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Negli anni, come è cambiata
questa dipendenza?
Dott. Baranello: “Negli anni non è cambiata molto questa forma di dipendenza. Oggi c'è più informazione e più mezzi per farla circolare. Così si pensa che sia un fenomeno sempre più presente. In realtà ci sono molte più persone che riescono ad uscirne grazie ad interventi psicologici specifici, e quindi ci sono più persone che escono allo scoperto”.
Dott.ssa Capitanucci, Dott.ssa Smaniotto: “La prima osservazione prima di rispondere a questa domanda riguarda le modificazioni occorse negli ultimi 10 anni in Italia in merito all’offerta ed alla tipologia di giochi disponibili. Se si osserva infatti il quadro delle offerte è facile riscontrare un forte cambiamento sia dal punto di vista della qualità che dal punto di vista della quantità. Sostanzialmente si può rilevare una trasformazione che riguarda diverse aree, ed il quadro che ne emerge indica due forti punti di rischio. Da una parte molte più persone possono incontrare il gioco d’azzardo al di fuori dei contesti tradizionalmente deputati al gioco (maggiori giochi a disposizione, maggiori luoghi ove giocare, minore o inesistente soglia d’accesso). Nel 2006 sono stati spesi dagli italiani in giochi pubblici (slot machine, bingo, gratta e vinci, lotto, lotterie, scommesse sportive, ecc.) gestiti dall’Amministrazione Autonoma dei Monopoli di Stato (AAMS) circa 35 miliardi di euro (in constante aumento ogni anno, visto che nel 2005 erano 28 miliardi, nel 2004 erano 24, e l’anno precedente poco più di 15 miliardi!).
Dall’altro le tipologie di giochi proposti sembrano presentare maggiori rischi di additività. Così come le sostanze stupefacenti infatti, anche i giochi d’azzardo sono molto diversi tra loro in relazione alla loro maggiore o minore potenzialità nel produrre rischi di dipendenza a tal punto che si può operare una distinzione tra giochi hard (pesanti) e giochi soft (leggeri). Giochi pesanti e giochi leggeri presentano caratteristiche diverse in relazione ai seguenti parametri: tempo che intercorre tra la giocata ed il pagamento della vincita (ravvicinata per i giochi hard e dilatata per i giochi soft); frequenza tra una giocata ed un’altra (breve per i giochi hard e lunga per i giochi soft); possibilità di ripetere la giocata, elemento che favorisce la cosiddetta rincorsa alla perdita che costituisce uno degli elementi di maggiore rischio e possibilità di continuare a giocare non creando situazioni di discontinuità nelle sequenze di gioco (caratteristiche queste tipiche dei giochi hard). I nuovi giochi tecnologici che si stanno ampiamente diffondendo (pur rifacendosi o richiamando in taluni casi giochi tradizionali) si stanno distinguendo per la loro attitudine di favorire un gioco solitario ed a-sociale con evidenti rischi di sconfinamento in forme di gioco problematico e patologico.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha da tempo riconosciuto il gioco d’azzardo patologico come rilevante problema sociale. Problema, questo, già evidenziato anche dalla comunità scientifica (si vedano le diverse classificazioni diagnostiche internazionali quali DSM e ICD) e da diverse associazioni e società scientifiche internazionali. Il processo di conoscenza di questa malattia è stato assai tortuoso e può considerarsi ancora in via di evoluzione. Per lungo tempo, il gioco d'azzardo è stato ricondotto a una manifestazione di più generali tendenze antisociali: un “vizio”. Solo nel 1980 è stato invece definitivamente riconosciuto come "problema di salute" e collocato nei "disordini del controllo degli impulsi non altrimenti classificati". La dipendenza da gioco d’azzardo è una forma di dipendenza nascosta, venuta alla ribalta solo da poco tempo, in particolare a seguito della diffusione capillare nei locali pubblici di video-poker e oggi slot-machine. Ma chi ha incontrato il problema può affermare facilmente che i danni psicologici, morali, economici che essa provoca a coloro che ne soffrono e alle loro famiglie sono altrettanto, e in alcuni casi anche peggiori, di quelli causati dalle dipendenze da sostanze”.
Quante persone soffrono?
Dott. Baranello: “Le percentuali sono soltanto stime approssimative. Si ritiene, stando a recenti studi epideminologici, che ne soffra dall'1,5% al 3% della popolazione generale. Occorre comunque valutare quando il disturbo sia puro ovvero quanto la persona soffra soltanto di questo problema di controllo degli impulsi o quanto sia associato ad altri disturbo (es. disturbo borderline di personalità)”.
