Crisi sinistra / n°286
L'ultimo boy scout
L'ultimo boy scout
  "I partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni" - Enrico Berlinguer (1981)
di Rita Caputi / foto di Pino Ramos
 

Enrico Berlinguer è stato uno dei più importati uomini politici italiani. Nacque a Sassari il 25 maggio 1922 e fu Segretario del Partito Comunista Italiano dal 1972 fino alla morte l’11 giugno 1984 a Padova. La sua era una famiglia di piccola nobiltà rurale sassarese e crebbe in un ambiente di evoluta cultura che influenzò la sua ideologia e scelta politica (il nonno, omonimo, fondò il giornale “La Nuova Sardegna” e fu amico di Mazzini e Garibaldi), cugino di Francesco Cossiga e parente di Antonio Segni (entrambi ex Presidenti della Repubblica Italiana).

Cominciò la sua attività politica nel 1937 come giovane anarchico ed antifascista. Grande ammiratore di Karl Marx lasciò l’anarchismo e nel 1943 si iscrisse nel Partito Comunista Italiano (PCI), si unì ai partigiani della Resistenza e fece parte della Brigata Garibaldi. Durante dei disordini nelle piazze di Sassari fu arrestato e rilasciato dopo 3 mesi. Al suo rilascio la sua famiglia si trasferì a Salerno, dove era rifugiata la Famiglia Reale ed aveva sede il Governo Badoglio dopo l’armistizio di Cassibile fra gli alleati e l’Italia.

Il padre gli presentò Palmiro Togliatti, suo ex compagno di scuola, che era la persona più importante, a quel tempo, del PCI. Togliatti ebbe una buona impressione del giovane Berlinguer e lo rimandò in Sardegna per approfondire la preparazione politica ed in seguito, a Milano, lo fece entrare nel Comitato Centrale del partito. Nel 1949, a Roma, Togliatti lo nominò Segretario della Federazione dei Giovani Comunisti Italiani (FGCI). Nel 1968 fu eletto deputato per il collegio elettorale di Roma. Nel 1969 fu eletto vice-segretario nazionale (il Segretario del partito era Luigi Longo).

In quello stesso anno rivelò la sua linea politica in disaccordo con quella sovietica (fonte suprema degli indirizzi politici dell’Internazionale comunista) e infatti, alla fine dei lavori della Conferenza Internazionale dei Partiti Comunisti che si svolse a Mosca e dove lui guidava la delegazione comunista italiana, a sorpresa si rifiutò di sottoscrivere la relazione finale. La sua presa di posizione destò scandalo: il suo discorso fu il più critico mai pronunciato da un leader comunista a Mosca. Rifiutò la “scomunica” dei comunisti cinesi e rinfacciò a Leonid Breznev (Presidente del Praesidium del Soviet Supremo dal 1960) l’invasione sovietica della Cecoslovacchia definendola “la tragedia di Praga”, evidenziando le divergenze nel movimento comunista su temi come la sovranità nazionale, la democrazia socialista e la libertà di cultura.

Berlinguer si spinse anche oltre nella sua visione politica distante da quella sovietica e nel 1970 proclamò un’apertura al mondo dell’industria (considerato conservatore e capitalista) e dichiarò che il PCI era favorevole ad un nuovo modello di sviluppo, inserendo il partito in un dibattito politico-economico fino ad allora impensabile per i comunisti.

