Crisi Sinistra / n°286
Governo sul filo di lana (caprina)
Governo sul filo di lana (caprina)
  "Con un Senato che Prodi non può controllare e una coalizione che va dai Comunisti a Cristiani Democratici, qualsiasi altro governo Prodi appoggiato dalle stesse forze sarà minato dall’instabilità" - Herald Tribune
di Mariaelena Prinzi / foto di Pino Ramos
 

Se fossimo in un western di Sergio Leone, pochi sarebbero i dubbi riguardo al finale: chi resta vivo, vince, chi perde solitamente muore. Niente sfumature, soltanto colori forti che sanno di terra rossa, proprio come i suoi protagonisti.

Purtroppo a volte la lettura della politica italiana riserva più di una difficoltà d’interpretazione al suo spaesato spettatore, che ultimamente ha dovuto assistere alla visione (obbligatoria) della caduta del governo Prodi. Cerchiamo allora di spiegargli trama, retroscena e, se possibile, diamogli qualche anticipazione sul seguito del film.

Un mercoledì come tanti quello del 21 febbraio scorso, ma l’aria si preannunciava tesa già da diversi giorni. Il ministro degli esteri Massimo D’Alema incomincia la sua dettagliata relazione davanti al Senato (1). D’Alema parla di un’Italia con un ruolo da protagonista sulla scena internazionale, facendo riferimento all’articolo 11 della nostra Costituzione. Durante il discorso di D’Alema, il leghista Roberto Calderoli presenta una mozione che sottolinea la “continuità” della politica estera italiana tra il governo di centrodestra e quello di centrosinistra. D’Alema nega questa continuità sostenendo che «Noi non avremmo aderito alla politica neoconservatrice dell'amministrazione americana e non avremmo mandato i soldati in Iraq. C'è una profonda diversità tra l'operazione militare in Afghanistan approvata dall'Onu, in base all'accertato fatto che ci fossero delle basi di Al Qaeda, e quella in Iraq, basata sulla menzogna dell'esistenza di armi di distruzione di massa: le due missioni non sono la stessa cosa».

Per quanto riguarda l’Afghanistan, infatti, il ministro dice che «La pacificazione dell’Afghanistan non è una missione Nato, ma dell'Onu, all'interno della quale la Nato svolge una funzione delicata e essenziale.» e aggiunge che « Il ritiro delle truppe italiane sarebbe un atto unilaterale che allontanerebbe l'Italia dall'Unione europea e che ci isolerebbe».
Ma la negazione di D’Alema sulla continuità della politica estera viene discussa in un colloquio telefonico tra Gianfranco Fini e Silvio Berlusconi. Su disposizione dei due leader la mozione Calderoli viene modificata, si ribadisce l’innegabile linearità della politica estera della Cdl con quella dell’Unione e si dice che alla relazione di D’Alema verrà dato voto contrario.

Incominciano le votazioni ed ecco alle 15:00 arrivare il verdetto: il quorum da raggiungere è 160, ma i voti favorevoli sono soltanto 158; i voti contrari 136 e le astensioni, che nelle votazioni al Senato valgono come voti contrari, sono 24. La mozione del ministro D’Alema viene bocciata per soli due voti. I dissidenti della sinistra radicale Franco Turigliatto e Fernardo Rossi si astengono, attirandosi così addosso le feroci critiche dei senatori della maggioranza. Optano per l’astensione anche i senatori a vita Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina. Il governo Prodi è caduto e, in un’aula trasformata quasi in uno stadio, il centrodestra urla a Prodi di tornare a casa. Stesso scenario del 1998, soltanto che in quel caso il governo era caduto per la politica interna e per l’uscita dalla maggioranza di Rifondazione Comunista.

Alle 19:20 Prodi sale al Quirinale per presentare le dimissioni al Presidente Napolitano, tornato immediatamente dalla sua visita a Bologna, dopo una telefonata con Prodi che l’avvertiva dell’accaduto. La mattinata del 22 è frenetica, Prodi convoca una riunione con tutti i leader del centrosinistra ai quali, in meno di un’ora, fa sottoscrivere un programma in dodici punti non negoziabili. Fra tutti i punti spicca il dodicesimo che stabilisce che al presidente del Consiglio «è riconosciuta l’autorità di esprimere in maniera unitaria la posizione del governo in caso di contrasto». (2)

Contemporaneamente al vertice, Prodi tenta di “recuperare” i senatori dell’ala radicale che avevano affossato il governo e di portare dalla parte della maggioranza qualche senatore centrista. Il più appetibile è Marco Follini dell’Italia di Mezzo e Raffaele Lombardo delle Autonomie Siciliane. Lo scopo è quello di avere una maggioranza in Senato senza il voto dei senatori a vita. Finalmente il 24 febbraio arriva la risposta dal Quirinale: Napolitano respinge le dimissioni di Prodi e rinvia il governo alle Camere, archiviando quindi la proposta del centrodestra di andare subito a nuove elezioni.

