Duemilaséttete! / n°284
L'anno nuovo nel nuovo mondo: palamitonews- Palamitonews
L'anno nuovo nel Nuovo Mondo
  "In America latina, nonostante gravi problemi irrisolti, ingiustizie e grandi disparità sociali, stanno prendendo corpo nuove realtà, che caratterizzano uno scenario politico e sociale più dinamico ed evoluto, forse il più interessante del mondo".
di Carmen Di Giovanni / foto tratta da www.1mai.ch
 

Cosa spera il nuovo mondo per il 2007? Forse di mettere fine a certe “vecchie storie”! Ma le “vecchie storie” latinoamericane sono troppe e molto diverse tra loro… A noi europei risulta facile dire “America” e pensare solo agli Stati Uniti, ma tutti sappiamo che l’America è un continente di oltre quarantadue milioni di metri quadri, dei quali quasi una ventina di milioni appartengono all’america latina, Brasile compreso.

Se pensiamo che tutta l’Europa ha una superficie di appena più di dieci milioni di metri quadri, risulta semplice capire che ogni nazione latinoamericana ha delle caratteristiche geografiche molto diverse e, di conseguenza, differenti popolazioni e risorse naturali. Pertanto, parlare delle speranze di mezzo continente è un compito assai arduo, a meno che non si cerchino comuni denominatori quali, ad esempio, l’origine storica dei vari paesi, dopo la scoperta dell’America.

Fatta eccezione per il Brasile, infatti, tutti i paesi latinoamericano hanno come “madrepatria” la Spagna e sono tutte nazioni relativamente “giovani”, poiché le popolazioni originarie sono quasi tutte interamente scomparse e sostituite da ceppi europei. Altro comun denominatore può poi essere il fatto che tutti questi paesi sono indebitati e tacitamente governati dal FMI (Fondo Monetario Internazionale). Tra dittature militari, dittature travestite da governi eletti democraticamente, come quella cubana, in più di mezzo secolo le società latinoamericane hanno raddoppiato il numero di emarginati.

L’ FMI, padre padrone di molte delle nazioni latinoamericane, negli anni ha fatto chiudere scuole e ospedali, facendo credere che ridurre le tasse ai ricchi sia la miglior maniera di aiutare i poveri. Non si deve dimenticare che gli ordini emanati dal Fondo Monetario Internazionale, quindi non solo dagli Stati Uniti, imponevano ai governanti di eseguire più impresa e meno stato, più precarietà e meno servizi pubblici, più privatizzazioni e più poveri.

Tra i più ubbidienti autocrati ricordiamo Alberto Fujimori (presidente del Perù dal luglio 1990 al novembre 2000), impegnato a sconfiggere la guerriglia di “Sendero Luminoso” e a risolvere la crisi economica che esplose a causa del blocco finanziario, sanzionato dopo la moratoria del debito estero di Alan Garcia. Fujimori governò con mano dura, contraddicendo le promesse elettorali, ignorando le altre istituzioni a lui scomode, (parlamento, magistratura, mezzi di comunicazione), e violando i diritti umani con il pretesto di garantire la governabilità.

In questo modo riuscì ad offrire su un vassoio d’argento il Perù al FMI, che governò di fatto quel paese, mentre Fujimori si dedicava alla repressione, al proprio arricchimento personale e al nepotismo. Tale atteggiamento fu tollerato fino a quando l’incauto governante ebbe l’ardire di trafficare una partita di armi per la guerriglia colombiana.

Ricordiamo anche l’ex presidente peronista Carlos Menem, che governò l’Argentina privatizzando a colpi di decreti di necessità e urgenza, ben 309 volte in 4 anni, e mise la museruola alla giustizia, si scagliò contro giudici, pubblici ministeri ed altri funzionari che non gli erano congeniali, relegò il potere legislativo a un livello secondario, utilizzò persino il potere di veto sui bilanci. A Washington nessuno si scandalizzò, anzi, venne coniato l’eufemismo caritatevole di “democrazia delegata”, giustificando in tal modo la sconfinata concentrazione di potere in una sola persona.

Non possiamo non menzionare, inoltre, Carlos Andrés Pérez, ex presidente del Venezuela. Tutti furono eletti con voti di sinistra, addirittura Pérez fu pure vicepresidente dell'Internazionale Socialista, ma tutti, in politica economica e non solo, non si distinsero dal Generale Augusto Pinochet.

In America latina, nonostante gravi problemi irrisolti, ingiustizie e grandi disparità sociali, stanno prendendo corpo nuove realtà, che caratterizzano uno scenario politico e sociale più dinamico ed evoluto, forse il più interessante del mondo. Il 26 marzo 1991, nacque il Mercosur (Mercato Comune istituito con il Trattato di Asunción), cui aderirono Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay per cercare di dare un unione almeno economica ai paesi sudamericani. Subito, però, gli U.S.A. promossero il TLC o “Tratado de Libre Commercio”, impedendo di fatto che il Mercosur avesse modo di crescere, quindi dividendo nuovamente l’America latina.