A causa della malattia di Luigi Longo, nel 1972 Berlinguer fu eletto Segretario del PCI e la sua segreteria si caratterizzò soprattutto sia per il tentativo di collaborazione con la Democrazia Cristiana, considerando indispensabili per l’Italia la realizzazione di riforme sociali ed economiche, sia per la sua convinzione che fosse necessario rappresentare un partito comunista indipendente dall’Unione Sovietica (il cosiddetto“eurocomunismo”). Durante la sua segreteria il PCI fu indirizzato, si può dire esclusivamente, dalle sue scelte e dal suo operato.
I
n Cile, l’11 settembre 1973, un colpo di Stato fa cadere il Governo di sinistra guidato da Salvador Allende e viene sostituito da una giunta militare capeggiata dal colonnello Augusto Pinochet. Alla fine della visita ufficiale a Sofia, il 3 ottobre 1973, Berlinguer si salva da un terribile incidente; l’auto dove viaggiava, insieme da due esponenti della dissidenza del partito comunista bulgaro, viene investita da un camion militare. I tre esponenti politici rimangono feriti gravemente e l’interprete che li accompagna muore (il senatore del PDS ed ex dirigente comunista Emanuele Macaluso, nel 1991, dichiarò al settimanale Panorama che Berlinguer sospettò che si fosse trattato di un “falso incidente” inscenato dai servizi segreti bulgari per eliminare lo scomodo alleato italiano).
Dopo la convalescenza, Berlinguer scrive per Rinascita tre articoli intitolati "Riflessioni sull'Italia", "Dopo i fatti del Cile" e "Dopo il golpe del Cile", in cui abbozza la proposta del “compromesso storico” per evitare, davanti alla deriva istituzionale, soluzioni di tipo sud-americano.

In occasione di un congresso a Mosca nel 1976, davanti a cinquemila delegati di tutto il mondo, Berlinguer dichiarò a sorpresa il suo contrasto con le posizioni ufficiali del PCUS (Partito Comunista dell’Unione Sovietica) e illustrò l’intenzione di formare un socialismo «che riteniamo necessario e possibile solo in Italia».
Aggiunse anche la ferma condanna del PCI a qualsiasi tipo di “interferenza” sovietica (sia verso l’Italia che verso altri Paesi); il famoso “strappo” con l’URSS era definitivo. Il Cremino replicò, quasi sarcasticamente, che ai comunisti italiani era sgradita solo l’interferenza sovietica, essendo l’Italia sotto il controllo della NATO. Berlinguer rispose a questa affermazione in una intervista rilasciata ad un quotidiano dicendo di sentirsi più tranquillo «sotto l’ombrello della NATO».

In quel periodo i comunisti italiani (scomunicati da Papa Pacelli dopo la guerra) cercavano di avvicinarsi all’elettorato cattolico e con intelligenza Berlinguer rese di pubblico dominio la sua privata corrispondenza con il vescovo di Ivrea, Mons. Luigi Bettazzi, a testimonianza della possibilità di “dialogo” fra cattolici e comunisti.

Nello stesso tempo ci si trovava all’inizio di quel periodo storico che verrà definito “anni di piombo”. L’espansione delle azioni delle Brigate Rosse, un gruppo terroristico che diceva di agire per il proletariato, contro il SIM (Sistema Imperialista delle Multinazionali) e di essere il difensore dell’elettorato del PCI, fece sospettare, a livello popolare, (complici anche alcuni insinuazioni da parte di una certa stampa) che il partito proteggesse i terroristi, tesi che fu molto difficile da smontare.

Il danno di immagine fu ingente ed il contatto con il mondo cattolico si rese più necessario e fu creata la formula del “catto-comunismo” per evidenziare i punti di contatto con le tematiche dei partiti cattolici (soprattutto la Democrazia Cristiana).
Questa politica di avvicinamento portò i suoi frutti nelle elezioni politiche del 20 giugno 1976 dove il PCI si presentò da solo ed ottenne il 34,4% dei voti e 227 seggi alla Camera dei Deputati ed il 33,8% al Senato della Repubblica con 116 seggi. La differenza con la DC era di pochi punti percentuali, avvicinando il PCI alla maggioranza relativa. Nella Democrazia Cristiana serpeggiava il timore del sorpasso ed il PCI cominciava a sperarci, forte anche dei risultati positivi nella gestione di alcuni importanti enti locali (regioni, province e comuni) nei quali le giunte comuniste avevano ottenuto ottimi risultati. In Emilia Romagna ed in Toscana ed anche in altre cosiddette “regioni rosse” i servizi funzionano, le cooperative danno lavoro, producono utili ed anche l’impresa privata (piccole e medie imprese anche artigianali) prosperano dopo la crisi del 1974.

