Dichiarazione di dipendenza / n°285
Rien ne va plus
Rien ne va plus
  "L'incremento da gioco" aveva scritto Giuseppe Imbucci, il maggiore storico contemporaneo di giochi d’azzardo mancato il 27 agosto 2005, "non segnala una contraddizione nei consumi, ma rivela il disagio sociale e l’ineludibile bisogno di speranza dell’individuo".
di Patrizia Fortunato / foto di Pino Ramos
 

Manifestazioni marginali, come il gioco d’azzardo, posseggono la straordinaria capacità di portare alla luce la trama sotterranea delle relazioni sociali, del contesto sociale entro cui ciascun dipendente vive.

Entrando in un bar a Roma, di quelli che hanno una sala riservata per il gioco al video poker, ci si sorprende nell’osservare quanta gente trascorra i propri pomeriggi rinchiusi in quei luoghi. Noi di Palamitonews, seduti al tavolo del bar, cerchiamo di annotare sul nostro taccuino l’atteggiamento di quei giocatori che trascorrono il proprio tempo libero nella pratica del gioco, dagli stessi considerata come pratica gratificante. Per molti si tratta di fenomeni secondari, volgari, di poco interesse, ma noi riteniamo che la «dipendenza da gioco d’azzardo» sia un problema al quale attribuire molta importanza, soprattutto per i casi diagnosticati come patologici.

Ci chiediamo come identificare un gioco «d’azzardo» e riportiamo per questo la dichiarazione rilasciataci dalla Dott.ssa Daniela Capitanucci, Psicologa psicoterapeuta, Presidente Associazione AND – Azzardo e Nuove Dipendenze, la quale rimanda alla definizione coniata da Ladouceur et Al. (2003): “Per essere definito «d’azzardo» in un gioco devono essere presenti simultaneamente 3 caratteristiche: l’individuo mette in palio denaro o oggetti di valore; questa posta è irreversibile; l’esito del gioco dipende principalmente o totalmente dal caso.”
E ancora, “un evento è frutto del caso quando tutti i risultati hanno uguali probabilità di essere estratti e pertanto in siffatto evento è impossibile controllare o prevedere l’esito dei risultati”, mentre “un evento è frutto di abilità se tanto più mi esercito, migliore sarà la mia performance; la pratica aumenta la fiducia in me stesso, così che più ricevo feedback, migliore sarà la mia performance”.

Dunque, il gioco d’azzardo non riguarda solo giochi clandestini, illegali, ma anche Lotto, Bingo, Apparecchi da trattenimento (Newslot e VLT), Scommesse (cavalli, sport, ecc.) disponibili in varie forme (fisiche e locali, ma anche telmatiche, telefoniche, tv digitale, ecc.).
Nulla dipende dall’abilità del giocatore, il quale invece respinge l’ipotesi di «probabilità» e restituisce a se stesso l’esito della partita, sperimentando così, nei casi di risultato negativo, sentimenti di frustrazione. Non tutti i giocatori d’azzardo provano sentimenti di insuccesso, bensì solo i soggetti compulsivi. Ancor prima di divenire giocatori patologici, gli individui attraversano le fasi del gioco sociale e del rischio, in altre parole il giocatore d’azzardo si distingue in:

Giocatore Sociale, cioè colui che gioca per divertirsi, che accetta di perdere il denaro puntato, che non torna a giocare per rifarsi, che gioca secondo le sue possibilità, e il Giocatore Patologico, vale a dire colui - secondo una definizione coniata da Ladouceur et Al. (2003) - che gioca più denaro del previsto, che gioca più a lungo del previsto, che gioca più spesso del previsto. (1)

Afferma la Dott.ssa Capitanucci “Questo panorama rende auspicabili interventi differenziati nell’ambito della salute pubblica, che vanno dalla prevenzione primaria (generalizzata e condotta a tappeto su tutta la popolazione); secondaria (centrata sui soggetti a rischio) e solo in ultimo terziaria (che si identifica con il trattamento dei soggetti conclamati), (Korn & Shaffer, 1999)”.

