Duemilaséttete! / n°284
C'era una volta il grande cinema: palamitonews - Palamitonews
Ritornano le Stelle. Cadenti.
  "Buona parte del cinema di oggi sembra essere solo un remake a colori del “grande cinema”. Ci sono ancora i nomi e i titoli sulle locandine, ma c’è qualcosa che non riesce ad elevarli a mito".
di Giulia e Mariaelena Prinzi / foto di Pino Ramos
 

Si chiamava Mary Pickford e fu lei la prima grande diva di Hollywood. Erano i primi anni del XX secolo e il cinema muto si trovava all’apice del suo splendore. “Little Mary” aveva esordito nel film “Il cappello di Parigi”, firmato David Griffith, con il quale aveva conquistato subito il grande pubblico, tanto da meritare questo suo nomignolo: i suoi riccioli e il volto da eterna ragazzina, candida, l’accompagnarono durante tutto il corso della sua carriera.

Sarà la prima “fidanzata d’America”, la prima grande stella alla quale gli americani, e poi il resto del mondo, si affezionarono. Diventò in pochi anni una delle attrici più pagate: il suo cachet era di 10.000 dollari a settimana, poteva scegliere le sceneggiature, il regista e gli attori. E fu anche la prima attrice a produrre i suoi stessi film. Lavorò con i grandi volti, intramontabili, del cinema muto.

Le sue vicende d’amore, lo scandalo per il divorzio dal primo marito, Owen Moore, e il successivo, ma troppo repentino, matrimonio con l’attore Douglas Fairbanks accrebbero ancora di più la sua popolarità, ma a caro prezzo. Il pubblico dà, ma il pubblico sa anche togliere. I suoi fan, infatti, non riuscivano a vedere la loro diva se non nei panni della giovane e candida fanciulla dai lunghi boccoli, ruolo ormai che andava un po’ stretto a Mary, la cui vita era stata molto diversa da quella del suo personaggio. Così il taglio dei boccoli, che sconvolse il suo pubblico, decretò anche la fine della sua carriera.

Ma questo fu solo l’inizio del divismo. In quegli stessi anni un giovane emigrante italiano era sbarcato ad Hollywood in cerca di fortuna. La sua raffinata bellezza europea e la sua sensualità nel ballare un indimenticabile tango vestito da gaucho, nel film “I quattro cavalieri dell’Apocalisse”, conquistarono il pubblico dell’epoca.
E così Rodolfo Valentino, questo il suo nome, divenne l’attore più famoso del mondo e il primo divo maschile di Hollywood. Tutti i giornali parleranno di lui per ben cinque intensi anni: delle sue intricate vicende amorose, dei suoi due matrimoni, dell’accusa di bigamia e soprattutto della sua ambiguità sessuale. Ma a consacrarlo definitivamente negli annali del cinema contribuirà anche la sua morte, purtroppo, a soli trentun anni, all’apice della sua carriera. E ad Hollywood iniziano così a nascere altre stelle.

Greta Garbo, ricca del suo fascino enigmatico, inizia ad interpretare quei personaggi drammatici che la consacreranno a grande diva del cinema . Ma la “Divina” Greta sarà anche una delle poche celebrità del tempo a non cedere allo Star System di Hollywood, evitando accuratamente troppa pubblicità e cercando di mantenere sempre separata la vita privata dalla vita cinematografica.

Ed ecco il 1939, con il celebre film “Via col vento”, segnare per sempre la storia del cinema, e non solo: tre ore di pellicola che lasciano col fiato sospeso il pubblico di tutto il mondo fino all’ultimo minuto, quando la bella e testarda Rossella dichiara il suo amore all’affascinante Capitano Buttler, che con un sorriso amaro ed una frase, “Francamente, mia cara, me ne infischio” , la abbandonerà per sempre e sparirà nella nebbia. Tutto il mondo rimarrà esterrefatto e i due protagonisti, Vivien Leigh e Clarck Gable diverranno due icone del cinema. In quegli stessi anni, anche Fred Astaire e Ginger Rogers, a passi di danza, entrano a far parte dei miti.

Intanto anche in Italia ci sono i primi capolavori cinematografici e i primi divi: il 1945 è l’anno di “Roma Città Aperta” di Rossellini, in cui una grande Anna Magnani lascerà il segno su una pellicola, ancora in bianco e nero. La sua interpretazione farà commuovere tutta l’Italia: in una Roma devastata dalla guerra, la Magnani lancerà un ultimo straziante urlo nero. Il pubblico italiano, e non solo, si trova di fronte ad un’attrice che esce dallo schermo e rimane impressa come un marchio infuocato nella mente.