Dott.ssa Capitanucci, Dott.ssa Smaniotto: “Sebbene non esistano in letteratura dati precisi relativi a ricerche epidemiologiche condotte in Italia, sulla base di recenti indagini si può ritenere che tra l’1 ed il 3% della popolazione adulta sia colpita da questo problema”.
Cosa fa lo Stato in merito?
Dott. Baranello: “Non ho personalmente dati su cosa faccia lo Stato in questo senso. Sappiamo però che progetti di informazione tendono ad incrementare il fenomeno a causa di un processo psicofisiologico definito "suggerimento del sintomo". Ogni governo (nazionale, regionale, provinciale, comunale) in genere sovvenziona enti, comunità, associazioni, cooperative, Onlus, ecc. che poi si occupano del problema. Lo Stato quindi utilizza in genere le risorse che naturalmente si sviluppano nella società civile”.
Dott.ssa Capitanucci, Dott.ssa Smaniotto: “Diversi paesi, hanno adeguato legislazioni e realizzato interventi volti a monitorare il fenomeno, adeguare politiche di prevenzione delle derive sociali ed attivare servizi di cura per giocatori patologici e loro familiari. Nonostante una crescente consapevolezza dei costi sociali derivanti dal gioco patologico, grazie anche alle diverse sollecitazioni derivanti da congressi scientifici, denunce da parte di associazioni di volontariato e mass-media, in Italia non si è ancora pervenuti ad una chiara politica di sensibilizzazione intorno ai diversi aspetti del fenomeno ne alla proposta di concreti interventi su piani diversi. Nel nostro Paese dunque il gioco d’azzardo non è ancora stato inquadrato in una cornice di sanità pubblica e, forse anche per questa ragione, lo sviluppo di servizi di cura è rimasto stagnante specialmente in ambito pubblico, non seguendo lo stesso andamento in crescita osservato per diffusione della pratica del gioco.
A volte lo Stato si trova dinnanzi a conflitti di interessi istituzionali, e l’ambito delle dipendenze è un settore particolarmente critico a riguardo: alcol, tabacco e gioco d’azzardo ne sono alcuni esempi. In queste terre di frontiera, dove più letture dello stesso fenomeno sono possibili, una normativa unitaria che integri i diversi aspetti tra loro contraddittori stenta a decollare. Questo è certamente il caso del gioco d’azzardo in cui, come si è visto, se lo consideriamo meramente una “attività produttiva” potremmo rilevare che, al pari di altre attività commerciali, la crescita nei suoi consumi equivalga ad aumentare il gettito fiscale in forma volontaria, rilanciare l’economia nonché a ridurre il deficit pubblico. Come si è visto però, il gioco d’azzardo può essere considerato parimenti anche un’attività ludica che in certa misura e in talune persone favorisce la perdita di controllo e l’assunzione di quote di rischio eccessive, con invalidanti costi individuali e sociali. Non stupisce dunque che il fatto stesso di trovarsi di fronte ad un contesto ambivalente non faciliti la messa a punto di una legislazione esaustiva a riguardo.
In aggiunta, l’humus culturale connesso a tutte le dipendenze, vecchie e nuove, ancora non del tutto superato, ha fatto sì che almeno in parte si attribuisse ai soggetti coinvolti la responsabilità del loro comportamento di dipendenza. Ciò ha favorito sia uno scarso riconoscimento di tali fenomeni in termini di patologia, sia il modesto studio scientifico del loro funzionamento (eziologia, decorso, trattamento, epidemiologia, prevenzione,…), talvolta persino rendendo necessario arrivare a dover dimostrare la loro stessa esistenza, fuori dal concetto più generale di dedizione al vizio. Ciò è accaduto in passato per le dipendenze da sostanze, e ancor più lo è oggi in relazione alle dipendenze senza sostanze: tra queste, il gioco d’azzardo patologico è la forma che meno suscita empatia e solidarietà. Tale situazione potrebbe giustificare anche il fatto che il diritto alla cura di tali pazienti sia stato negli anni più volte messo in discussione e che la storia della legislazione dei servizi di aiuto specifici mostri ancora oggi parecchie ombre”.
Come viene curata questa dipendenza?