Comunque il Mercosur ha continuato lentamente e faticosamente la propria missione e, dal 2007, Argentina e Brasile potrebbero fare a meno del dollaro come moneta di riferimento per i propri scambi commerciali. La proposta di “de-dollarizzazione” è stata presentata nel mese di gennaio di quest’anno a Rio de Janeiro dai due ministri dell'economia, l'argentina Felisa Miceli e il brasiliano Guido Mantega, e mira a rompere la storica dipendenza dalla moneta Usa, agevolando l'integrazione economica fra i paesi. Una nuova era, che vedrebbe l'uso esclusivo di peso e real per i pagamenti, alle rispettive banche centrali, dei flussi commerciali bilaterali.

L'idea, comunque, era già in cantiere ed era già stata discussa nel corso dell'ultimo vertice del Mercosur a Cordoba, a luglio. Nella città argentina, si è parlato della creazione della Banca dello sviluppo del Mercosur, una delle idee del presidente venezuelano Hugo Chavez. Una banca cui spetterà il compito di erogare crediti ai paesi membri per iniziative di sviluppo, compito, fino ad oggi, del Fondo monetario internazionale, che ha sempre vincolato i prestiti all'applicazione delle sue micidiali ricette di politica economica, con risultati funesti, almeno sul piano sociale, per quasi tutti i paesi del Sudamerica.

L'intenzione è dunque quella di creare un sistema di pagamenti in moneta locale. Inizialmente coinvolgerà solo Argentina e Brasile, per poi includere anche il nuovo entrato Venezuela, già dimostratosi interessato, e i più diffidenti Paraguay e Uruguay. A Rio de Janeiro, l’intenzione di voltare pagina, dopo decenni di sudditanza, economica da Washington e dagli organismi internazionali, è emersa anche nell'ordine del giorno relativo alla linea comune da tenere a Singapore, dove in questi giorni si svolge il vertice annuale di FMI e Banca mondiale. Il Mercosur chiede che sia data voce in capitolo ai Paesi in via di sviluppo, presentando il conto dei danni che le politiche liberiste, passate e presenti, imposte dall'organismo finanziario, hanno provocato nel continente.

Si deve anche pensare che ogni Paese latinoamericano è diviso in due paesi, uno formato da una classe alta ed una classe media, più o meno piccola, e l’altro costituito da una popolosissima classe bassa, anche bassissima. Alle periferie di bellissime e moderne città, si trovano infatti enormi quartieri simili alle favelas brasiliane o alle divisioni della Bolivia, quest’ultima vittima di in una forte polarizzazione regionale in cui l'occidente Andino e indigeno sostiene incondizionatamente le riforme nazionaliste del presidente Evo Morales, mentre l'oriente amazzonico e bianco è dominato dall'egemonia conservatrice. Anche il Cile, che sembrerebbe il paese più benestante dell’America latina, vive una situazione drammatica di questo tipo. La verità è che questo Stato ha una forte macroeconomia e una debole microeconomia, per cui il tasso di povertà resta sempre elevato.

In Ecuador, le agitazioni dei cittadini di ceto medio e basso hanno consentito di dare vita al movimento Alianza País, il partito di Correa, attuale presidente, orientato a riequilibrare le sorti del paese. Correa, insieme a Ricardo Patiño, Ministro dell'economia, e Alberto Aricosta, Ministro per l'energia, ha sollevato la questione del debito del paese, puntando al rapporto diretto, al libero commercio con gli Stati Uniti, alla ricostruzione di una politica di esportazione che toglierebbe agli U.S.A. il controllo diretto o preferenziale sulla produzione di greggio, risorsa che per l'Ecuador rappresenta il 40% dei commerci con l’estero e circa un terzo delle entrate fiscali.

Correa ha vinto, ma non ha i numeri in Parlamento per promuovere i cambiamenti promessi in campagna elettorale, come il congelamento del debito estero, il controllo nazionale sull'esportazione del petrolio, la riduzione del costo dell'energia e il sostegno pubblico ai ceti più poveri. Tuttavia egli sa di avere una parte consistente del Paese dalla sua parte, ma non molto tempo davanti a sé per raggiungere le mete prefissate; non ha infatti un partito in grado di controllare il Paese, ma una cultura politica ed economica finalizzata alla solidarietà sociale. Questo aspetto lo induce a scegliere una linea morbida anche con gli Stati Uniti. Per esempio, non premerà per una fuoriuscita dell'Ecuador dal sistema basato sul dollaro; né premerà per una nazionalizzazione dei settori attualmente privatizzati o controllati da capitale straniero. Se riuscirà ad avviare il suo programma, e ad attenuare la diffidenza attualmente espressa dagli Stati Uniti, otterrà due risultati: non dividere il paese sulla politica economica e avviare una riforma politica reale, aprendo così un'altra ipotesi politica in America latina, lontana dal populismo e dalla rivolta qualunquista. Non sarebbe poco.