Dopo il successo elettorale del 1976, Berlinguer intensificò l’attività internazionale ed il progetto di un eurocomunismo venne discusso nel 1977 a Madrid in un incontro con il leader comunista spagnolo Santiago Carrillo e quello francese Georges Marchais. I tre in quella occasione sostennero che fosse necessario affrancarsi dal controllo sovietico e parzialmente anche omologhi leader di altri Paesi sostennero questa tesi. Berlinguer tornò a Mosca proprio quello stesso anno e nel suo discorso espose le nuove teorie eurocomuniste e dichiarò che per accedere al governo dei rispettivi Paesi si dovessero usare solo le regole del metodo democratico. Espresse una serie di principi in netto contrasto con i valori dichiarati dall’Internazionale Comunista, come ad esempio la rinuncia al partito unico. Il discorso di Berlinguer non fu gradito ed il testo fu addirittura censurato dalla Pravda, organo ufficiale del PCUS.

La “questione morale” fu un altro punto di forza della campagna politica di Berlinguer. Puntò il dito contro il cattivo uso ed abuso della cosa pubblica.
La sua non era una visione qualunquistica o demagogica, ma un campanello di allarme su ciò che sarebbe potuto accadere se la politica non si fosse saputa regolare ed avesse perso di vista il legame con il paese reale.
In una famosa intervista del 1981 ad Eugenio Scalari disse quanto segue: «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le Istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le Università la RAI-TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è i pericolo che il maggior quotidiano italiano, il Corriere della Sera, cada in mano a questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il Corriere faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le "operazioni" che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell'interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un'autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un'attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti…Bisogna agire affinché la giusta rabbia dei cittadini verso tali degenerazioni non diventi un’avversione verso il movimento democratico dei partiti».

L’invito non fu accolto dalla classe politica dirigente. Forse se fosse stato ascoltato ci saremmo risparmiati i “folli anni ‘80” e lo scandalo Tangentopoli.
Le affermazioni di Berlinguer rese in quella intervista, anche se riferite agli anni ‘80, trovano conferma anche nella realtà dei nostri giorni.

Un anno cruciale per il PCI guidato da Berlinguer fu il 1978. Subito dopo Capodanno vi fu un incontro fra Berlinguer e Bettino Craxi dove espressero identità di vedute, una sorta di via libera del PSI alle manovre del Segretario del PCI. La strategia di Berlinguer mirava ad un accesso, anche se parziale, al governo e per il raggiungimento di tale scopo trovò in Aldo Moro l’interlocutore più adatto. Moro era il Presidente della DC ed al pari di Berlinguer era un intellettuale e lungimirante politico nonché paziente ed abile stratega. Fu proprio Moro a parlare di possibili “convergenze parallele” e si mobilitò nell’apparato democristiano per verificare la possibilità di un accordo fra DC e PCI.
Dopo i primi contatti per interposta persona si passò ad una frequentazione diretta durante la quale si gettarono le basi per il progetto del cosiddetto compromesso storico.

Aldo Moro cercava in Berlinguer un possibile alleato per poter superare il momento di grave crisi istituzionale che in quel momento attraversava il Paese. Dal canto suo Berlinguer vedeva soprattutto la possibilità, in virtù dell’appoggio esterno, di portare finalmente il PCI alla responsabilità di governo. Qualcuno sostiene che l’accordo fra i due leader di partito fu determinato, vista la situazione che attraversava il Paese in quegli “anni di piombo”, dal timore di soluzioni di tipo cileno, come già anni prima aveva paventato Berlinguer; una eventuale presa di forza del potere in quel periodo poteva essere tentata sia da organizzazione filo-americane sia da quelle filo-sovietiche ed il compromesso storico poteva porre riparo ad una azione da parte dell’uno o dell’altro fronte. Berlinguer, primo comunista italiano, fu ammesso ai lavori para-governativi, quali le riunioni dei segretari dei partiti di maggioranza, in veste di “esterno interessato”.