Dott. Baranello: “La cura di questa forma di patologica dipende ovviamente dalle diverse metodologie di intervento. Il trattamento applicato presso i nostri centri, che fa capo all'indirizzo metodologico della psicologia emotocognitiva, utilizza un approccio di terapia breve orientata alla rottura del loop disfunzionale di tipo psico-sociale che sostiene la sintomatologia. Non si valutano le cause dell'insorgenza del problema ma ciò che sta mantenendo il sintomo nel tempo. Ciò che mantiene la sintomatologia sono in genere tutti quei tentativi personali e dell'ambiente di vita del soggetto che non hanno funzionato. Cercare di resistere, rassicurare, cercare di far capire, ecc. sono metodi che falliscono. Il processo che mantiene la forma di "dipendenza" che ricordiamo viene definita nel caso del gioco d'azzardo come "disturbo del controllo degli impulsi" è l'evitamento fobico della sofferenza primaria che emergerebbe quando il giocatore prova a resistere all'impulso di giocare.
Per poter agire su questo fenomeno sono state messe a punto, dal nostro centro di psicologia clinica, delle tecniche specifiche attraverso l'uso esclusivo del colloquio psicologico. Una tecnica base classica è la cosiddetta amministrazione del sintomo ovvero l'incremento dell'azione del gioco stesso che, apparentemente paradossale, utilizza invece le leggi fisiologiche dell'organismo. Lo scopo del trattamento è l'annullamento dei sintomi d'astinenza e quindi il ripristinare la libertà della persona di giocare per scopi puramente "ludici". La libertà di giocare che viene ripristinata equivale alla libertà di scegliere anche di non farlo e, nella maggior parte dei casi, così avviene. I tempi del trattamento per i giocatori all'inizio della patologia è molto breve tra le 10 e le 15 sedute, può arrivare fino a tre cicli di 10 sedute ovvero 30 sedute per giocatori cronici”.
Dott.ssa Capitanucci, Dott.ssa Smaniotto: “Il recupero può essere definito come un processo (interrompibile) di cambiamento positivo e crescita nella vita di un giocatore responsabile e astinente su più fronti.
In primo luogo, il giocatore deve imparare a smettere di giocare. In secondo luogo, il giocatore deve attuare alcuni cambiamenti concreti nella sua vita, come ad esempio evitare di frequentare i luoghi di gioco. Ma un profondo recupero dal gioco richiede che i cambiamenti comportamentali siano sostenuti da equivalenti cambiamenti nel sistema di valori (onestà, generosità, significati ritrovati, amore per il prossimo, ….), nella sua maturità cognitiva ed emotiva e nella sua autostima.
La difficoltà a rimanere astinenti dalle scommesse può essere enorme; ciò nonostante, il lavoro più complesso è quello che si effettua negli stadi più avanzati del recupero, quando si cerca di costruire uno sviluppo psicologico.
Il recupero significa molto più che “non giocare” o frequentare un gruppo di terapia.
Infatti, in assenza di cambiamenti profondi, il rischio di tornare ad abitudini e comportamenti tipici della fase di gioco attivo, anche se il giocatore al momento non sta giocando, può configurarsi come un devastante ritorno all’azione. In altre parole, o il giocatore a questo punto procede verso un reale e profondo cambiamento, oppure continua a deteriorarsi ricadendo nel gioco.
In ogni caso, perché la guarigione avvenga è utile che il giocatore si sottoponga a una terapia. Sono possibili vari trattamenti del gioco patologico, che possono essere individuali, di gruppo familiari, e ciascuno dei quali risulta importante per il successo della terapia.
Un’equipe professionale multidisciplinare potrà lavorare in maniera integrata sugli aspetti sanitari, sociali, psicologici, legali e finanziari che necessiteranno di un trattamento essendo stati intaccati dalla patologia. Anche la frequenza a gruppi di auto-aiuto può integrare il recupero”.
Chi si avvicina ai centri di recupero?
Dott. Baranello: “In genere sono i familiari che chiedono aiuto anziché il giocatore. Abbiamo infatti elaborato anche metodologie di intervento indiretto (ovvero sui familiari anziché sulla persona che soffre del problema) quando non è il paziente stesso che chiede aiuto. I giocatori chiedono un trattamento quando sono minacciati dai familiari (es. minacce di divorzio). Mentre molti centri utilizzano metodi di auto-mutuo-aiuto sul tipo di "alcolisti anonimi", gli interventi psicologici utilizzati dagli psicologi dei nostri centri clinici sono sostanzialmente di tipo clinico orientati alla remissione sintomatologica in tempi brevi con trattamenti di tipo individuale”.
Lo psicologo come vede la persona con diagnosi di gioco d’azzardo?