Attraverso la nostra osservazione sul campo, abbiamo percepito che il giocatore patologico è spesso un alcolista, dato confermatoci da Antonio Sgaramella, maresciallo dei carabinieri:
“Nella caserma presso la quale opero spesso arrivano operai, disoccupati, giocatori d’azzardo, finiti nei guai per aver commesso azioni illegali, come frode, usura o furto, con lo scopo di finanziare il gioco d’azzardo. Lo stato di ebbrezza accompagna spesso questi schiavi del gioco, col rischio che possano commettere atti sempre più illeciti”.

Entriamo nel luogo dello svago e osserviamo tra i giocatori una donna esaltata, come tutti gli altri, fuori di sé, traballante. È sorprendente come questo fenomeno possa coinvolgere anche il gentil sesso. Il gioco al video poker è considerato affascinante, adrenalinico, è un modo per sentirsi importanti o per condividere con i propri simili un interesse. Chiediamo a Paola, la donna barcollante, come mai gioca e non fa che confermare una nostra intuizione, in altre parole gioca per necessità di condivisione del proprio tempo libero con il partner.

I proprietari dei locali da gioco considerano gli assoggettati come dei poveri disperati, povera gente, e non sarebbero disposti a rinunciare alla propria sala, pur se consapevoli del disagio creato. Anzi, Simone, gestore di una sala giochi ad Andria (Ba), vorrebbe aumentare le postazioni, chiederne altre (in comodato d’uso) perché afferma: “grazie a questi dispositivi tanti soldi si guadagnano”.
Si guardino i dati economici relativi agli incassi derivanti dai giochi pubblici: “la raccolta dei giochi pubblici gestiti dai Monopoli di Stato – sostiene Roberta Smaniotto, Psicologa psicoterapeuta, Segretario Associazione AND solo nel 2005 ha superato in totale i 28.000 milioni di euro. L’incremento del 2005 a confronto con il 2004 è stato di circa + 13% (2), e nell’arco di un decennio abbiamo assistito ad una costante ascesa del denaro speso”.

Impressionanti sono le grandezze economiche, anche se dal 2002 qualcosa è cambiato; infatti, da questa data in poi, l’Amministrazione autonoma dei Monopoli di Stato (Aams) è intervenuta riorganizzando il settore dei giochi pubblici. Il vuoto normativo è stato colmato dall’articolo 110 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (di seguito, T.U.L.P.S.) che ha regolamentato le forme di gioco lecito: in relazione al combinato disposto dell’articolo 110, comma 3, del T.U.L.P.S. e l’articolo 22, comma 6, della legge 27 dicembre 2002, n. 289, è demandata ad un provvedimento dell’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato la determinazione del numero massimo degli apparecchi da installare presso punti di vendita aventi come attività principale la commercializzazione dei prodotti di gioco pubblici nonché le prescrizioni da osservare ai fini della loro installazione, con riferimento alle diverse tipologie”. (3)

Purtroppo, nonostante esista maggiore vigilanza sulla legalità e sull’espletamento delle offerte di gioco, sono state evidenziate diverse irregolarità e le vittime di video poker, tavoli verdi, continuano ad aumentare. “In parallelo alla legalizzazione crescente del gioco d’azzardo cui stiamo assistendo – attesta Smaniotto - nella maggioranza dei paesi industrializzati, più persone giocano, più persone giocheranno e più persone avranno problemi di gioco”.

A causa del gioco, soggetti già ai margini della società, privi di supporto affettivo, privi di ogni possibilità socio-economica, mettono a rischio relazioni importanti, lavoro, opportunità di formazione o di carriera. Il più delle volte i rapporti personali sono totalmente devastati e spesso le associazioni, puntano sulla crescita relazionale. La “Self-help” di Verona, ad esempio, adotta, nel recupero dei dipendenti da gioco, l’esercizio della terapia di gruppo. La sperimentazione dei gruppi di mutuo-aiuto, applicata alle patologie da gioco d’azzardo, rappresenta occasione di esperienza sociale. Inoltre, “la metodologia dell’auto-mutuo aiuto - racconta Laura Salgarolo, educatrice - ha lo scopo principale di far emergere le risorse latenti delle persone attraverso un lavoro di gruppo”. (4)

