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Manifestazioni marginali, come il gioco d’azzardo,
posseggono la straordinaria capacità di portare alla luce la
trama sotterranea delle relazioni sociali, del contesto sociale entro
cui ciascun dipendente vive.
Entrando in un bar a Roma, di quelli che hanno una sala riservata per
il gioco al video poker, ci si sorprende nell’osservare quanta
gente trascorra i propri pomeriggi rinchiusi in quei luoghi. Noi di
Palamitonews, seduti al tavolo del bar, cerchiamo di annotare sul nostro
taccuino l’atteggiamento di quei giocatori che trascorrono il
proprio tempo libero nella pratica del gioco, dagli stessi considerata
come pratica gratificante. Per molti si tratta di fenomeni secondari,
volgari, di poco interesse, ma noi riteniamo che la «dipendenza
da gioco d’azzardo» sia un problema al quale attribuire
molta importanza, soprattutto per i casi diagnosticati come patologici.
Ci chiediamo come identificare un gioco «d’azzardo»
e riportiamo per questo la dichiarazione rilasciataci dalla Dott.ssa
Daniela Capitanucci, Psicologa psicoterapeuta, Presidente Associazione
AND – Azzardo e Nuove Dipendenze, la quale rimanda alla definizione
coniata da Ladouceur et Al. (2003): “Per essere definito
«d’azzardo» in un gioco devono essere presenti simultaneamente
3 caratteristiche: l’individuo mette in palio denaro o oggetti
di valore; questa posta è irreversibile; l’esito del gioco
dipende principalmente o totalmente dal caso.”
E ancora, “un evento è frutto del caso quando tutti
i risultati hanno uguali probabilità di essere estratti e pertanto
in siffatto evento è impossibile controllare o prevedere l’esito
dei risultati”, mentre “un evento è frutto di abilità
se tanto più mi esercito, migliore sarà la mia performance;
la pratica aumenta la fiducia in me stesso, così che più
ricevo feedback, migliore sarà la mia performance”.
Dunque, il gioco d’azzardo non riguarda solo giochi clandestini,
illegali, ma anche Lotto, Bingo, Apparecchi da trattenimento (Newslot
e VLT), Scommesse (cavalli, sport, ecc.) disponibili in varie forme
(fisiche e locali, ma anche telmatiche, telefoniche, tv digitale, ecc.).
Nulla dipende dall’abilità del giocatore, il quale invece
respinge l’ipotesi di «probabilità» e restituisce
a se stesso l’esito della partita, sperimentando così,
nei casi di risultato negativo, sentimenti di frustrazione. Non tutti
i giocatori d’azzardo provano sentimenti di insuccesso, bensì
solo i soggetti compulsivi. Ancor prima di divenire giocatori patologici,
gli individui attraversano le fasi del gioco sociale e del rischio,
in altre parole il giocatore d’azzardo si distingue in:
Giocatore Sociale, cioè colui che gioca
per divertirsi, che accetta di perdere il denaro puntato, che non torna
a giocare per rifarsi, che gioca secondo le sue possibilità,
e il Giocatore Patologico, vale a dire colui
- secondo una definizione coniata da Ladouceur et Al. (2003) - che gioca
più denaro del previsto, che gioca più a lungo del previsto,
che gioca più spesso del previsto. (1)
Afferma la Dott.ssa Capitanucci “Questo panorama rende auspicabili
interventi differenziati nell’ambito della salute pubblica, che
vanno dalla prevenzione primaria (generalizzata e condotta a tappeto
su tutta la popolazione); secondaria (centrata sui soggetti a rischio)
e solo in ultimo terziaria (che si identifica con il trattamento dei
soggetti conclamati), (Korn & Shaffer, 1999)”.
Attraverso la nostra osservazione sul campo, abbiamo percepito che il
giocatore patologico è spesso un alcolista, dato confermatoci
da Antonio Sgaramella, maresciallo dei carabinieri:
“Nella caserma presso la quale opero spesso arrivano operai,
disoccupati, giocatori d’azzardo, finiti nei guai per aver commesso
azioni illegali, come frode, usura o furto, con lo scopo di finanziare
il gioco d’azzardo. Lo stato di ebbrezza accompagna spesso questi
schiavi del gioco, col rischio che possano commettere atti sempre più
illeciti”.
