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Quando l’Iraq si chiamava Mesopotania ad abitarlo
erano sumeri, assiri e babilonesi. Poi vennero i tempi dell’impero romano
e di quello ottomano, così quella terra venne massacrata e divenne provincia
imperiale. Quando nacque Saddam Hussein, il 28 aprile 1937, i “nuovi
signori” dell’Iraq erano gli inglesi.
L’impero ottomano era stato spazzato via dalla prima guerra
mondiale e gli inglesi ne avevano approfittato per estendere il loro
protettorato su quella zona così ricca di petrolio: il neonato stato
iracheno. Formalmente a governare era re Feysal I, appartenente alla
famiglia Hascemita, ma di fatto erano gli inglesi che manovravano a
loro piacimento questo re fantoccio che avevano messo sul trono.
Saddam nacque nel villaggio di Al Awja, vicino Tikrit; il suo nome,
nel dialetto locale, significa “disgrazia”. Questo accredita in parte
la leggenda che circonda la sua infanzia: la madre Subha avrebbe tentato
di abortire e, non riuscendoci, avrebbe tentato invano il suicidio.
Del padre alcuni sostengono che lo abbondò prima che nascesse, secondo
altri all’età di dieci anni. Sembra però accertato che il giovane Saddam
lasciò il villaggio natale per dirigersi verso la capitale attorno ai
dieci anni, per andare a stare dallo zio Khairallah Tulfah. Fu proprio
questo suo parente ad istruirlo, perché, fino a quel momento, il futuro
dittatore era analfabeta. Lo zio lo iniziò ai primi rudimenti della
cultura e forse anche alla politica.
Il clima di quegli anni, in Iraq, era di chiara insofferenza
nei confronti del dominatore inglese, così come era accaduto sotto gli
ottomani, e questo malessere di fondo era supportato dal diffondersi
di un “socialismo arabo” che stava dilagando in tutto il Medio Oriente.
Era un movimento a carattere nazionalistico, che voleva l’indipendenza
dai paesi occidentali e intendeva riappropriarsi delle risorse che questi
ultimi rapinavano loro quotidianamente. Si diffuse in Libia, Siria ed
Egitto e infine arrivò in Iraq.
Era il 1958 quando il generale Abdul Karim Kessem prese il
potere; accanto a lui, a governare la neonata repubblica irachena, il
partito comunista iracheno, il partito democratico curdo, i nazionalisti
e il Ba’ ath, “il partito socialista arabo della resurrezione”. I dissidi
tra i partiti divennero subito evidenti e Kessem decise di scioglierli.
Il Ba’ ath decise che era ora di togliere di mezzo quel generale diventato
scomodo e di prendere il potere; organizzò un attentato e inserì tra
i sicari il giovanissimo Saddam, già messosi in luce per la sua obbedienza
e la sua abilità nell’uso delle armi. Ma l’attentato fallì, forse qualcuno
tradì e Saddam fu costretto a rifugiarsi in Egitto.
L’anno dopo, Kessem morì in un sospetto incidente aereo e prese il suo
posto il colonnello Abdel Salam Aref, membro molto in vista del Ba’
ath. Saddam rientrò in Iraq e sposò Sajida, figlia dello zio Khairallah;
incominciò a salire i gradini del partito Ba’ ath, soprattutto grazie
alla lontana parentela con Ahmed Hassan al Bakr, nominato ora primo
ministro. Nel 1965, dissidi interni al Ba’ ath portarono alla destituzione
di Al Bakr dalla carica di ministro e alla caccia di tutti i suoi sostenitori,
dentro e fuori il partito. Saddam venne arrestato e riuscì ad evadere
soltanto dopo due anni di reclusione; ancora una volta si rifugiò in
Egitto.
La risposta di Al Bakr si ebbe nel 1968, quando, con un colpo
di stato, ritornò al potere e divenne presidente dell’Iraq. Saddam poté
rientrare: cominciò da questo momento la sua inarrestabile ascesa politica.