I prigionieri del gioco d’azzardo sono uomini e donne, operai e avvocati, consulenti e dirigenti, chiunque può rimanerne coinvolto, ma la pratica del gioco rappresenta spesso un sensore significativo delle disuguaglianze sociali. Nel gioco investe maggiormente chi ha un reddito basso. Da una ricerca della Caritas del 2004 è emerso che il 56% di chi partecipa a giochi d’azzardo appartiene a strati sociali medio-bassi. Esperienze degradanti, come il gioco al video poker, costituiscono, per ogni dipendente, opportunità di espressività individuale e collettiva al pari dell’attività dello sport, un «hobby» tramutatosi in «vizio».

I giocatori attribuiscono alla pratica del gioco, così come gli sportivi assegnano allo sport, la percezione gratificante del sé, ma la sportivizzazione segna un percorso privilegiato della classe agiata, perché il più delle volte la differenza è nell’insufficienza economica e tanti sperano di incontrare la fortuna. Il rapporto di causa effetto tra l’atto del giocare e il piacere, connesso al bisogno di dipendenza (è nella nostra natura diventare dipendenti di qualcosa), costituisce una delle chiavi di lettura di questo fenomeno. Bisognerebbe interrompere la spirale condizionante la dipendenza.

La subordinazione da gioco è ora avvertita non più come vizio, ma come una vera e propria patologia. L’evoluzione dei giochi, la spinta alla promozione dei giochi, l’assenza di informazione sui rischi possibili, rappresentano il contesto attuale. Diverse sono le opportunità di gioco, dopo i videopoker scatta l’allarme bingo, gratta e vinci, schedine, gioco dei pacchi, e nell’era multimediale una nuova dipendenza da gioco emerge: il casinò on-line. Il giocatore d’azzardo cambia faccia. Non si tratta più di un’attività ricreativa, di ricerca di momenti di aggregazione da condividere con i propri simili, ma di un’attività prettamente individuale. Il gioco on-line è estremamente pericoloso, il giocatore ha la possibilità di accedere al gioco, in solitudine, 24 ore su 24.

Per comprendere come il vizio da gioco possa tradursi in patologia, abbiamo provato a porre una serie di domande ad esperti e psicologi operativi nell’ambito di studio.
Ringraziamo per la collaborazione il Dott. Marco Baranello, Direttore dipartimento di psicologia clinica e psicopatologia generale (5), la Dott.ssa Daniela Capitanucci, Presidente Associazione AND - Azzardo e Nuove Dipendenze (6)- e la Dott.ssa Roberta Smaniotto, Segretario Associazione AND (7).


Qual è la mentalità del giocatore?

Dott. Baranello: “Il giocatore d'azzardo patologico si trova in una situazione che, in psicologia emotocognitiva, definiamo 'loop disfunzionale'. Non ha una mentalità diversa da quella di ogni altra persona ma si trova a vivere una situazione circolare da cui non riesce ad uscire mantenuta da processi bio-psico-sociali. Ad esempio i tentativi di resistere falliscono in quanto si cerca di agire volontariamente su qualcosa che l'organismo produce automaticamente che è il desiderio del gioco. Il desiderio del gioco non sempre durante la vita del giocatore d'azzardo patologico conserva un'aspetto ludico, ma diviene ben presto una necessità. Il gioco d'azzardo diviene necessario non soltanto perché di per sé è piacevole ma soprattutto perché permette alla persona di evitare la sofferenza che i tentativi di resistere causano. Il giocatore d'azzardo patologico ha paura di soffrire, di fallire, di perdere l'occasione, e così via. Tale sensazione di angoscia viene annullata momentaneamente durante il gioco. Però, come ogni giocatore sa, non migliora la situazione a lungo termine, anzi la aggrava. Nello sviluppo patologico del giocatore si arriva ad un punto in cui ogni altra cosa nella propria vita riveste un ruolo secondario rispetto all'esigenza di giocare e, soprattutto, di trovare risorse e allo stesso tempo di evitare che gli altri scoprano la problematica. Si inizia a divenire sospettosi, controllanti, impauriti e si inzia a mentire ai propri familiari e amici. I debiti aggravano la situazione ed anche i tentativi di aiuto di chi, nella vita della persona, conosce il problema falliscono facendo percepire al giocatore d'azzardo il proprio fallimento”.