Entriamo nel luogo dello svago e osserviamo tra i giocatori
una donna esaltata, come tutti gli altri, fuori di sé, traballante.
È sorprendente come questo fenomeno possa coinvolgere anche il
gentil sesso. Il gioco al video poker è considerato affascinante,
adrenalinico, è un modo per sentirsi importanti o per condividere
con i propri simili un interesse. Chiediamo a Paola, la donna barcollante,
come mai gioca e non fa che confermare una nostra intuizione, in altre
parole gioca per necessità di condivisione del proprio tempo
libero con il partner.
I proprietari dei locali da gioco considerano gli assoggettati come
dei poveri disperati, povera gente, e non sarebbero disposti a rinunciare
alla propria sala, pur se consapevoli del disagio creato. Anzi, Simone,
gestore di una sala giochi ad Andria (Ba), vorrebbe aumentare le postazioni,
chiederne altre (in comodato d’uso) perché afferma: “grazie
a questi dispositivi tanti soldi si guadagnano”.
Si guardino i dati economici relativi agli incassi derivanti dai giochi
pubblici: “la raccolta dei giochi pubblici gestiti dai Monopoli
di Stato – sostiene Roberta Smaniotto, Psicologa
psicoterapeuta, Segretario Associazione AND – solo
nel 2005 ha superato in totale i 28.000 milioni di euro. L’incremento
del 2005 a confronto con il 2004 è stato di circa + 13% (2),
e nell’arco di un decennio abbiamo assistito ad una costante ascesa
del denaro speso”.
Impressionanti sono le grandezze economiche, anche se dal 2002
qualcosa è cambiato; infatti, da questa data in poi, l’Amministrazione
autonoma dei Monopoli di Stato (Aams) è intervenuta riorganizzando
il settore dei giochi pubblici. Il vuoto normativo è stato colmato
dall’articolo 110 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza
(di seguito, T.U.L.P.S.) che ha regolamentato le forme di gioco lecito:
“in relazione al combinato disposto dell’articolo
110, comma 3, del T.U.L.P.S. e l’articolo 22, comma 6, della legge
27 dicembre 2002, n. 289, è demandata ad un provvedimento dell’Amministrazione
autonoma dei monopoli di Stato la determinazione del numero massimo
degli apparecchi da installare presso punti di vendita aventi come attività
principale la commercializzazione dei prodotti di gioco pubblici nonché
le prescrizioni da osservare ai fini della loro installazione, con riferimento
alle diverse tipologie”. (3)
Purtroppo, nonostante esista maggiore vigilanza sulla legalità
e sull’espletamento delle offerte di gioco, sono state evidenziate
diverse irregolarità e le vittime di video poker, tavoli verdi,
continuano ad aumentare. “In parallelo alla legalizzazione
crescente del gioco d’azzardo cui stiamo assistendo –
attesta Smaniotto - nella maggioranza dei paesi industrializzati,
più persone giocano, più persone giocheranno e più
persone avranno problemi di gioco”.
A causa del gioco, soggetti già ai margini della società,
privi di supporto affettivo, privi di ogni possibilità socio-economica,
mettono a rischio relazioni importanti, lavoro, opportunità di
formazione o di carriera. Il più delle volte i rapporti personali
sono totalmente devastati e spesso le associazioni, puntano sulla crescita
relazionale. La “Self-help” di Verona, ad esempio, adotta,
nel recupero dei dipendenti da gioco, l’esercizio della terapia
di gruppo. La sperimentazione dei gruppi di mutuo-aiuto, applicata alle
patologie da gioco d’azzardo, rappresenta occasione di esperienza
sociale. Inoltre, “la metodologia dell’auto-mutuo aiuto
- racconta Laura Salgarolo, educatrice - ha lo scopo principale di far
emergere le risorse latenti delle persone attraverso un lavoro di gruppo”.