Dott. Baranello: “Lo psicologo vede la persona con diagnosi di gioco d'azzardo patologico come un organismo in corto-circuito. Ovvero come una persona non più libera di giocare ma costretta a farlo per evitare la sensazione di disagio legata al dovere di cercare di resistere. La persona viene vista dallo psicologo non come un malato ma come un soggetto con risorse personali che sono direzionato contro se stesso anziché a proprio favore. Quello che lo psicologo fa è attivare i processi di cambiamento prodotti dall'organismo in modo autonomo grazie all'azione dell'emisfero destro del cervello mentre il disturbo è mantenuto dalla rapida azione schematica prodotta dall'emisfero sinistro. Non è il gioco d'azzardo la patologia ma come la persona ha organizzato la propria vita intorno al gioco”.
Quali sono le probabilità di vincere?
Dott.ssa Capitanucci, Dott.ssa Smaniotto: “Confrontarsi col gioco d’azzardo significa anche confrontarsi con le reali possibilità di vincere. Certo, si gioca per divertirsi, passare il tempo, avere emozioni forti e quant’altro. Ma se non vi fossero denari in palio, non vi sarebbe gioco d’azzardo.
Di seguito si riferiscono dunque le chance di vincere in alcuni popolari giochi.
ROULETTE: Rosso e Nero = 1 probabilità su 2.05
ROULETTE: Numero = 1 probabilità su 37
LOTTO: Terno = 1 probabilità su 11.748
SUPERENALOTTO: 5+1 = 1 probabilità su 103.769.105
SUPERENALOTTO: 6 = 1 probabilità su 622.614.630
(Fonte “Sport e Scommesse” 2/4/2000)
Accanto al concetto di probabilità, è importante introdurre anche quello di rendimento, ovvero la percentuale del capitale globalmente investito che, alla lunga, mediamente si può sperare di incassare, praticando sempre un determinato gioco (alternando vincite a perdite). Tale valore, per i giochi gestiti da un Banco, è sempre inferiore a 1.
Questo vuol dire che, indipendentemente dall'esito delle puntate effettuate, il giocatore abituale è destinato globalmente a finire in perdita (Peres, 2006).
Dovuto alla loro peculiare struttura, tutti i giochi d’azzardo producono una attesa di guadagno negativa per il giocatore (Ladouceur et al. 2003).
Questa coincide con la percentuale, variabile da gioco a gioco, che viene trattenuta ad ogni tornata, in tasse e quota del gestore (es. New-slot AAMS: 25%).
I giocatori (e non solo quelli patologici!) si comportano a riguardo dei giochi d’azzardo come se si trattasse di giochi d’abilità, cercando di prevedere il risultato o di orientare l’esito, governati da una irrealistica attesa di vincita (solleticata anche dalla pubblicità). Ma quanto proposto dalla pubblicità non è come si è visto, prontamente realizzabile. Le vincite specie quelle ingenti, sono tutt’altro che facili e frequenti, e ancor più se si gioca costantemente!”
La famiglia del giocatore patologico come affronta il problema del gioco d’azzardo?
Dott.ssa Capitanucci, Dott.ssa Smaniotto: “Nella vita della famiglia del giocatore patologico si possono identificare delle fasi:
Fase della “luna di miele”: la famiglia tende a sottostimare il problema e a trovare delle scusanti alle azioni del giocatore, anche perché egli in questa fase investe (senza nasconderlo) solo piccole somme e, con le vincite che “porta a casa”, può aiutare la famiglia a permettersi delle spese che altrimenti non avrebbe potuto sostenere. Inoltre, in questa fase il giocatore può essere visto come un modello e investito di quell’alone di “potere” che lo descrive come un “vincente”. Il gioco viene considerato in modo positivo, anche perché può apportare dei vantaggi sia a livello economico sia a livello di riconoscimento sociale.
Fase delle rassicurazioni: quando le somme investite nel gioco diventano più consistenti, a grosse vincite seguono perdite altrettanto pesanti e non preventivate, i familiari si lasciano contagiare dall’idea che, insistendo con pazienza, non “mollando” anche quando si perde, prima o poi la ruota girerà e si recupereranno le somme perse. Il gioco “pesante” viene percepito come una fase temporanea; presto si tornerà alla normalità. Ma, gradualmente, aumenta la frustrazione generata dalle reazioni dei giocatori e la preoccupazione per le difficoltà economiche e per le ripercussioni di tale situazione sull’andamento familiare.
