Duemilaséttete! / n°284
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Mi somiglio
  "La biologia cellulare sta facendo passi da gigante. Le ultime scoperte parlano di cellule pluripotenti isolate nel cordone ombelicale, nei testicoli e nella placenta e di cellule staminali embrionali presenti nel liquido amniotico. E adesso la FDA ha solennemente stabilito che la clonazione non comporta danni alla salute degli animali gemelli, i cui derivati definisce “sicuri e privi di rischi per l'alimentazione umana".
di Maria Colomba Marongiu / foto di Pino Ramos
 

Prendo il giornale e leggo che.... la Fda (Food and Drug Administration Usa), a seguito di lunghe analisi sulla composizione di alimenti derivati da animali clonati e loro prole, sentito il parere del suo direttore di medicina veterinaria, Stephen F. Sundlof, ha solennemente stabilito che la clonazione non comporta danni alla salute degli animali gemelli, i cui derivati definisce “sicuri e privi di rischi per l'alimentazione umana”.

La Fda, precisa ancora che la clonazione, non modificando la sequenza del DNA, garantisce l'assoluta parità in termini di sicurezza tra alimenti derivati da animali nati in modo naturale e quelli clonati (tanto che non avranno un marchio che li identifichi) e conclude dando il via libera alla loro commercializzazione, in tutto il territorio degli Stati Uniti.
La notizia è davvero sconvolgente, dal momento che esistono numerosi studi, di cui la Fda non ha evidentemente tenuto conto, "forse" condizionata dalla potente industria alimentare americana, che certificano la maggior incidenza, rispetto alle usuali e sperimentate tecniche di riproduzione animale, di soggetti clonati nati malformati o precocemente deceduti.

I consumatori americani, che per il 64% pare non accettino di ritrovarsi negli scaffali del supermercato alimenti clonati non certificati e distinguibili da quelli tradizionali, faranno loro malgrado da cavie a questo gigantesco esperimento: la carne, le uova, il latte etc. di soggetti fotocopia avranno sì o no un effetto negativo sulla salute pubblica? Non ci resta che aspettare il risultato di questo gigantesco test, svolto questa volta su esseri umani e non su topolini da laboratorio.

Dal momento che tutto ciò che si sperimenta negli Usa arriva puntualmente anche in Europa, "mercato docet", la nostra personale preoccupazione è che, prima o poi, alla faccia dei controlli, diventeremo anche noi inconsapevoli consumatori di carni, uova, latte etc. derivati da soggetti clonati, convinti da una buona propaganda della loro bontà e sicurezza in tutti i sensi.
Se fosse vero, non avremmo che da rallegrarci, avremmo infatti alleggerito il problema della fame nel mondo, ma ancora non abbiamo sicurezze, solo dubbi.

Il problema è sempre più sentito dall'opinione pubblica, che giustamente pretende di essere informata sui rischi che potrebbe correre utilizzando prodotti derivati da animali fotocopia e su che cosa sia esattamente la CLONAZIONE di cui tanto si dibatte anche in campo medico-sperimentale e di cui si dice tutto e il contrario di tutto. Come ogni nuova scoperta scientifica, il suo utilizzo può essere buono per tutta l'umanità o estremamente negativo; questo è giustamente il tema del contendere, per cui vale la pena approfondire l'argomento, a cominciare dal significato del termine.

Il termine clonazione, che etimologicamente deriva dal greco "klon", ramoscello, germoglio, con chiaro riferimento alla riproduzione delle piante (staccando una parte di esse e piantandole nel terreno si ottengono nuovi individui), in genetica è una tecnica che permette la produzione non sessuata (partendo da una sola cellula) di copie identiche di cellule, anche nel genotipo, di un qualsiasi organismo vivente.
Si tratta in pratica di prendere una cellula somatica di un soggetto, dalla quale si estrae il nucleo, per essere impiantato in un ovocita a sua volta privato del proprio nucleo e precedentemente fecondato. Compiuta tale operazione, l'ovocita può essere impiantato in utero e dare così origine ad un soggetto identico a quello del donatore, oppure utilizzato per la produzione di cellule staminali embrionali totipotenti, cioè in grado di dare luogo a tutti i tessuti del corpo umano. Le staminali embrionali totipotenti, che implicano la soppressione dell'embrione concepito da non più di 14 giorni e non ancora attaccato alla parete dell'utero, possono essere coltivate in vitro, riprodursi in altissimo numero ed essere utilizzate per uso terapeutico.