Nel 1973, quando a chilometri di distanza un legittimo presidente si
suicidava per non cadere nelle mani del suo generale golpista, Saddam
veniva nominato vice presidente della Repubblica, capo dei servizi segreti
e capo delle forze armate.
Infine, dopo aver raccolto nelle sue mani tutto il potere,
il 16 luglio 1979 costrinse il presidente Hassan al Bakr alle dimissioni,
diventando così anche formalmente il capo dell’Iraq: da questo momento
in poi sarà per tutti gli iracheni il Raìs. Della gestione del potere,
ormai, Saddam aveva imparato abbastanza per sapere che il primo passo
da fare dopo averlo ottenuto fosse l’eliminazione, anche fisica se necessario,
di tutti i potenziali oppositori. Incominciarono i mesi dell’“epurazione”
, vennero fatte sparire settantatré persone, tra cui alti ufficiali
e membri del governo. Il governo dell’Iraq diventò una “cosa di famiglia”,
dal momento che era gestito da Saddam e dalla sua cerchia di fedeli,
tutti provenienti da Tikrit.
Il raìs voleva un Iraq forte, guida indiscussa dei Paesi Arabi. Il problema
era al suo confine: in Iran si era instaurata proprio in quel periodo
una “repubblica islamica” guidata dall’ayatollah Khomeini. Il raìs dovette
rendersi conto del rischio insito nell’influenza di un’ideologia abbracciata
dalla maggior parte del suo popolo, dal momento che questo era in prevalenza
sciita come quello iraniano. Pensò forse che questa repubblica fosse
ancora debole e che fosse il momento buono per attaccare e prendersi
i territori contesi posti lungo il fiume Shatt al ‘Arab. Ma, forse,
Saddam non avrebbe mai agito senza l’appoggio americano.
L’amministrazione Regan individuò proprio nell’Iraq di Saddam
Hussein una soluzione per “rientrare” in quell’Iran, da cui era stata
cacciata quando era stato liquidato il regime filostatunitense dello
Scià. Il primo passo fu la cancellazione dell’Iraq dalla lista dei paesi
terroristi nel 1982. In seguito, il presidente americano mandò Donald
Rumsfeld in Medio Oriente in qualità di inviato speciale: era il 1983
quando Rumsfeld si incontrò con il raìs, ribadendo il sostegno economico
statunitense nella guerra contro l’Iran, incominciata già due anni.
Gli Usa iniziarono così a rifornire l’Iraq con armi chimiche
e batteriologice. Quella che forse Stati Uniti e Iraq avevano pensato
come una “guerra lampo” si rivelò un conflitto, lungo e sanguinoso:
la resistenza iraniana fu talmente dura che nel 1988 Regan “invitò”
l’alleato Saddam alla tregua con l’Iran. Il bilancio fu durissimo, un
milione i morti di questa “guerra fratricida”. Durante la guerra, i
curdi iracheni avevano dato il proprio appoggio agli iraniani, così
Saddam intraprese quella che venne denominata “operazione Anfal”: la
città curda di Halabja venne bombardata, provocando la morte di quasi
cinquemila civili.
Per l’Iraq, la guerra aveva avuto un alto costo, non soltanto in termini
di vite umane, ma anche economico. Il raìs si era indebitato con molti
paesi arabi, che ora reclamavano il saldo di quei prestiti. Forse fu
questo il motivo principale che spinse Saddam ad invadere il Kuwait
(1) il 17 gennaio 1991: il raìs pensava che, impadronendosi
dei suoi pozzi di petrolio, avrebbe potuto risollevare la situazione
economica del Paese.
La risposta internazionale all’aggressione irachena fu immediata:
Stati Uniti e Gran Bretagna, con l’appoggio di ben trenta Paesi, guidarono
la guerra denominata “desert storm”, sconfiggendo in meno di un mese
l’esercito iracheno. Gli interessi statunitensi e inglesi nell’area
del Kuwait erano troppo ingenti per lasciare che Hussein agisse indiscriminatamente.
