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«È molto facile ubriacarsi fino
a perdere coscienza di sé, ma è terribile ammettere di
fronte a se stessi, freddamente, che in tutto l’universo non c’è
via di salvezza, non c’è libertà se non nella morte»;
così Jack London preannunciava ai suoi lettori il suo suicidio,
stanco di una vita schiava dell’alcol. (1)
Vennero poi in America gli anni del proibizionismo, ma il consumo d’alcol
invece di diminuire aumentò smisuratamente. Bere era considerato
un “vizio” dai puritani americani, non certo una malattia,
e coloro che ne erano schiavi erano dei reietti della società.
Ma nel 1935 accadde qualcosa che cambiò radicalmente il modo
di sentire la dipendenza dall’alcol: si incontrarono nell’Ohio
due bevitori patologici, un uomo d’affari e un medico, e i due
capirono che stando insieme la voglia di bere diminuiva, riuscivano
a restare sobri, e così riuscirono a smettere.
Furono questi due americani a fondare l’associazione Alcolisti
Anonimi, che da allora aiuta milioni di alcolisti a ritornare alla vita.
Palamitonews ha così incontrato, nella sede romana dell'Associazione,
Anna, un'alcolista anonima, per testimoniare che l'alcol porta dipendenza
come una qualsiasi altra droga pesante. (2)
Ultimamente la parola alcol viene associata
quasi esclusivamente ai giovani. La dipendenza dall’alcol colpisce
soltanto loro oppure è un problema dell’intera società?
“L’alcol non ha classi sociali, età, colore della
pelle, chiunque può comprarsi una bottiglia, se vuole. Non so
perché l’attenzione sia concentrata soltanto sui giovani,
ma apprezzo che ci sia un’attenzione particolare nei loro confronti,
perché l’alcol su un giovane produce effetti ancora più
nefasti. Una volta si diceva che la dipendenza alcolica fosse un vizio,
finalmente si è sfatata questa credenza inesatta: in realtà
la persona che beve è spinta da qualche motivo. Nessuno di noi
beve tanto per farlo; certo all’inizio ti può anche piacere,
ti può anche dare delle sensazioni piacevoli, ma la verità
è che se esageri tanto da diventane dipendente, vuol dire che
c’è dell’altro. Io credo che per i giovanissimi la
motivazione principale sia un senso di inadeguatezza nei confronti della
vita. Non hanno punti di riferimento e cercano fuori qualcosa di più,
incidentalmente questo 'qualcosa' può essere l’alcol, la
droga, il fumo, il gioco o il cibo.
L’età degli alcolisti si è abbassata molto e purtroppo,
spesso, non c’è solo la dipendenza alcolica, anzi spesso
arrivano ragazzi con polidipendenze, da alcolici, spinelli, psicofarmaci,
tutto insieme. Giorni fa è arrivato un ventenne che si faceva
endovene di alcol denaturato. Il problema non è la sostanza,
ma quello che porta all'assunzione della sostanza; una persona che fa
una cosa del genere ha un deserto dentro e non vuole o non può
più vivere. Io non lo posso giudicare, posso soltanto aiutarlo.
Noi alcolisti lo abbiamo accolto dicendogli che è una persona
con una dignità e che, se lo vuole, può riprendersi la
sua vita. Gli abbiamo dato un messaggio d’amore”.
Secondo il rapporto del 2001 dell’Oms, l’Organizzazione
Mondiale della Sanità, ogni anno in Europa muoiono 55.000 giovani
a causa dell’alcol.
In Italia esiste anche una legge in materia, la n° 125 del 30 marzo
2001.
L’articolo 3 della legge parla di un’ «azione di informazione
e prevenzione da realizzare nelle scuole, nelle università, nelle
caserme e negli istituti previdenziali», ma ad oggi non sembra
essere stato ancora applicato. (3)
Statisticamente, si muore più di alcol
che di droga. Secondo lei, perché la dipendenza dall’alcol
non è equiparata legalmente a quella dalla droga?
“Le motivazioni sono molte. Intanto l’alcol è
legale, fa parte della nostra cultura e poi, per assurdo, la dipendenza
da droga è meno equivocabile: o ti droghi o non lo fai . Invece
quando una persona beve in maniera eccessiva si dice che 'beve un po’
troppo'. L’alcol è ambiguo, è una sostanza psicotropa,
che cambia l’umore, è una droga come tutte le altre, però
è legale, è accettata, è pubblicizzata. Per la
droga ci sono reticenze, per l’alcol no.
