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La prima trasmissione televisiva nasce negli Stati Uniti il 30 aprile 1939 in occasione dell’inaugurazione dell’Esposizione Mondiale. Durante la Seconda Guerra Mondiale l’industria elettronica americana privilegiò la produzione militare, ma subito dopo la televisione si propagò velocemente in tutto il mondo.
Inizia così l’era della televisione che modificò, in qualche decennio, i costumi e le abitudini di tutta l’umanità. Poco a poco si cominciò a restare sempre più volentieri a casa per seguire le trasmissioni televisive ed in breve tempo, con la sempre più crescente pubblicità, si aprirà la “corsa al consumismo”.
In Italia la televisione nasce nel 1954 ed è considerata, in un primo momento, un bene di lusso perché non tutte le famiglie potevano permettersi l’acquisto di un apparecchio televisivo ed in quei primi anni le trasmissioni venivano seguite in gruppo. Si andava a casa di chi aveva un televisore o ci si riuniva nei bar per seguire i programmi serali.
L’Italia era uscita da pochi anni dal secondo conflitto mondiale, il tasso di analfabetismo era ancora molto alto (circa il 13%) e la televisione si presenta ai propri utenti principalmente con finalità informative ed educative come, ad esempio, la trasmissione “Non è mai troppo tardi” (curata tra il 1960 e il 1968 da Alberto Manzi) che insegnava a leggere e scrivere agli adulti. La sera venivano trasmessi sceneggiati tratti da opere classiche, come “I Fratelli Karamazov”, “I miserabili”, “La Cittadella”, “i Promessi Sposi”, “l’Odissea”, solo per citarne qualcuno, oppure trasmissioni di approfondimento sui fatti di attualità. Solo il sabato sera era dedicato all’intrattenimento di svago e divertimento.
La televisione, in quegli anni, si finanziava solo con il canone richiesto ai possessori di apparecchi televisivi. Già dopo pochi anni, però, non essendo più sufficienti tali entrate nascerà “Carosello” (festeggiato quest’anno in onore del suo debutto 50 anni fa), la prima trasmissione gestita intermente da privati. Per la prima volta spetterà solo ai clienti ed ai pubblicitari la scelta delle storie, degli attori e delle case di produzione. In un unico spazio fra le 20.50 e le 21.00 vengono mandate in onda le prime pubblicità durante le quali si sviluppa una storia o uno sketch che dura circa due minuti e che viene interpretata da attori (anche famosi) o da cartoni animati disegnati appositamente; caratteristica principale, è che solo alla fine del filmato verrà pubblicizzato il prodotto da vendere.
In vent’anni Carosello viene trasmesso tutti i giorni tranne il Venerdì Santo ed il 2 novembre, sarà sospeso tre giorni dopo la strage di Piazza Fontana ed un giorno per la morte di Alfredino Rampi a Vernicino (Frascati) il 13 giugno 1981.
Alfredino era un bambino di 5 anni caduto accidentalmente in un pozzo il 10 giugno 1981 e in quella triste circostanza la televisione, per la prima volta, seguì in diretta tutta la tragica vicenda, trasmettendo ininterrottamente per 18 ore tutti i tentativi che venivano fatti per salvare la vita al povero bambino.
Capire che la massa era affascinata dall’essere contemporaneamente in due luoghi differenti, anche se estranei entrambi perché lo spettatore aveva in questi casi solo un ruolo passivo, ha da allora, sempre di più, modificato il modo di fare televisione.
E cambierà naturalmente anche il modo di fare pubblicità. Carosello verrà infatti sospeso alla fine del 1976, anche perché proprio in quegli anni sorgono i primi canali privati che riescono a sopravvivere solo e grazie alla pubblicità.
Negli anni la televisione è diventata uno degli strumenti di comunicazione di massa più diffusi; inizialmente occupava solo il tempo libero ma molto presto, da bene di lusso posseduto da pochi, diventerà un bene di largo consumo cominciando ad avere un ruolo di primo piano nelle attività quotidiane.
