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Cosa spera il nuovo mondo per il 2007? Forse
di mettere fine a certe “vecchie storie”! Ma le “vecchie storie” latinoamericane
sono troppe e molto diverse tra loro… A noi europei risulta facile dire
“America” e pensare solo agli Stati Uniti, ma tutti sappiamo che l’America
è un continente di oltre quarantadue milioni di metri quadri, dei quali
quasi una ventina di milioni appartengono all’america latina, Brasile
compreso.
Se pensiamo che tutta l’Europa ha una superficie di appena
più di dieci milioni di metri quadri, risulta semplice capire che ogni
nazione latinoamericana ha delle caratteristiche geografiche molto diverse
e, di conseguenza, differenti popolazioni e risorse naturali. Pertanto,
parlare delle speranze di mezzo continente è un compito assai arduo,
a meno che non si cerchino comuni denominatori quali, ad esempio, l’origine
storica dei vari paesi, dopo la scoperta dell’America.
Fatta eccezione per il Brasile, infatti, tutti i paesi latinoamericano
hanno come “madrepatria” la Spagna e sono tutte nazioni relativamente
“giovani”, poiché le popolazioni originarie sono quasi tutte interamente
scomparse e sostituite da ceppi europei. Altro comun denominatore può
poi essere il fatto che tutti questi paesi sono indebitati e tacitamente
governati dal FMI (Fondo Monetario Internazionale). Tra dittature militari,
dittature travestite da governi eletti democraticamente, come quella
cubana, in più di mezzo secolo le società latinoamericane hanno raddoppiato
il numero di emarginati.
L’ FMI, padre padrone di molte delle nazioni latinoamericane, negli
anni ha fatto chiudere scuole e ospedali, facendo credere che ridurre
le tasse ai ricchi sia la miglior maniera di aiutare i poveri. Non si
deve dimenticare che gli ordini emanati dal Fondo Monetario Internazionale,
quindi non solo dagli Stati Uniti, imponevano ai governanti di eseguire
più impresa e meno stato, più precarietà e meno servizi pubblici, più
privatizzazioni e più poveri.
Tra i più ubbidienti autocrati ricordiamo Alberto Fujimori (presidente
del Perù dal luglio 1990 al novembre 2000), impegnato a sconfiggere
la guerriglia di “Sendero Luminoso” e a risolvere la crisi economica
che esplose a causa del blocco finanziario, sanzionato dopo la moratoria
del debito estero di Alan Garcia. Fujimori governò con mano dura, contraddicendo
le promesse elettorali, ignorando le altre istituzioni a lui scomode,
(parlamento, magistratura, mezzi di comunicazione), e violando i diritti
umani con il pretesto di garantire la governabilità.
In questo modo riuscì ad offrire su un vassoio d’argento il
Perù al FMI, che governò di fatto quel paese, mentre Fujimori si dedicava
alla repressione, al proprio arricchimento personale e al nepotismo.
Tale atteggiamento fu tollerato fino a quando l’incauto governante ebbe
l’ardire di trafficare una partita di armi per la guerriglia colombiana.
Ricordiamo anche l’ex presidente peronista Carlos Menem, che governò
l’Argentina privatizzando a colpi di decreti di necessità e urgenza,
ben 309 volte in 4 anni, e mise la museruola alla giustizia, si scagliò
contro giudici, pubblici ministeri ed altri funzionari che non gli erano
congeniali, relegò il potere legislativo a un livello secondario, utilizzò
persino il potere di veto sui bilanci. A Washington nessuno si scandalizzò,
anzi, venne coniato l’eufemismo caritatevole di “democrazia delegata”,
giustificando in tal modo la sconfinata concentrazione di potere in
una sola persona.
Non possiamo non menzionare, inoltre, Carlos Andrés Pérez, ex presidente
del Venezuela. Tutti furono eletti con voti di sinistra, addirittura
Pérez fu pure vicepresidente dell'Internazionale Socialista, ma tutti,
in politica economica e non solo, non si distinsero dal Generale Augusto
Pinochet.
In America latina, nonostante gravi problemi irrisolti, ingiustizie
e grandi disparità sociali, stanno prendendo corpo nuove realtà, che
caratterizzano uno scenario politico e sociale più dinamico ed evoluto,
forse il più interessante del mondo. Il 26 marzo 1991, nacque il Mercosur
(Mercato Comune istituito con il Trattato di Asunción), cui aderirono
Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay per cercare di dare un unione
almeno economica ai paesi sudamericani. Subito, però, gli U.S.A. promossero
il TLC o “Tratado de Libre Commercio”, impedendo di fatto che il Mercosur
avesse modo di crescere, quindi dividendo nuovamente l’America latina.