Intanto, in Iraq, la sconfitta aveva dato agli sciiti l’opportunità
di ribellarsi al regime: Saddam represse nel sangue questa rivolta.
Perché non si levò nessuna voce internazionale di protesta contro l’eccidio
che si era appena consumato in Iraq e perché l’amministrazione Bush
senior non depose il dittatore sconfitto? Secondo Jawad Bashara, uomo
vicino al partito comunista iracheno, oppositore storico di Saddam,
in esilio a Parigi, la risposta è semplice «Nel 1991, il sollevamento
popolare aveva liberato quattordici grandi città e mezza Bagdad, ma
gli americani non volevano un potere alternativo (a Saddam) dominato
dagli sciiti, sotto il pretesto che essi avrebbero potuto allearsi con
l'Iran. Gli americani hanno quindi allentato il blocco attorno alla
guardia repubblicana e hanno permesso a Saddam di utilizzare le armi
di distruzione di massa, i missili terra-terra, l'aviazione, nonostante
che tutto ciò era stato proibito dagli accordi del cessate-il-fuoco,
per reprimere il sollevamento nel sangue» (2)
L’unico provvedimento internazionale, varato sotto l’egida
dell’Onu, fu la decisione di imporre un embargo all’Iraq per costringere
il suo sanguinario dittatore ad andare via. In realtà, il provvedimento
aveva più il sapore di una punizione esemplare inflitta ad un paese
che era contravvenuto alla “linea occidentale”
Nel 1995, venne varato dall’Onu il programma “Oil for food”:
la vendita del petrolio iracheno sarebbe stata controllata dalle Nazioni
Unite, che in cambio avrebbe dato all’Iraq cibo e medicine. Nel 1996,
l’OMS, Organizzazione Mondiale per la Sanità, pubblicò un rapporto disarmante
sulla situazione sanitaria in Iraq. L’organizzazione individuava nell’embargo
la causa della ricomparsa di malattie infantili debellate e la crescita
esponenziale della mortalità giovanile, aumentata del 600%.
A questo rapporto ne seguì uno dell’Unicef dell’agosto del
1999, nel quale si dimostrava che l’embargo aveva ucciso mezzo milione
di bambini. Questo mostrava tutta l’inutilità del piano “Oil for food”:
«Tutto il denaro ricavato dalla vendita di petrolio veniva gestito
da ispettori dell'ONU, il 40% del quale veniva trattenuto per riparazioni
di guerra e sostentamento delle Nazioni Unite. E' solo da pochi mesi
che Washington ha permesso il passaggio di viveri di prima necessità
e medicinali dopo una chiusura di anni. Per dieci anni e' stato imposto
il veto sull'importazione di cloro per disinfettare l'acqua e di attrezzi
agricoli e per ricostruire la rete elettrica in tutto il paese.»
(3)
Durante questi anni dell’embargo, Saddam cercò a più riprese
di risolvere il problema dei curdi, che di fatto volevano da più di
mezzo secolo l’indipendenza: cinquemila villaggi curdi vennero rasi
al suolo e più di centomila persone torturate. Anche in questo caso,
nessuna voce internazionale fece o disse qualcosa. Nel 2001, in seguito
all’attacco alle Torri Gemelle, il presidente Bush jr incominciò a parlare
di un legame tra il dittatore iracheno e Al Queda; inoltre, Saddam sarebbe
stato in possesso di armi di distruzione di massa che non avrebbe esitato
a usare contro stati vicini.
Fu in quel periodo che incominciò una vera e propria propaganda contro
l’Iraq, di fatto secondo obiettivo sensibile dopo l’Afghanistan. L’ipotesi
di un’alleanza tra Saddam e lo sceicco del terrore apparve in realtà
poco credibile, dal momento che in Iraq sono sempre esistite leggi che
puniscono con la morte chiunque professi o predichi il wahabismo, la
religione di Bin Laden.