Sempre di più il semplice uso di tale mezzo si trasformerà in abuso, modificando gli atteggiamenti dello spettatore che sarà sempre meno critico nei confronti dei contenuti ricevuti. La televisione, soprattutto negli ultimi anni, non ha più, infatti, una funzione di informazione ed intrattenimento ma diventa uno strumento di compagnia “virtuale”, a volte preferita a quella “reale”. Anche per questo motivo molte persone tendono a credere che quello che viene detto in televisione è tutto vero ed incontestabile.
In televisione si producono “modelli di vita” che vengono imitati non solo da bambini ed adolescenti che negli anni, sempre più spesso, vengono educati e cresciuti davanti alla “TV - baby sitter”, ma anche da adulti che in tal modo tendono a credere che per diventare persone di successo basta apparire.
La televisione ha un ruolo importante nella vita di tutti e la scelta dei contenuti delle trasmissioni condiziona i comportamenti sociali.
I bambini, soprattutto, trascorrono molte ore davanti alla televisione, ma non è solo il tempo trascorso che condiziona il modo di porsi con i coetanei ma soprattutto cosa guarda e “come” guarda. Ad esempio la lettura di un libro, anche se fatta in solitudine, stimola la fantasia e la creatività mentre di fronte ad un programma televisivo si resta passivi all’interno di una realtà “virtuale” senza avere la capacità critica di comprendere ciò.
Il bambino, ma spesso anche l’adulto, è condizionato dalle produzioni televisive, che si somigliano tutte, ed è portato a credere che lo scontro è necessario, che vince il più forte e che il piacere nasce dai beni materiali (compreso il corpo femminile spesso presentato come un oggetto da ammirare). I valori morali e sociali passano in secondo piano e si è concentrati su valori più superficiali: il denaro, l’estetica e la forza fisica. Va così diffondendosi una cultura in base alla quale le persone vengono giudicate non per quello che dicono o fanno, ma per come appaiono.
Anche la pubblicità è colpevole per la diffusione di tale mentalità. Infatti lo scopo principale è quello di vendere i prodotti pubblicizzati, anche se non necessari, facendoli passare come indispensabili per essere al passo con i tempi.
Le trasmissioni televisive vengono scelte solo in funzione dello “share” di ascolto senza tenere conto se il programma è veramente piaciuto agli spettatori. Infatti la percentuale di share è rilevata dall’Auditel che è una società privata controllata dalle seguenti società: Rai S.p.a., pubblicitari e loro clienti, Agenzie e Centri media ed editori FIEG (Federazione Italiana Editori Giornali) e riguardano dati non reali ma solo proiezioni statistiche sulla base di un campione di 5.101 famiglie (circa il 10% della popolazione italiana) che sanno di essere monitorate ed alle quali sono stati consegnati dei telecomandi particolari. Per fare un esempio, se un programma viene esaltato perché ha fatto il 50% di share (cioè la metà delle televisioni italiane) il dato fa riferimento non a milioni di tivù ma solamente alla metà del campione Auditel e quindi a poco più di 2.500 famiglie.
Una volta esisteva il “Servizio Opinioni” che, attraverso una serie di telefonate casuali agli abbonati tivù, stabiliva il gradimento degli spettatori per poter controllare la qualità stessa delle trasmissioni. La pressione economica da parte delle società di pubblicità e la concorrenza delle televisioni private (soprattutto quella dell’allora Fininvest) hanno fatto sì che si passasse dall’indice qualitativo a quello quantitativo. Con questo sistema non è importante se il programma piace ed ha dei contenuti interessanti, ma è importante che lo si guardi e basta!
Quella di oggi non è una televisione educativa ed essendo un mezzo molto invasivo nelle vita delle persone può condizionare le scelte personali e sociali. Per molti diventa una vera e propria “dipendenza” e si arriva ad avere la convinzione che, per vivere bene ed essere accettati dalla società, bisogna imitare il comportamento dei personaggi televisivi, senza che ci si accorga che tutto ciò che viene trasmesso è solo il frutto di scelte dettate da interessi economici.
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