Comunque il Mercosur ha continuato lentamente e faticosamente
la propria missione e, dal 2007, Argentina e Brasile potrebbero fare
a meno del dollaro come moneta di riferimento per i propri scambi commerciali.
La proposta di “de-dollarizzazione” è stata presentata nel mese di gennaio
di quest’anno a Rio de Janeiro dai due ministri dell'economia, l'argentina
Felisa Miceli e il brasiliano Guido Mantega, e mira a rompere la storica
dipendenza dalla moneta Usa, agevolando l'integrazione economica fra
i paesi. Una nuova era, che vedrebbe l'uso esclusivo di peso e real
per i pagamenti, alle rispettive banche centrali, dei flussi commerciali
bilaterali.
L'idea, comunque, era già in cantiere ed era già stata discussa nel
corso dell'ultimo vertice del Mercosur a Cordoba, a luglio. Nella città
argentina, si è parlato della creazione della Banca dello sviluppo del
Mercosur, una delle idee del presidente venezuelano Hugo Chavez. Una
banca cui spetterà il compito di erogare crediti ai paesi membri per
iniziative di sviluppo, compito, fino ad oggi, del Fondo monetario internazionale,
che ha sempre vincolato i prestiti all'applicazione delle sue micidiali
ricette di politica economica, con risultati funesti, almeno sul piano
sociale, per quasi tutti i paesi del Sudamerica.
L'intenzione è dunque quella di creare un sistema di pagamenti in moneta
locale. Inizialmente coinvolgerà solo Argentina e Brasile, per poi includere
anche il nuovo entrato Venezuela, già dimostratosi interessato, e i
più diffidenti Paraguay e Uruguay. A Rio de Janeiro, l’intenzione di
voltare pagina, dopo decenni di sudditanza, economica da Washington
e dagli organismi internazionali, è emersa anche nell'ordine del giorno
relativo alla linea comune da tenere a Singapore, dove in questi giorni
si svolge il vertice annuale di FMI e Banca mondiale. Il Mercosur chiede
che sia data voce in capitolo ai Paesi in via di sviluppo, presentando
il conto dei danni che le politiche liberiste, passate e presenti, imposte
dall'organismo finanziario, hanno provocato nel continente.
Si deve anche pensare che ogni Paese latinoamericano è diviso in due
paesi, uno formato da una classe alta ed una classe media, più o meno
piccola, e l’altro costituito da una popolosissima classe bassa, anche
bassissima. Alle periferie di bellissime e moderne città, si trovano
infatti enormi quartieri simili alle favelas brasiliane o alle divisioni
della Bolivia, quest’ultima vittima di in una forte polarizzazione regionale
in cui l'occidente Andino e indigeno sostiene incondizionatamente le
riforme nazionaliste del presidente Evo Morales, mentre l'oriente amazzonico
e bianco è dominato dall'egemonia conservatrice. Anche il Cile, che
sembrerebbe il paese più benestante dell’America latina, vive una situazione
drammatica di questo tipo. La verità è che questo Stato ha una forte
macroeconomia e una debole microeconomia, per cui il tasso di povertà
resta sempre elevato.
In Ecuador, le agitazioni dei cittadini di ceto medio e basso hanno
consentito di dare vita al movimento Alianza País, il partito di Correa,
attuale presidente, orientato a riequilibrare le sorti del paese. Correa,
insieme a Ricardo Patiño, Ministro dell'economia, e Alberto Aricosta,
Ministro per l'energia, ha sollevato la questione del debito del paese,
puntando al rapporto diretto, al libero commercio con gli Stati Uniti,
alla ricostruzione di una politica di esportazione che toglierebbe agli
U.S.A. il controllo diretto o preferenziale sulla produzione di greggio,
risorsa che per l'Ecuador rappresenta il 40% dei commerci con l’estero
e circa un terzo delle entrate fiscali.
Correa ha vinto, ma non ha i numeri in Parlamento per promuovere i cambiamenti
promessi in campagna elettorale, come il congelamento del debito estero,
il controllo nazionale sull'esportazione del petrolio, la riduzione
del costo dell'energia e il sostegno pubblico ai ceti più poveri. Tuttavia
egli sa di avere una parte consistente del Paese dalla sua parte, ma
non molto tempo davanti a sé per raggiungere le mete prefissate; non
ha infatti un partito in grado di controllare il Paese, ma una cultura
politica ed economica finalizzata alla solidarietà sociale. Questo aspetto
lo induce a scegliere una linea morbida anche con gli Stati Uniti. Per
esempio, non premerà per una fuoriuscita dell'Ecuador dal sistema basato
sul dollaro; né premerà per una nazionalizzazione dei settori attualmente
privatizzati o controllati da capitale straniero. Se riuscirà ad avviare
il suo programma, e ad attenuare la diffidenza attualmente espressa
dagli Stati Uniti, otterrà due risultati: non dividere il paese sulla
politica economica e avviare una riforma politica reale, aprendo così
un'altra ipotesi politica in America latina, lontana dal populismo e
dalla rivolta qualunquista. Non sarebbe poco.
