica e sociale che impediscono il dispiegarsi del principio di eguaglianza sostanziale delle donne e degli uomini. E' la battaglia per un'eguaglianza sostanziale e non formale: una cosa molto, molto di sinistra!”.
Come ultima curiosità non potevamo non chiedere ai uno dei massimi esponenti del comunismo italiano previsioni politiche su Cuba, una volta morto Fidel Castro.
“Non so fare previsioni, non conosco così bene la realtà cubana. Auspico solo che possa continuare un sistema socialista che garantisce a tutti davvero sanità, scuola, assistenza, etc., ma altrettanto auspico che avvengano maggiori aperture sul versante dei diritti e delle libertà. Ma poi perché fare gli uccelli del malaugurio? Castro è ancora ben vivo…”.
Link:
(1) (2) (3) http://www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm
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