Prodi l’ha detto «stavolta o si vince o si perde», e nella seconda ipotesi il ritorno a casa sembra quasi inevitabile, perché andando a vedere i sondaggi si scopre che il centrodestra è in netto vantaggio percentuale sul centrosinistra di quasi cinque punti. Il 28 febbraio ecco questa recalcitrante maggioranza, rimessa insieme per l’ennesima volta dal professore, presentarsi davanti al Senato. Sono ore lunghissime, alle 20:45 il verdetto: 162 voti a favore contro 157 contrari, la Cdl ha votato compatta per respingere un Prodi bis. Riguardo ai senatori a vita, Giulio Andreotti si è astenuto, mentre Francesco Cossiga ha votato contro.

È subito polemica nel centrodestra dove Follini viene additato come un traditore per il suo passaggio al centrosinistra, ma a volte i governanti hanno memoria corta perché a voler essere sinceri il “trasformismo” non l’ha inventato il senatore Follini, bensì un signore chiamato Agostino Depretis svariati anni fa e da allora è stato usato da moltissimi politici sia di destra che di sinistra.

La conclusione di tutta la vicenda si ha il 1° marzo con la votazione alla Camera: con 342 voti favorevoli contro 254 contrari viene riconfermata la fiducia al Governo. Prodi si dichiara soddisfatto, parla di «una bella votazione, una grande differenza di voti, ma soprattutto una discussione che ha mostrato un centrosinistra molto più unito e compatto del centrodestra e questo fa sì che l’azione di governo sia più forte e continuativa». (3)

Questo il pensiero di Prodi all’indomani della fiducia, ma cosa ha detto invece la stampa internazionale di questa vicenda italiana? Andando in Francia Libération parla di «pesanti nubi che si sono addensate sulla coalizione (di Prodi, n.d.r.), che si divide tra due poli opposti della scacchiera politica, da una parte i centristi cattolici e dall’altra i comunisti puri e duri», mentre le Figarò parla di un vero e proprio “smascheramento” di Prodi al Senato (4),(5).

In Spagna El Pais dice che «Il Governo italiano vive sul filo di un rasoio, ha rinunciato a tutti i suoi obiettivi più ambiziosi, probabilmente non arriverà alla fine della sua legislatura, ma almeno non è morto». (6)
In Germania il Die Welt sembra molto colpito da D’Alema che viene definito «una scaltra ed agile volpe politica» accreditandolo come il politico che persegue con volontà d’acciaio il disegno del mantenimento di una egemonia culturale della sinistra, mentre Prodi, descritto come uomo affabile, è visto come una “Galionsfigure” figura femminile intagliata su legno che viene messa a prora o a poppa delle piccole navi a vela, una sorta di augurio per l’avvio del progetto del partito democratico voluto dai capi del centrosinistra. (7)

E arriviamo infine in America dove l’ Herald Tribune non è certamente tenero con il nostro governo. Il quotidiano americano definisce Prodi un “sorvegliante” che ha dovuto richiamare la sua maggioranza per farsi dare un sostegno “ermetico” e aggiunge che «con un Senato che Prodi non può controllare e una coalizione che va dai Comunisti a Cristiani Democratici, qualsiasi altro governo Prodi appoggiato dalle stesse forze sarà minato dall’instabilità». (8)

A differenza dei giornali italiani non viene tentata nessuna speculazione su fattori aleatori che potrebbero aver contribuito alla bocciatura della mozione D’Alema, quali improvvise malattie dei senatori a vita, mutamenti di voto dell’ultima ora come quello del senatore Andreotti, dato per certo fino al giorno prima o alla defezione improvvisa di altri. Tutti i giornali stranieri, a prescindere dal loro orientamento politico, parlano di instabilità della coalizione dovuta alle anime troppo diverse che ne fanno parte, facendo riferimento in particolare modo a quella cristiana e a quella comunista e sostengono che, con questi presupposti, il governo difficilmente arriverà alla fine della legislatura.

Allo spettatore - cittadino forse questa anticipazione non piacerà, ma d’altronde è soltanto un’ipotesi, magari un po’ troppo pessimista di qualche giornalista straniero col vizio di fare previsioni, che si ostina a vedere la politica italiana più come una commedia degli equivoci che come uno spaghetti western.

Link:
(1) Gli stralci della relazione D’ Alema che seguono sono presi da www.repubblica.it, D’Alema tra Afghanistan e Vicenza, 21/02/07 e www.corriere.it , Politica estera del governo, il Senato dice no, 21/02/07.
(2) www.repubblica.it, 22/02/07.
(3) www.unionesarda.it, 1/02/07.
(4) www.liberation.com, 2/03/07.
(5) www.lefigaro.fr, 22/02/07.
(6) www.elpais.com, Prodi sopravvive al potere ma deve rinunciare agli obiettivi più ambiziosi, E. Goonzalez, 1/03/07.
(7) www.diewelt.de, L’Italia è spaccata a metà, T. Schmil.
(8) www.iht.com, 22/02/07.


 
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