L’Associazione non entra nel merito di questioni pubbliche, ti
posso dare la mia opinione che si collega con quello che abbiamo già
detto in precedenza: non c’è l’equiparazione perché
l’alcol è legale, perché è accettato e perché
ci sono anche interessi economici. Noi culturalmente siamo nati con
il vino, in Italia si produce il vino più buono del mondo. Intendiamoci,
noi alcolisti anonimi non facciamo la battaglia all’alcol, chi
può bere che lo faccia pure in maniera giusta e equilibrata,
un alcolista non potrà mai bere in maniera moderata. Questa è
la differenza tra un bevitore sociale e un alcolista: il primo beve
un bicchiere per gusto, per piacere e poi si ferma; il secondo perde
il controllo. Per questo l’alcolista si deve astenere totalmente
dal bere, non esiste un alcolista che possa bere moderatamente”.
Mentre le conseguenze che porta l’abuso di droga sono note e pubblicizzate,
quelle derivanti dall’alcol sono sconosciute ai più. L’alcol
danneggia l'apparato digerente, il fegato e il sistema nervoso, del
quale uccide le cellule nervose. Può portare ad una malattia
chiamata sindrome di Korsakoff: si perde progressivamente la
capacità di memorizzazione e i vuoti vengono riempiti con allucinazioni
e discorsi inventati. Ma uno dei danni peggiori è forse quello
che l’alcol arreca alla donna incinta che per anni ne ha abusato:
la donna potrebbe nel migliore dei casi avere una sindrome feto-alcolica,
ovvero il bambino nascerebbe mentalmente ritardato e deforme e nel peggiore
dei casi il suo bambino non nascerebbe affatto. (4)
Anna, le va di raccontarmi la sua storia?
“La mia esperienza personale mi porta a dire questo: io non
avrei avuto nessun motivo per bere, ero una ragazza bella, colta, sportiva,
avevo una famiglia come quella del Mulino Bianco, non avevo motivi.
In realtà mi sono resa conto subito che un bicchiere mi dava
coraggio, mi faceva sentire disinibita, mi faceva fare cose che altrimenti
non avrei fatto, come incontrare persone ed essere spigliata.. La prima
volta che ho bevuto l’ho fatto prima di incontrare degli amici,
per vincere quel senso di timidezza che avvertivo. Mi sono sentita subito
in colpa e so di averlo fatto per sballarmi, perché a me non
piaceva l’alcol. Suppongo che proprio questa voglia di essere
disinibita sia stata la mia motivazione iniziale. In quel periodo non
bevevo tutti i giorni, lo facevo ogni tanto, ma in realtà non
è importante dove bevi, cosa bevi e quando bevi, il punto magico
o orribile è cosa ti succede quando bevi. Verso i trent’anni
ho cominciato a bere sistematicamente, il mio alcolismo è durato
otto anni, perché le donne si alcolizzano con otto anni di bevute
continue. Gli ultimi tempi soffrivo molto, perché non sapevo
dove sbattere la testa, perché volevo smettere di bere ma non
sapevo come si faceva, non ci riuscivo, promettevo sempre di smettere,
ma non succedeva mai.
Una sera mi capitò di vedere una fiction su una donna che aveva
problemi d’alcol, mi riconobbi nella protagonista che come me
aveva una famiglia normale e beveva di nascosto. Mentre scorrevano i
titoli di coda lessi il numero di telefono degli Alcolisti Anonimi e
lo annotai. E mi dissi «Vado», ormai dovevo decidere se
vivere o morire. Andai da AA e smisi di bere la sera stessa. Tre giorni
dopo andai dal medico che mi disse che avevo rischiato la pelle, perché
avevo fatto un’astinenza totale e improvvisa. Smisi di colpo perché
non ne potevo più e mi è andata bene. Io sono nell’Associazione
da 17 anni, quindi sono 17 anni che non tocco nulla, né alcol,
né droghe, perché non è che si smette con una dipendenza
e si passa a un’altra. Voglio vivere la vita con le mie forze,
senza ricorrere a nulla, e voglio essere lucida per affrontarla, perché
per una vita ho affrontato i problemi da ubriaca”.
Quando una persona può definirsi alcolista?
“Quando perde il controllo dopo aver bevuto. Il problema è
che dovrebbe rendersene conto, infatti il primo passo per un alcolista
è accettare di avere un problema e questo solitamente è
molto difficile, perché il primo sintomo è la negazione
e in quel caso noi non possiamo aiutarlo. La consapevolezza e l’accettazione
del problema permettono anche una resa. Una alcolista deve dirsi «ok,
ho un problema, l’alcol è più forte, vince lui,
io mi arrendo»”.
In che modo e con quali strumenti l'Associazione
aiuta gli alcolisti ad uscire dalla dipendenza?
“In Alcolisti Anonimi non si viene per smettere di bere. Smettere
di bere è relativamente facile, voglio dire che abbiamo tanti
aiuti per poterlo fare, a partire dai medici che ci aiutano a disintossicarci.