Nel marzo del 1978 si stava preparando il governo Andreotti, al quale il PCI avrebbe dato l’appoggio esterno (avrebbe cioè garantito astensione o favore ma non opposizione), in attesa successivamente all’ammissione definitiva ed a pieno titolo nella coalizione di governo. Proprio la notte precedente la presentazione alle Camere, Andreotti inserì nella coalizione di governo alcuni membri sgraditi al PCI, come Antonio Bisaglia e Gaetano Stammati; per questo motivo, insieme ad Alessandro Natta, capogruppo del partito alla Camera, Berlinguer ritirò l’appoggio al governo, rinunciando alla partecipazione del PCI alla maggioranza.

La mattina del 16 marzo 1978, giorno della presentazione in Parlamento del governo appena messo insieme e ad accordi appena rotti, Moro venne rapito (e successivamente ucciso) dalle Brigate Rosse. Berlinguer intuì la “calcolata determinazione” di un’azione mirata a far fallire tutto il lavoro svolto per formale la “solidarietà nazionale” e propose di concedere la “fiducia” al governo per potergli assicurare piene funzioni in un momento così delicato della democrazia italiana.
La fiducia fu concessa ma Berlinguer precisò che l’espediente di Andreotti della sera precedente era una modifica unilaterale di accordi lungamente elaborati, che la situazione era stata “superata dagli eventi” e che la questione non era affatto chiusa ma solo rinviata. Se Moro non fosse stato rapito, il PCI avrebbe dato battaglia ad Andreotti.

Anche Berlinguer , durante il sequestro di Aldo Moro, si schierò nel cosiddetto “fronte della fermezza”, contrario a qualsiasi tipo di trattativa con i terroristi, i quali chiedevano la liberazione di alcuni detenuti in cambio di quella del Presidente della DC. Una frase scritta da Moro durante la detenzione secondo alcuni era forse indirizzata a Berlinguer e Andreotti: «Il governo è in piedi e questa è la riconoscenza che mi viene tributata per questa come per tante altre imprese».

Dopo l’uccisione dello statista, l’unico avvenimento rilevante nella coalizione di governo furono le dimissioni di Cossiga, allora ministro dell’interno. Il PCI era fuori della maggioranza. Le riunioni dei segretari del “pentapartito” (Democrazia Cristiana, Partito Socialista Italiano, Partito Social Democratico Italiano, Partito Repubblicano Italiano e Partito Liberale Italiano) si fecero senza la partecipazione di Berlinguer, come invece era avvenuto in precedenza. Il governo Andreotti restò in carica, sempre con Bisaglia e Stammati.

Berlinguer fu eletto parlamentare europeo nel 1979 ed in vista delle elezioni del 1984 il 7 giugno andò a Padova per un comizio. Poco dopo la frase: «Compagni, proseguite il lavoro casa per casa, strada per strada», venne colpito da un ictus e morì l’11 giugno.

Prendendo spunto dalle dichiarazioni date nell’intervista fatta da Eugenio Scalari per Repubblica nel 1981, Berlinguer dice: «I partiti cessino di occupare lo Stato. I partiti debbono, come dice la nostra Costituzione, concorrere alla formazione della volontà politica della Nazione; e ciò possono farlo non occupando pezzi sempre più larghi di Stato, sempre più numerosi centri di potere in ogni campo, ma interpretando le grandi correnti di opinione, organizzando le aspirazioni del popolo, controllando democraticamente l'operato delle istituzioni».

Alla domanda sulla preoccupante crescita dell’inflazione ed il modo di combatterla risponde: «Il principale malanno delle società occidentali è la disoccupazione. I due mali non vanno visti separatamente. L'inflazione è, se vogliamo, l'altro rovescio della medaglia. Bisogna impegnarsi a fondo contro l'una e contro l'altra. Guai a dissociare questa battaglia, guai a pensare, per esempio, che pur di domare l'inflazione si debba pagare il prezzo d'una recessione massiccia e d'una disoccupazione, come già in larga misura sta avvenendo. Ci ritroveremmo tutti in mezzo ad una catastrofe sociale di proporzioni impensabili…Quando si chiedono sacrifici alla gente che lavora ci vuole un grande consenso, una grande credibilità politica e la capacità di colpire esosi e intollerabili privilegi. Se questi elementi non ci sono, l'operazione non può riuscire».

In queste parole c‘è tutta la personalità e l’ideologia democratica di un grande uomo politico.


 
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