Passiamo ora alla situazione di El Salvador. E’ utile ricordare che
questo Paese, insieme ad altri quattro del Centroamerica e alla Repubblica
Dominicana, ha ratificato il Cafta, la versione dell'Alca imposta dagli
Stati Uniti a tutta l'area centrale e alla quale solo la Costa Rica
per ora si sta opponendo. In pratica, la funzione del Cafta è quella
di sottomettere l'economia del paese al completo volere delle imprese
straniere. L'allarme per le sorti dell'economia di El Salvador è salito
quando è stato venduto l'ultimo istituto bancario salvadoreño che finora
era riuscito ad andare avanti grazie a capitali di investimenti nazionali.
Alfonso Goitia, economista boliviano residente a El Salvador, rileva
che l'oligarchia agro-esportatrice che un tempo governava il paese,
pur avendo ridotto il paese allo stremo per le sue politiche ultraliberiste,
sta cedendo il passo a corporazioni finanziarie molto più aggressive
e prive di scrupoli, che mirano ad esautorare di fatto le funzioni spettanti
alla classe politica del paese e sostituirvisi per reinvestire i loro
capitali nei settori di volta in volta più redditizi, sfruttando le
possibilità offerte dal Cafta. El Salvador, prosegue Goitia, "rischia
una situazione di ingovernabilità che potrebbe portare ad una svolta
verso una politica autoritaria", considerando che già adesso il
presidente Saca ha solo pochi seggi in più dell'opposizione del Fmln
(Frente Farabundo Martì para la Liberacion Nacional), con cui deve spesso
scendere a patti, mentre nella capitale il Fmln governa con soli 44
voti in più rispetto ad Arena, ottenuti dal sindaco donna Violeta Menjivar.
Anche i problemi del Nicaragua sono tanti; è infatti il secondo
Paese più povero dell’emisfero occidentale dopo Haiti. Il 47% della
popolazione vive con un salario inferiore o pari a 2 dollari al giorno,
800.000 bambini non hanno accesso all’istruzione di base, la crisi economica
è galoppante e le politiche di capitalismo estremo degli ultimi 16 anni
hanno accentrato la ricchezza nelle mani di pochissimi, aumentando la
povertà. Sarà in grado Ortega di risolvere questi problemi?
Il Messico si trova in crisi. Non esiste la governabilità,
l'insicurezza è crescente, la delinquenza è diffusa e spessissimo impunita;
il narcotraffico sembra muoversi con la complicità del governo; la disoccupazione
e l'economia informale sono aumentate. Si è incrementato il debito esterno,
insieme alla corruzione e alla povertà. Le classi medie hanno visto
decrescere notevolmente le proprie entrate. La banca nazionale è passata
in mani straniere. Sono state attuate riforme all'istruzione in linea
con posizioni ideologiche reazionarie di cui il paese ha bisogno di
liberarsi; il paese è subordinato all'impero degli Stati Uniti. Il 42%
dei municipi più poveri del paese si trova nel territorio oaxaqueño;
qui in molti non hanno accesso a servizi basilari quali acqua potabile,
drenaggio ed energia elettrica. Il 20% degli oaxaqueños è analfabeta.
Hugo Chavez, personaggio contorto che ha cambiato nome e carta costituzionale
al suo paese, così come la bandiera, Evo Morales, primo presidente aborigeno
della Bolivia, Lula, presidente del Brasile, vengono chiamati i “presidenti
della sinistra latino americana”, ma in realtà non sono altro che i
classici caudillos americani. La loro politica non è di destra, ma neanche
di sinistra; forse sembra più quella di Robin Hood, al di là dei buoni
risultati che possano aver ottenuto, non possono essere neanche chiamati
“populisti radicali”, come ha voluto denominarli il pentagono.
::. Fonti e link correlati:
http://www.gennarocarotenuto.it http://www.onemoreblog.it/archives/013631.html
http://switzerland.indymedia.org/frmix/2007/01/45544.shtml http://verosudamerica.blogspot.com/2006/11/nicaragua-ortega-torna-al-governo-ma.html
http://www.ainfos.ca/it/ainfos05228.html http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_18660.html
http://www.selvas.org/newsAN0304.htm http://www.radiocittaperta.it http://www.donchisciotte.net/breve.php3?id_breve=44
http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_19946.html http://www.desdeabajo.info/mostrar_articulo.php?tipo=edicion&id=1021
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