Ma allora, come mai la gente si disintossica e poi ci ricade? Perché
chi beve in maniera smisurata ha un disagio, un vuoto interiore che
ha origini lontanissime, che a volte risale all’infanzia. Alcolisti
Anonimi propone un programma di recupero, di riabilitazione: una volta
smesso di bere, comincia il vero cammino che propone un programma di
carattere spirituale, non religioso. La persona arriva con la voglia
di smettere di bere, noi gli consigliamo di smettere un giorno alla
volta per ventiquattro ore, perché per un giorno ce la fa chiunque
e perché altrimenti l’alcolista scapperebbe subito. Quando
sono arrivata, mi hanno detto «Non dire smetto domani, dì
smetto da adesso». Quindi, una volta che gli togliamo la bottiglia,
vogliamo dare all'alcolista qualcosa in cambio. Visto che lui riempie
il suo vuoto interiore con la bottiglia, una volta tolta la bottiglia
c’è il vuoto e allora noi cerchiamo di aiutarlo a colmare
questo vuoto con il programma di carattere spirituale.
Questo programma è chiamato dei “dodici passi”:
sono delle tappe per riabilitarsi alla vita, nel senso che una volta
che ho ammesso di avere un problema con l’alcol e che ho percepito
che il mio disagio mi porta a bere, vado a vedere di che tipo di disagio
si tratta e come posso intervenire. Evidentemente, se i miei comportamenti
di prima mi portavano a bere in maniera smisurata e ad essere dipendente
dall’alcol, inevitabilmente devo cambiare questi comportamenti.
L’unico modo per cambiarli è quello di mettermi in discussione,
affidarmi ad altri che hanno vissuto e superato il mio stesso disagio.
Quando qualcuno arriva da noi deve compiere un grande atto di fiducia
nei confronti delle persone che lo accolgono. A questo punto, entra
a far parte di uno dei nostri gruppi, in cui tutti sono uguali, persone
comuni, non ci sono professionisti come medici e psicologi a coordinare
le attività. Non trasmettiamo verità assolute, trasmettiamo
soltanto la nostra esperienza. La persona si sente finalmente accolta,
non giudicata, e comincia a rendesi conto che se altri ce l’hanno
fatta, anche lui può farcela. Con il quarto e quinto passo ci
rimettiamo in discussione, perché facciamo un elenco dei difetti
e dei pregi, e con gli altri passi cerchiamo di cambiare i nostri atteggiamenti.
Poi, con i passi restanti, ci rimettiamo in pace con il mondo, perché
purtroppo gli alcolisti hanno dei pessimi rapporti con chi li circonda,
forse la 'relazione con l’altro' è il vero problema dell’alcolista.
L’alcolista è una persona immatura, egocentrica, è
una persona che vuole molta attenzione, molto affetto e, se non riesce
ad averlo, si sente in qualche maniera menomata. Durante il recupero,
l’alcolista deve arrivare ad avere una buona considerazione di
se stesso, deve recuperare quella dignità che l’abuso di
alcol gli ha tolto. Questo cammino può durare tutta la vita ed
è a costo zero. Noi come Associazione ci autofinanziamo, i membri
pensano al finanziamento, e rifiutiamo qualsiasi tipo di contribuzione
esterna. Non ne facciamo un vanto, lo facciamo perché, essendo
ridiventati responsabili, perché chi beve non è responsabile,
vogliamo mantenerci da soli ed essere autonomi. La base spirituale del
nostro programma è l’anonimato, che non consiste nel nascondere
il nome o il viso, bensì nel mettere i principi al di sopra delle
singole personalità. Ecco perché io non le dico il mio
cognome, perché Anna, Maria o Giovanna non fa alcuna differenza:
qui siamo tutti uguali, nessuno conta più dell’altro, mettiamo
la persona al centro. Gli alcolisti sono stati protagonisti per una
vita, adesso si rendono conto che come persone hanno un valore unico,
ma che all’interno dell’Associazione sono tutte uguali.
Il nostro obiettivo primario è far arrivare il messaggio a chi
soffre ancora per fargli capire che possiamo aiutarlo: chiunque è
ben accetto, non importa la sua religione, il colore della sua pelle,
il suo credo politico, se è ricco o povero, colto o ignorante,
qui deve portare soltanto la sua volontà di farla finita con
la bottiglia, senza preoccuparsi di essere l’ultimo arrivato,
perché l’ultimo è il primo fra noi”.
Bibliografia
(1) Jack London, Ricordi di un bevitore, 1916, Usa.
(2) Alcolisti Anonimi, www.alcolisti-anonimi.it, via di Torre Rossa
35, 00165, Roma, 06/6636629. Centralino nazionale 06/6636620, fax 06/6628334,
e-mail aaitaly@mclink.it
(3) Per approfondimenti vedere www.unicri.it/ min.san.bollettino/normativa/index.htm
(4) Per approfondimenti vedere www.medicinatossicodipendenze.it
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