(4)
I prigionieri del gioco d’azzardo sono uomini e donne, operai
e avvocati, consulenti e dirigenti, chiunque può rimanerne coinvolto,
ma la pratica del gioco rappresenta spesso un sensore significativo
delle disuguaglianze sociali. Nel gioco investe maggiormente chi ha
un reddito basso. Da una ricerca della Caritas del 2004 è emerso
che il 56% di chi partecipa a giochi d’azzardo appartiene a strati
sociali medio-bassi. Esperienze degradanti, come il gioco al video poker,
costituiscono, per ogni dipendente, opportunità di espressività
individuale e collettiva al pari dell’attività dello sport,
un «hobby» tramutatosi in «vizio».
I giocatori attribuiscono alla pratica del gioco, così
come gli sportivi assegnano allo sport, la percezione gratificante del
sé, ma la sportivizzazione segna un percorso privilegiato della
classe agiata, perché il più delle volte la differenza
è nell’insufficienza economica e tanti sperano di incontrare
la fortuna. Il rapporto di causa effetto tra l’atto
del giocare e il piacere, connesso al bisogno di dipendenza (è
nella nostra natura diventare dipendenti di qualcosa), costituisce una
delle chiavi di lettura di questo fenomeno. Bisognerebbe interrompere
la spirale condizionante la dipendenza.
La subordinazione da gioco è ora avvertita non più come
vizio, ma come una vera e propria patologia. L’evoluzione dei
giochi, la spinta alla promozione dei giochi, l’assenza di informazione
sui rischi possibili, rappresentano il contesto attuale. Diverse sono
le opportunità di gioco, dopo i videopoker scatta l’allarme
bingo, gratta e vinci, schedine, gioco dei pacchi, e nell’era
multimediale una nuova dipendenza da gioco emerge: il casinò
on-line. Il giocatore d’azzardo cambia faccia. Non si tratta più
di un’attività ricreativa, di ricerca di momenti di aggregazione
da condividere con i propri simili, ma di un’attività prettamente
individuale. Il gioco on-line è estremamente pericoloso, il giocatore
ha la possibilità di accedere al gioco, in solitudine, 24 ore
su 24.
Per comprendere come il vizio da gioco possa tradursi in patologia,
abbiamo provato a porre una serie di domande ad esperti e psicologi
operativi nell’ambito di studio.
Ringraziamo per la collaborazione il Dott. Marco Baranello, Direttore
dipartimento di psicologia clinica e psicopatologia generale (5), la
Dott.ssa Daniela Capitanucci, Presidente Associazione AND - Azzardo
e Nuove Dipendenze (6)- e la Dott.ssa Roberta Smaniotto, Segretario
Associazione AND (7).
Qual è la mentalità del giocatore?
Dott. Baranello: “Il giocatore d'azzardo
patologico si trova in una situazione che, in psicologia emotocognitiva,
definiamo 'loop disfunzionale'. Non ha una mentalità diversa
da quella di ogni altra persona ma si trova a vivere una situazione
circolare da cui non riesce ad uscire mantenuta da processi bio-psico-sociali.
Ad esempio i tentativi di resistere falliscono in quanto si cerca di
agire volontariamente su qualcosa che l'organismo produce automaticamente
che è il desiderio del gioco. Il desiderio del gioco non sempre
durante la vita del giocatore d'azzardo patologico conserva un'aspetto
ludico, ma diviene ben presto una necessità. Il gioco d'azzardo
diviene necessario non soltanto perché di per sé è
piacevole ma soprattutto perché permette alla persona di evitare
la sofferenza che i tentativi di resistere causano. Il giocatore d'azzardo
patologico ha paura di soffrire, di fallire, di perdere l'occasione,
e così via. Tale sensazione di angoscia viene annullata momentaneamente
durante il gioco. Però, come ogni giocatore sa, non migliora
la situazione a lungo termine, anzi la aggrava. Nello sviluppo patologico
del giocatore si arriva ad un punto in cui ogni altra cosa nella propria
vita riveste un ruolo secondario rispetto all'esigenza di giocare e,
soprattutto, di trovare risorse e allo stesso tempo di evitare che gli
altri scoprano la problematica. Si inizia a divenire sospettosi, controllanti,
impauriti e si inzia a mentire ai propri familiari e amici. I debiti
aggravano la situazione ed anche i tentativi di aiuto di chi, nella
vita della persona, conosce il problema falliscono facendo percepire
al giocatore d'azzardo il proprio fallimento”.