Cominciarono tuttavia a circolare diversi rapporti sulla pericolosità
dell’Iraq e del suo arsenale. Il 28 gennaio 2003, Bush dichiarò che
«Il governo britannico ha saputo che Saddam Hussein recentemente
tentava di procurarsi una notevole quantità di uranio dall’Africa»,
ma il 7 marzo 2003 l'Agenzia internazionale per l'energia atomica
(Aiea) smentì quest’ipotesi e dichiarò all’Onu che i fatti su cui si
basava questa tesi non erano autentici. (4)
Pochi giorni dopo, cominciò l’offensiva angloamericana contro
l’Iraq, la “seconda guerra del golfo”, nonostante l’opposizione dichiarata
da Francia e Germania. Il regime iracheno venne spazzato via in tempi
rapidissimi e incominciò la caccia agli uomini forti del regime, primo
fra tutti il raìs, su cui pendeva una taglia di 25 milioni di dollari.
A giugno vennero scovati e uccisi i figli di Saddam, Uday e Qusay, a
dicembre venne trovato lo stesso Saddam.
È stato allestito così il lungo processo contro il dittatore, messo
sotto accusa per “crimini contro l’umanità” dal tribunale iracheno della
nuova repubblica. Il processo è durato due anni e si è concluso con
la condanna a morte del dittatore.. Il raìs è stato impiccato il 30
dicembre 2006 alle cinque del mattino da tre boia incappucciati, all’età
di sessantanove anni. Colpisce il fatto che sarebbe bastato posticipare
l’esecuzione di qualche giorno ed essa non sarebbe stata più applicabile:
infatti, secondo la legge irachena, un uomo non può essere giustiziato
dopo i settant’anni.
Il presidente Bush ha dichiarato che «l’aver portato
Saddam Hussein davanti ala giustizia non metterà fine alla violenza
in Iraq, ma è una tappa importante nel cammino dell’Iraq per diventare
una democrazia…» (5)
Volendo chiedere al grande intellettuale Gore Vidal il motivo per cui
Saddam è stato giustiziato e con tanta fretta, la risposta appare leggermente
diversa: «Abbiamo punito Saddam Hussein perché voleva pagare
in euro e non in dollari (il petrolio, n.d.r.) e forse questo
è bastato ad ucciderlo. Siamo molto severi noi.» (6)
In Iraq, la violenza è effettivamente continuata anche dopo
la morte di Saddam; l’impressione è che ogni giorno muoia un pezzetto
di questa terra antica, nonostante i grandi sforzi di americani e inglesi.
Ritornano alla mente le parole di Calgaco ai Caledoni, poco prima dell’ultimo
scontro con i romani: «Auferre trucidare rapere falsis nominibus
imperium, atque ubi solitudinem faciunt pacem appellant».
(7)
::. Note:
(1) Il Kuwait fino al 1961 faceva parte della
provincia di Bassora quindi era iracheno. Nel 1961, a seguito della
creazione di una Repubblica irachena indipendente, gli inglesi appoggiarono
la creazione di uno stato indipendente, al fini di controllarne meglio
le ingenti risorse petrolifere. (N.d.R.).
(2) www.comedonchisciotte.net
(3) www.arabcomint.com., Le bugie sull’embargo all’Iraq.
(4) www.aprileperlasinistra.it
(5) www.repubblica.it, 31 dicembre 2006, pag. 7, dichiarazioni del presidente
Bush.
(6) www.chetempochefa.it, 7 gennaio 2007, intervista a Gore Vidal.
(7) «Rubano, massacrano, rapinano e con falso nome lo chiamano impero.
Infine dove fanno il deserto, lo chiamano pace», Tacito, Agricola, 30.
::. Bibliografia
- www.radio-canada.ca/nouvelles/special/nouvelles/saddam/bio
- www.repubblica.it (n° 13 dicembre 2003)
- www.ecn.org/reds/guerra/itaq/iraq0210storia.htmn
- www.disinformazione .it
- www.comedonchisciotte.net
- www.arabcomint.com
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