Passiamo ora alla situazione di El Salvador. E’ utile ricordare che questo Paese, insieme ad altri quattro del Centroamerica e alla Repubblica Dominicana, ha ratificato il Cafta, la versione dell'Alca imposta dagli Stati Uniti a tutta l'area centrale e alla quale solo la Costa Rica per ora si sta opponendo. In pratica, la funzione del Cafta è quella di sottomettere l'economia del paese al completo volere delle imprese straniere. L'allarme per le sorti dell'economia di El Salvador è salito quando è stato venduto l'ultimo istituto bancario salvadoreño che finora era riuscito ad andare avanti grazie a capitali di investimenti nazionali.

Alfonso Goitia, economista boliviano residente a El Salvador, rileva che l'oligarchia agro-esportatrice che un tempo governava il paese, pur avendo ridotto il paese allo stremo per le sue politiche ultraliberiste, sta cedendo il passo a corporazioni finanziarie molto più aggressive e prive di scrupoli, che mirano ad esautorare di fatto le funzioni spettanti alla classe politica del paese e sostituirvisi per reinvestire i loro capitali nei settori di volta in volta più redditizi, sfruttando le possibilità offerte dal Cafta. El Salvador, prosegue Goitia, "rischia una situazione di ingovernabilità che potrebbe portare ad una svolta verso una politica autoritaria", considerando che già adesso il presidente Saca ha solo pochi seggi in più dell'opposizione del Fmln (Frente Farabundo Martì para la Liberacion Nacional), con cui deve spesso scendere a patti, mentre nella capitale il Fmln governa con soli 44 voti in più rispetto ad Arena, ottenuti dal sindaco donna Violeta Menjivar.

Anche i problemi del Nicaragua sono tanti; è infatti il secondo Paese più povero dell’emisfero occidentale dopo Haiti. Il 47% della popolazione vive con un salario inferiore o pari a 2 dollari al giorno, 800.000 bambini non hanno accesso all’istruzione di base, la crisi economica è galoppante e le politiche di capitalismo estremo degli ultimi 16 anni hanno accentrato la ricchezza nelle mani di pochissimi, aumentando la povertà. Sarà in grado Ortega di risolvere questi problemi?

Il Messico si trova in crisi. Non esiste la governabilità, l'insicurezza è crescente, la delinquenza è diffusa e spessissimo impunita; il narcotraffico sembra muoversi con la complicità del governo; la disoccupazione e l'economia informale sono aumentate. Si è incrementato il debito esterno, insieme alla corruzione e alla povertà. Le classi medie hanno visto decrescere notevolmente le proprie entrate. La banca nazionale è passata in mani straniere. Sono state attuate riforme all'istruzione in linea con posizioni ideologiche reazionarie di cui il paese ha bisogno di liberarsi; il paese è subordinato all'impero degli Stati Uniti. Il 42% dei municipi più poveri del paese si trova nel territorio oaxaqueño; qui in molti non hanno accesso a servizi basilari quali acqua potabile, drenaggio ed energia elettrica. Il 20% degli oaxaqueños è analfabeta.

Hugo Chavez, personaggio contorto che ha cambiato nome e carta costituzionale al suo paese, così come la bandiera, Evo Morales, primo presidente aborigeno della Bolivia, Lula, presidente del Brasile, vengono chiamati i “presidenti della sinistra latino americana”, ma in realtà non sono altro che i classici caudillos americani. La loro politica non è di destra, ma neanche di sinistra; forse sembra più quella di Robin Hood, al di là dei buoni risultati che possano aver ottenuto, non possono essere neanche chiamati “populisti radicali”, come ha voluto denominarli il pentagono.

::. Fonti e link correlati:

http://www.gennarocarotenuto.it http://www.onemoreblog.it/archives/013631.html http://switzerland.indymedia.org/frmix/2007/01/45544.shtml http://verosudamerica.blogspot.com/2006/11/nicaragua-ortega-torna-al-governo-ma.html http://www.ainfos.ca/it/ainfos05228.html http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_18660.html http://www.selvas.org/newsAN0304.htm http://www.radiocittaperta.it http://www.donchisciotte.net/breve.php3?id_breve=44 http://italy.peacelink.org/latina/articles/art_19946.html http://www.desdeabajo.info/mostrar_articulo.php?tipo=edicion&id=1021

 
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