Crisi sinistra / n°286
Il governo dei balocchi
Il governo dei balocchi
  "In assoluta controtendenza con il resto d’Europa, l’italica penisola è ancora all’altezza del suo primato epocale: se per decenni il Pci è stata la formazione politica comunista più forte del Vecchio Continente...oggi il nostro Paese resta un vivaio-riserva indyana-torre d’avorio di numerosi comunisti di vario tipo. Perché?" -
di Adolfo Spezzaferro / foto di Pino Ramos
 

Per questo numero era d'obbligo un'attenta analisi di come e quanto l'esecutivo Prodi, a detta di molti, faccia una politica di destra. Ebbene, il governo tenuto in piedi dall’ex (s)venditore dell’Iri esiste e resiste perché, in realtà, fa una politica di centro.

Non dimentichiamoci che Prodi, la mortadella dal volto umano, il professore bolognese, cattolico progressista forgiato da posizioni al limite dell’ortodossia cristiana in voga negli anni d’oro dell’azione dossettiana, frequentatore storico della giansenista anticlericale casa editrice Il Mulino, è un democristiano. Qualifica che non ha nulla a che vedere con il partito che ha guidato l’Italia lungo tutta la Prima Repubblica, così come oggi non hanno ragion d’essere etichette come “sinistra” e “destra”. A proposito del titolo “Crisi sinistra”, divertente per il doppio senso che richiama ad eventi inquietanti ma anche alla manina del diavolo – chi vi scrive è mancino – vorrei ribadire che la sinistra come schieramento politico rappresentato in Parlamento e come indirizzo per movimenti di base - spesso assemblati con l’antifà, come si chiama ora, o con il pacifismo no global equo solidale verde o multicolorato – non è in crisi. In assoluta controtendenza con il resto d’Europa, l’italica penisola è ancora all’altezza del suo primato epocale: se per decenni il Pci è stata la formazione politica comunista più forte del Vecchio Continente – vecchio perché non ancora (non più) Eurasia, altrimenti ci sarebbe il Cccp… – oggi il nostro Paese resta un vivaio-riserva indyana-torre d’avorio di numerosi comunisti di vario tipo. Perché?

Facile. E’ il risultato, da un lato, di un monopolio leninista – nel senso antigramsciano di soppressione della rappresentanza democratica – della cultura italiana, per cui ancora oggi nei manuali di storia per le superiori non si parla di foibe, ad esempio – dall’altro di tutta una serie di “democristianate” – sempre nel senso deleterio del termine, con ogni dovuto distinguo – che non fanno che nutrire le linee radicali della sinistra. Ecco, soffermiamoci un pochino sul concetto di posizione radicale. In politica sta per “duri e puri” che si rifanno ancora a una visione ideologica, una fede laica se vogliamo, ma sta anche per “espressione di un sentimento alla radice, voce delle radici”. Insomma, una roba importante. Perché la voce delle radici di solito è la voce del popolo. Tuttavia è il caso di fare qualche precisazione, prima di passare ad analizzare cosa c’è nel bel mezzo del potere della sinistra italiana, tra controllo della cultura e sentimento popolare.

A proposito di quest’ultimo, e delle posizioni radicali, dobbiamo dire che in verità la sinistra è espressione della sinistra, della gente di sinistra, dei comunisti storici insomma. Non più una voce dalla base, quindi. Ma una programmatica indicazione, spesso e volentieri demagogico-elettorale, che a seconda dei casi amplia o restringe i consensi per i sinistri estremi. Oppure il consenso scatta in automatico come nel caso della base di Vicenza, della missione in Afghanistan, delle troppe tasse, della distribuzione del famigerato tesoretto di casa Berlusconi ecc. ecc. Ma su queste scaramucce di passaggio aleggia uno spettro di portata molto più dirompente: la costituzione del Partito Democratico, che avrà come diretta conseguenza un ingrossamento delle fila “radicali”. Ovvero di tutti quelli che non vogliono buttare a mare o risciacquare in Arno le rosse origini del movimento. L’avvento del Partito Democratico è l’obiettivo a cui punta il centrosinistra, vero attore politico di spicco nonché compagine governativa.

Ora invece parliamo di quella “terra di mezzo” della natura politica della sinistra di potere. Il controllo del territorio. La gestione per decenni di intere regioni, la capillare presenza di uomini di sinistra nei gangli vitali di consigli comunali, provinciali e regionali. L’indotto micro e macroeconomico dei rapporti clientelari tra giunte rosse e imprenditoria varia. Come gli appalti pubblici in Toscana o la santa lega delle coop dell’Emilia-Romagna. Questo è il vero potere politico, questa è la vera forza della sinistra. In questa ottica, lo ripetiamo ancora una volta, la sinistra non è in crisi. Ed è pronta a trasformarsi in Partito Democratico con buona pace degli irriducibili, che cresceranno di numero ma dovranno comunque schierarsi con chi è contro il centrodestra, visto che siamo nel bipolarismo à l’italienne.

Quella di Prodi, come quella di Rutelli, è una faccia. Il primo guida un governo pur non essendo né un politico né un leader di partito, il secondo è leader di una formazione nella quale la sua corrente è una minoranza. Il Pd va fatto ad ogni costo. I pezzi che si perderanno si ricomporranno nella sinistra “storica”, ma questa politica, che è tipicamente di centro, garantisce e garantirà il controllo del territorio e di gran parte delle istituzioni.

 
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