Dott.ssa Capitanucci, Dott.ssa Smaniotto:
“Innanzi tutto va precisato che non tutte le persone che giocano d’azzardo sviluppano un problema col gioco e comunque non si arriva alla dipendenza dalla sera alla mattina.
Per molti diventa una possibilità per riempire (o non vedere) momenti di noia, di mancanza di senso, di depressione, di insoddisfazione. Elementi questi che spesso sono alla base del ricorso al gioco, ma che rischiano di trasformarsi in “un movente”: sia esso l’eccitazione, lo sfoggio d’abilità, l’intrattenimento, la possibilità di vincere. Il giocare diventa allora uno “spazio magico altro e vitale” che protegge dal mondo esterno ed attraverso il quale è possibile costruirsi una ricchezza immaginaria fatta di sogni e fantasie, di altri sé. Uno spazio libero da scelte, da limiti, da fatiche, da 'principi di realtà'.
Lo scivolamento dal gioco 'sociale' a quello 'eccessivo' è indicato da precisi segnali d’allarme.

Il giocatore-dipendente attraversa varie fasi progressive: un momento 'fortunato', magari con qualche vincita, un momento 'sfortunato', in cui sperimenta il bisogno intenso di rifarsi, e un momento di 'disperazione', in cui la situazione si è aggravata a tal punto che spesso gli pare senza vie di uscita.
Essere incapaci di resistere all’impulso di giocare ogni qual volta se ne ha l’occasione, giocare ripetutamente più denaro del previsto e passare più tempo di quanto stabilito prima di iniziare a giocare sono i primi tre chiari indizi di gioco sfuggito dal controllo del giocatore.
A questi si possono aggiungere: giocare più denaro di quello che ci si può permettere di perdere (vale a dire, più della somma rimanente dopo l’assolvimento di tutti gli obblighi quotidiani – quali il pagamento delle spese necessarie, delle bollette, ecc.) e giocare oltre il proprio “tempo libero”, a discapito del compimento di altri impegni essenziali – come quelli lavorativi e familiari.

Giocatori e familiari dovrebbero tenere nella dovuta considerazione questi indicatori, specialmente se consueti nell’arco di qualche mese: ripetizione ed assiduità di queste condotte suggeriscono quanto è seria la situazione e quando è il momento di intervenire.
Se casualmente il giocatore notasse l’insorgenza di nuovi problemi nella gestione della sua vita quotidiana, potrebbe chiedersi egli stesso quali di questi sono stati causati dalla quantità di tempo e/o di denaro spesi al gioco e interrogarsi sulla loro gravità.
La percezione della pericolosità della situazione non è però univoca: generalmente il giocatore, preso dall’urgenza di restare nel gioco con l’illusione di recuperare le perdite accumulate nel tempo, per molto tempo ritiene di non aver bisogno di aiuto. Di solito sono coloro che vivono con lui a ritenere che egli necessiti di assistenza. I consigli però vengono presi come critiche e raramente sortiscono l’effetto sperato, prima del momento in cui anche il giocatore, accorgendosi di essere entrato in una spirale senza ritorno, comincia a pensare che forse ha bisogno di una mano per uscirne.

A questo punto sta a lui scegliere se andare avanti così, magari da solo, o chiedere aiuto, affrontando la situazione in famiglia e nel suo ambiente. Oltre al sostegno degli specialisti esperti nella “malattia” del gioco, degli altri giocatori in trattamento nel gruppo di auto –aiuto e dei propri cari, allo scopo di riabilitarsi dal disturbo bisogna che nel giocatore permangano speranza e motivazione, gli altri due tasselli indispensabili per progredire verso l'ultima fase, quella della «ricerca di una via nuova»”.


 
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