E così, mentre in Italia il neorealismo muoveva i suoi primi passi, ad Hollywood nascevano e si affermavano la “commedia sofisticata” e il giallo di Hitchcock, ai quali va il merito indiscusso di aver trasformato in divi attori già indimenticabili. Primo fra tutti quel Cary Grant, forse il più bello tra gli attori della storia del cinema. Al suo fianco vediamo i volti femminili più belli di Hollywood: da Kim Novack a Grace Kelly. Non si possono poi dimenticare James Stewart, altro attore molto amato da Hitchcock, e Doris Day, protagonisti di un film del calibro de “L’uomo che sapeva troppo”.

Gli anni cinquanta sono però legati a due miti, diventati immortali forse proprio per il drammatico “the end” della loro vita. Il bello e dannato per antonomasia, James Dean, che con soli tre film riuscì a rapire il cuore di tutte le ragazze dell’epoca: purtroppo una tragica morte prematura lo strappò via sia al mondo del cinema che alle sue migliaia di ammiratrici.
E poi lei, la biondissima Marilyn Monroe. Diventa in pochi anni la donna più sognata dagli uomini: è bella, sexy, ha un corpo da togliere il fiato e ha quell’aria da ingenua, sciocca , come se cadesse sempre dalle nuvole. Questa è l’immagine che Hollywood vuole che lei dia: un’immagine che richiede una capigliatura bionda platinata, ma per l’appunto soltanto un’immagine costruita a tavolino. Fu così diva sullo schermo e donna infelice nella vita privata, una vita di volta in volta spiattellata e romanzata sulle prime pagine dei giornali di quei tempi. E Marilyn, troppo fragile per questo mondo, si tolse forse la vita.

Distaccarsi dal proprio personaggio, da quell’immagine che tutto il mondo è ormai abituato a vedere, e che ama, diventa impossibile per una star: Hollywood, e il mondo dello spettacolo in generale, avevano, ed hanno ancora, delle regole ben precise. Alcuni sono riusciti ad aggirarle con astuzia, mentre altri ne sono rimasti fatalmente vittime e Marilyn è sicuramente una di queste.

Nel 1954, mentre Audrey Hepburn nei panni di “Sabrina” incanta Humphrey Bogart e William Holden, in Italia si assiste all’ingresso nel mondo del cinema della “pizzaiola” de “L’oro di Napoli” di Vittorio De Sica, alias Sofia Loren. Ecco la prima diva italiana.
Sempre nel ’54 esce nei cinematografi italiani “Un americano a Roma”, in cui il giovane Nando, alias Alberto Sordi, con il suo foularino al collo e un giacchetto di pelle, sogna di andare in America. Ma il Nando del film non sapeva che era l’America che stava sbarcando da noi per assaporare quella “dolce vita” dal retrogusto un po’ amaro.

In Italia iniziano ufficialmente gli anni d’oro del cinema e sono molti gli attori hollywoodiani a venire a Cinecittà per girare i propri film.
Gregory Peck e la Hepburn porteranno un pezzetto di Hollywood nella Roma, che girano in lambretta, di “Vacanze Romane”: siamo nei famosi anni ’60.
Ad Hollywood continua il grande cinema di Hitchcock con “Psyco” e “Gli Uccelli”; esce il primo Colossal di Kubrick “Spartacus”, seguito da “Lolita” e da “Il dottor Stranamore” e fanno la loro comparsa pellicole come “Colazione da Tiffany”, “La Pantera Rosa” e “Indovina chi viene a cena”.
In Italia, i grandi titoli che si impongono prepotentemente nell’immaginario collettivo sono: “La ciociara”, “Il Gattopardo”, “Il Bell’Antonio” e “La dolce vita”.

Sofia Loren e Marcello Mastroianni diventano i due volti del cinema nostrano più conosciuti, dentro e fuori dalla penisola. Una coppia cinematografica d’oro, che lascerà un segno indelebile nella storia del cinema. C’era chi voleva vedere a tutti costi una storia d’amore tra i due divi di Cinecittà: ma Sofia resterà per tutta la vita fedele a suo marito, il produttore Carlo Ponti, recentemente scomparso, e ricorderà sempre con un sorriso il famoso spogliarello che aveva fatto perdere la testa a Mastroianni in “Ieri, oggi e domani”.