Fase dello stress: il giocatore è assente per un tempo sempre più lungo e questo genera le proteste dei familiari; peraltro, quando il giocatore è presente, vi sono frequenti e accese discussioni, soprattutto per quanto riguarda i soldi, i debiti, le bollette non pagate, le bugie raccontate e i sotterfugi che il giocatore ha messo in atto. In questa fase, che può essere anche piuttosto lunga, i familiari non sono ancora totalmente consapevoli della reale gravità della situazione, che spesso si manifesta grazie ad una casuale “rivelazione”: una telefonata dalla banca per segnalare il conto scoperto, la sospensione dell’energia elettrica, l’arrivo di un creditore…
Fase del crollo: il familiare prende consapevolezza della situazione, ricostruendo un quadro unico con tutti quei segnali ai quali in precedenza non aveva attribuito importanza. I sentimenti più comuni che emergono sono la rabbia, mista a frustrazione e depressione. Il giocatore viene colpevolizzato e giudicato un egoista, non una persona malata, di una malattia cronica, debilitante e progressiva. Le minacce e le recriminazioni sono all’ordine del giorno, ogni certezza crolla. Il giocatore, da parte sua, cercherà di calmare i familiari promettendo di non “cascarci più.
Fase dello sfinimento: quando le rassicurazioni funzionano, tutto va avanti continua ancora per un po’, fino alla crisi successiva, legata alla scoperta che il gioco non è stato interrotto come promesso e che la situazione è ancora peggiorata. La sensazione prevalente è quella dello sfinimento e dello scoraggiamento: il familiare sente di essere immobilizzato, pensa addirittura di essere pazzo, vive stati di ansia e panico che possono evolvere in vere e proprie malattie correlate allo stress. La fiducia crolla totalmente e si accusa apertamente il giocatore di essere egoista e irresponsabile.
Fase della ricerca di aiuto: compreso che il problema è molto serio, il familiare trova il coraggio per vincere la vergogna, che prima lo faceva tacere, e cerca di reperire informazioni adeguate sulle possibilità di recupero e trattamento. Molto spesso il giocatore continua a non riconoscere il proprio problema e, dunque, a non volersi curare”.
Link e Note:
(1) Tra i giocatori d’azzardo una larga maggioranza di soggetti sono giocatori sociali (circa il 99%, secondo una ricerca condotta a Pavia e provincia, Capitanucci et Al., 2004) ed una minoranza di essi sono classificabili come patologici (circa l’1% tra gli adulti, sempre Capitanucci et Al., 2004, ed il 14% tra gli adolescenti, in una ricerca di Capitanucci et Al. condotta nel 2005 in una scuola superiore della provincia di Varese).
(2) www.jamma.it; www.aams.it
(3) Ministero dell’Economia e delle Finanze - Prot. N° CGV/50/2007 - IL DIRETTORE GENERALE
DELL’AMMINISTRAZIONE AUTONOMA DEI MONOPOLI DI STATO.
(4) http://www.sempreapg23.org/sempreonline/00lug_ago/00lug_ago8.html
(5) Dott. Marco Baranello - psicologo gruppo SRM Psicologia, direttore
dipartimento di psicologia clinica e psicopatologia generale; www.smrpsicologia.com
Centro di Psicologia Clinica www.smrpsicologia.com/centro
(6) Daniela Capitanucci - Psicologa psicoterapeuta, Presidente
Associazione AND – Azzardo e Nuove Dipendenze www.andinrete.it
(7) Roberta Smaniotto - Psicologa psicoterapeuta, Segretario Associazione
AND – Azzardo e Nuove Dipendenze
www.agensir.it
ALCUNI REFERENTI IMPORTANTI IN ITALIA
- PIEMONTE – dott. Mauro CROCE tull4ever@libero.it
- VENETO – dott.ssa Amelia FIORIN fiorina@ulssasolo.ven.it e dott.
Graziano BELLIO bellio@ulssasolo.ven.it dott. Guglielmo CAVALLARI Guglielmo.Cavallari@ulss12.ve.it
- ALTO ADIGE – Don Paul RENNER paulren@dnet.it dott. Cesare GUERRESCHI
(SIIPAC – c’è anche a Roma) cesgue@tin.it
- FRIULI VENEZIA GIULIA – dott. Rolando De LUCA roldeluc@libero.it
- LAZIO – prof. Maurizio FIASCO maurizio-fiasco@katamail.com ;
maurizio.fiasco@fastwebnet.it
- PUGLIA – Mons. Alberto D’URSO info@consultantiusura.it
- SICILIA – prof. Gioacchino Lavanco comunicazioni@gioacchinolavanco.it
- TOSCANA – dott. Riccardo ZERBETTO zerbetto.r@mclink.it
Esiste poi il CO.NA.G.G.A. (coordinamento dei gruppi di auto mutuo aiuto)
che fa capo alla CT Papa Giovanni XXIII di Reggio Emilia – presidente
Matteo IORI amministrazione@libera-mente.org – e che raggruppa
varie realtà italiane che offrono gruppi per pazienti giocatori
eccessivi e loro familiari.
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