Dott.ssa Capitanucci, Dott.ssa Smaniotto: “Innanzi
tutto va precisato che non tutte le persone che giocano d’azzardo
sviluppano un problema col gioco e comunque non si arriva alla dipendenza
dalla sera alla mattina.
Per molti diventa una possibilità per riempire (o non vedere)
momenti di noia, di mancanza di senso, di depressione, di insoddisfazione.
Elementi questi che spesso sono alla base del ricorso al gioco, ma che
rischiano di trasformarsi in “un movente”: sia esso l’eccitazione,
lo sfoggio d’abilità, l’intrattenimento, la possibilità
di vincere. Il giocare diventa allora uno “spazio magico altro
e vitale” che protegge dal mondo esterno ed attraverso il quale
è possibile costruirsi una ricchezza immaginaria fatta di sogni
e fantasie, di altri sé. Uno spazio libero da scelte, da limiti,
da fatiche, da 'principi di realtà'.
Lo scivolamento dal gioco 'sociale' a quello 'eccessivo' è indicato
da precisi segnali d’allarme.
Il giocatore-dipendente attraversa varie fasi progressive: un momento
'fortunato', magari con qualche vincita, un momento 'sfortunato', in
cui sperimenta il bisogno intenso di rifarsi, e un momento di 'disperazione',
in cui la situazione si è aggravata a tal punto che spesso gli
pare senza vie di uscita.
Essere incapaci di resistere all’impulso di giocare ogni qual
volta se ne ha l’occasione, giocare ripetutamente più denaro
del previsto e passare più tempo di quanto stabilito prima di
iniziare a giocare sono i primi tre chiari indizi di gioco sfuggito
dal controllo del giocatore.
A questi si possono aggiungere: giocare più denaro di quello
che ci si può permettere di perdere (vale a dire, più
della somma rimanente dopo l’assolvimento di tutti gli obblighi
quotidiani – quali il pagamento delle spese necessarie, delle
bollette, ecc.) e giocare oltre il proprio “tempo libero”,
a discapito del compimento di altri impegni essenziali – come
quelli lavorativi e familiari.
Giocatori e familiari dovrebbero tenere nella dovuta considerazione
questi indicatori, specialmente se consueti nell’arco di qualche
mese: ripetizione ed assiduità di queste condotte suggeriscono
quanto è seria la situazione e quando è il momento di
intervenire.
Se casualmente il giocatore notasse l’insorgenza di nuovi problemi
nella gestione della sua vita quotidiana, potrebbe chiedersi egli stesso
quali di questi sono stati causati dalla quantità di tempo e/o
di denaro spesi al gioco e interrogarsi sulla loro gravità.
La percezione della pericolosità della situazione non è
però univoca: generalmente il giocatore, preso dall’urgenza
di restare nel gioco con l’illusione di recuperare le perdite
accumulate nel tempo, per molto tempo ritiene di non aver bisogno di
aiuto. Di solito sono coloro che vivono con lui a ritenere che egli
necessiti di assistenza. I consigli però vengono presi come critiche
e raramente sortiscono l’effetto sperato, prima del momento in
cui anche il giocatore, accorgendosi di essere entrato in una spirale
senza ritorno, comincia a pensare che forse ha bisogno di una mano per
uscirne.
A questo punto sta a lui scegliere se andare avanti così, magari
da solo, o chiedere aiuto, affrontando la situazione in famiglia e nel
suo ambiente. Oltre al sostegno degli specialisti esperti nella “malattia”
del gioco, degli altri giocatori in trattamento nel gruppo di auto –aiuto
e dei propri cari, allo scopo di riabilitarsi dal disturbo bisogna che
nel giocatore permangano speranza e motivazione, gli altri due tasselli
indispensabili per progredire verso l'ultima fase, quella della «ricerca
di una via nuova»”.
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