Quelli erano altri tempi: buona parte del cinema di oggi sembra essere solo un remake a colori del “grande cinema”. Ci sono ancora i nomi e i titoli sulle locandine, ma c’è qualcosa che non riesce ad elevarli a “mito”. In fondo, il mito ha quella vena di malinconia, quel lato tragico che lo rende non comune, ma straordinario, e che non tutti i divi possiedono. E poi il mito è qualcosa di inspiegabile, che proprio per questa sua caratteristica affascina e colpisce chi cerca di penetrarlo.

Alcuni grandi attori di Hollywood, se anche non diventeranno mai dei miti, passeranno comunque alla storia per aver trasmesso qualcosa al loro pubblico.
Soltanto un Robert De Niro avrebbe potuto esprimere la follia malata del protagonista di “Taxi driver”, che si interroga davanti allo specchio, puntando una pistola alla sua immagine. E anche il laureato Benjamin Braddock, che viene sedotto da Mrs. Robinson, non sarebbe stato lo stesso personaggio se non avesse avuto il volto di Dustin Hoffman. E lo stesso Kubrick si rivelò geniale ancora una volta quando scelse Jack Nickolson come protagonista di “Shining”: ogni personaggio di Nickolson è caratterizzato dal suo personalissimo ghigno, che inevitabilmente ricorda il pazzo albergatore che stermina la sua famiglia. E poi ci sono attrici come Meryl Streep, Susan Sarandon, Diane Keaton e Angelica Huston, che rappresentano altre pietre miliari di Hollywood.

I nomi importanti della grande industria del cinema sono tanti e sarebbe un’impresa titanica elencarli tutti. Fino a qualche anno fa i riflettori erano tutti puntati elusivamente su alcuni di loro: Leonardo Di Caprio, reduce dal successo mondiale di Titanic; Brad Pitt, inteso un po’come il rivale, più virile e meno angelico del collega; George Clooney, catapultato dal mondo della televisione, dove vestiva i panni del dottor Ross nella nota serie “E.R. Medici in prima linea”; Julia Roberts, per anni l’attrice con il cachet più alto, e infine Hugh Grant, l’inglese timido e impacciato dall’aria languida.

Ora il divo maschile del momento sembrerebbe essere solo uno, Jhonny Depp. E’ il più poliedrico tra i suoi colleghi e ogni suo personaggio ha uno stile inconfondibile: dal surreale Edward con le mani di forbici, frutto della mente contorta di Tim Burton, al coraggioso e a volte un po’ maldestro pirata Jack Sparrow, Capitano della Perla Nera. Ma anche attori come Jake Gyllenhaal, che ha fatto il suo ingresso ad Hollywood nei panni dell’enigmatico Donnie Darko, ed Heat Ledger sembrano essere le nuove promesse maschili. Anche qui i nomi sono tanti e a volte si sovrappongono: ad esempio spettacolare è stata l’interpretazione di James Caviezel nel ruolo di Gesù nella “Passione” di Mel Gibson e di Joseph Fiennes, che ogni volta che interpreta un personaggio di Sheakspeare dà prova di grande talento, naturalmente ancora un principiante se confrontato a Kenneth Branhagh, massimo esperto del poeta inglese ad Hollywood.

Anche per le dive femminili la lista potrebbe essere lunga, perché, diciamolo, ad Hollywood basta fare un film giusto e uscire con l’attore del momento e qualche “tabloid” ti potrebbe anche regalare per qualche settimana l’illusione di essere diventata una piccola stella, ma sarà appunto soltanto un’illusione. Ne è un esempio la vicenda di Katie Holmes, diva del momento soltanto per essere la nuova moglie di Tom Cruise e non certo per le sue “performance” nella serie tv “Dowson’s Creek”.

Vanno invece citate come attrici doc e aspiranti dive: la bella musa di Almodovar Penelope Cruz; l’algida Gwyneth Paltrow, paragonata per la sua classe innata e la sua bellezza eterea a Grace Kelly, e la versatile Kate Winslet, che da Shakespeare riesce a saltare con una sorprendente agilità all’Inghilterra settecentesca di “Ragione e sentimento”, per poi ritrovarsi Clementine nella surreale opera di Michel Gondry.
Si è imposta in quest’ultima annata cinematografica la sensuale Scarlett Johansson; se il compito di una diva è oltrepassare lo schermo ed entrare prepotentemente nella mente dello spettatore, allora la Johansson è qualcosa di molto simile ad essa. Basti ricordare la sua eccellente interpretazione ne “La ragazza con l’orecchino di perla”, in cui, per quasi tutto il film, è il suo sguardo a parlare: le parole rivestono soltanto un ruolo marginale in questo mondo costruito attorno alla pittura di Veermeer.

Da Hollywood spostiamoci nella vecchia Europa, magari ancora una volta guardando all’Italia, per vedere se nella penisola esistono dei corrispondenti dei divi americani appena citati. Il panorama appare sfocato, si vede qua e là qualche macchia di colore, ma nulla di più. Nessuna Magnani, nessun Mastroianni, nessuna Vitti, nessun Giannini, nessun Gassman calcano più le scene del cinema italiano, ridotto ormai ad essere l’ombra di quello che fu. Ormai non esistono più produttori coraggiosi disposti ad investire in progetti arditi come Carlo Ponti e la televisione sforna fiction e reality che pretendono di imporre nuovi falsi divi, destinati a durare il tempo di un fiammifero.

Sembra uno strano scherzo del caso, eppure molti tra i più promettenti giovani attori del cinema italiano sono stati diretti da Michele Placido nella pellicola “Romanzo Criminale”. Qui troviamo uno spietato Kim Rossi Stuart; un boss come Pierfrancesco Favino, un dandy come Claudio Santamaria, un commissario come Stefano Accorsi, un killer come Riccardo Scamarcio, uno spacciatore come Elio Germano e una timida Jasmine Trinca, giovane nuova musa di Nanni Moretti.
Accanto a loro, direttamente dall’accademia “Silvio d’Amico”, il bravissimo Luigi Lo Cascio, che, dopo anni di teatro, si è imposto al grande pubblico con “I cento di passi” di Marco Tullio Giordana e con “La meglio gioventù”, sempre diretto da Giordana.

Nel 2006, riceve la nomination all’Oscar come miglior film straniero “La bestia nel cuore” della Comencini, in cui, accanto al cupo Lo Cascio, si trova una straordinaria Giovanna Mezzogiorno. Quest’ultima si è imposta non solo per la sua bellezza, ma soprattutto per la sua grande capacità interpretativa, il suo scegliere pellicole a volte anche molto difficili e impegnate, come quella in cui recita il ruolo di Ilaria Alpi: a buon diritto, rientra tra le migliori attrici che il nostro cinema può vantare. Amica della Mezzogiorno è una ragazza che spesso abbiamo visto in tv e che da qualche tempo è passata al grande schermo e diventata famosa in “Notte prima degli esami” interpretando la Claudia inseguita da Luca, alias Nicolas Vaporidis, per tutto il film; stiamo ovviamente parlando di Cristiana Capotondi.

Coetanea della Capotondi, un’attrice esordiente, paragonata per la sua bellezza addirittura a Brigitte Bardot: si chiama Laura Chiatti e avrebbe voluto fare la cantante, ma le sue forme piuttosto evidenti l’hanno portata verso il cinema, dove è stata la seducente Rosalba per Sorrentino. Anche il suo fidanzato fa l’attore ed è quel Silvio Muccino che, correndo da “Come te nessuno mai”, arriva ad essere il “miglior nemico” di Carlo Verdone; secondo alcuni, sarebbe proprio lui la giovane promessa del cinema italiano. Sarà vero? Se il fratello-regista Gabriele Muccino è arrivato ad Hollywood girando un film con una star come Will Smith c’è da aspettarsi di tutto, staremo a vedere.

Ma un’italiana ad Hollywood è arrivata già da una decina d’anni e non stiamo parlando né della Loren né della Lollobrigida, bensì della bella di Città di Castello, che dall’Italia ha conquistato il mondo: Monica Bellucci. La prima parte in una pellicola internazionale l’ha avuta nel “Dracula” di Francis Ford Coppola, in cui gira una scena d’amore piuttosto erotica con Keanu Reeves; era il 1992. Nel 1996 è in Francia per girare “L’appartamento” di Mimouni; sarà su quel set che incontrerà il futuro marito Vincent Cassel. Ma la sua inarrestabile ascesa continua ininterrotta: è la “Maléna” di Tornatore, la spietata Persefone nel secondo e nel terzo capitolo di “Matrix”, la bella Maddalena nella “Passione” di Mel Gibson ed infine la figlia di un gangster americano in “Lei mi odia” di Spike Lee.

Sarà lei l’unica vera diva che al momento il cinema italiano possiede? Verrebbe quasi da chiedersi se sia merito della Bellucci oppure colpa della mancanza di veri nuovi talenti che la possano oscurare. Al momento la risposta sembra quasi ovvia e la palma andrebbe alla bella Monica, ma risulta difficile affiancare la Bellucci ad una diva come Sofia Loren.
Quella Loren che nella “Ciociara,” con il volto distrutto dal dolore e dalla vergogna, urla, imitando forse consapevolmente la Magnani, contro un destino atroce che ha privato lei e sua figlia dell’onore.

 
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