Anche le staminali adulte, che si definiscono pluripotenti quando possono dare origine a molti ma non a tutti i tessuti del corpo umano, o unipotenti, se possono generare un solo tipo di tessuto, vengono utilizzate nella sperimentazione di cure, che si spera determinanti per la risoluzione di mali ora considerati incurabili, come il cancro, il diabete o l'Alzheimer, patologia che colpisce innanzitutto i neuroni (cellule cerebrali). Per quest'ultima, in particolare, si pensa già, partendo da una cellula adulta dello stesso paziente, di creare un clone pre-embrionale, dal quale ricavare le cellule staminali embrionali, coltivarle in vitro e utilizzarle per riparare le cellule cerebrali ormai morte, frenando la malattia.

Le cellule staminali embrionali, essendo totipotenti, potrebbero essere la soluzione di molte patologie, umane, ma, implicando la soppressione dell'embrione, determinano una serie di interrogativi morali e sociali, partendo dal fatto che la vita umana è sacra e non la si può manipolare senza pagarne a breve o a lungo termine le conseguenze. Questa è la morale comune e le varie istituzioni religiose, in particolare la Chiesa Cattolica, si battono senza sosta per ribadire il valore della vita dal concepimento alla sua naturale conclusione.
Sono problemi grossi e controversi che generano furiosi dibattiti su ciò che si può fare o non è lecito neanche sperimentare, ma comunque stimolanti la ricerca verso soluzioni sempre più compatibili con il rispetto della dignità dell'essere umano e delle diverse sensibilità.

La biologia cellulare sta facendo per fortuna passi da gigante, le ultime scoperte parlano di cellule pluripotenti isolate nel cordone ombelicale, nei testicoli e nella placenta e di cellule staminali embrionali presenti nel liquido amniotico. Quest'ultima notizia, apparsa su Nature Biotechnology, è assolutamente straordinaria, perché, se effettivamente praticabile, risolverebbe tutti i problemi etici sorti tra gli stessi ricercatori sull'utilizzo degli embrioni a scopo terapeutico, aprendo le porte a concrete speranze di cura per moltissime patologie.

Naturalmente la ricerca ha bisogno di fondi e di una legislazione internazionale, che nel programma della ricerca scientifica preveda un congruo stanziamento di fondi anche per la ricerca sulle e per le cellule staminali. Il Parlamento Europeo, per il periodo 2007-2013, ha stanziato 54 miliardi di euro anche a questo scopo, naturalmente solo a favore degli Stati membri in cui tali ricerche siano consentite.
I "novelli Faust", cioè quei ricercatori che manipolano la vita senza scrupoli, realizzando esperimenti fine a se stessi dalle conseguenze imprevedibili (i famosi bambini clonati venuti al mondo in Australia, che vita avranno? Sono nati tutti sani? Quanti di loro presentano malformazioni?) dovranno essere messi al bando da una legislazione attenta alla dignità dell'essere umano.

La storia continua, ma facendo marcia indietro diamo un'occhiata interessata all'inizio di tutto ciò e alle tappe successive: il primo esperimento di clonazione è del 1938 e si deve al biologo tedesco Hans Spemann, premio Nobel 1935, che per primo riuscì ad impiantare il nucleo di una cellula in un'altra precedentemente denucleata. Ad approfondire le ricerche del premio Nobel furono, nel 1952, gli americani R. V. Briggs e T. J. King, che riproposero lo stesso esperimento di Spemann, questa volta sulle rane leopardo.
Nel 1967, il biologo J. Gurdon, con lo stesso metodo di clonazione, riuscì a far nascere un vertebrato, mentre sono degli anni '80 del secolo appena passato i primi cloni di ovini, bovini e suini, generati da cellule embrionali, dunque totipotenti; ma l'interesse degli scienziati si rivolse allora sulla clonazione di animali adulti, utilizzando cellule staminali adulte e dunque specializzate. Fu così che in una cellula embrionale estratta da una ghiandola mammaria di una donatrice, svuotata del proprio nucleo, l'equipe scozzese del prof. Wilmut inserì il nucleo di una cellula adulta, che, attivando la cellula ospitante, si comportò come una qualsiasi cellula uovo fecondata. L'embrione ottenuto venne trasferito in vitro e successivamente nell'utero di una pecora ospite, che la partorì naturalmente il 5 luglio del 1996.

La nascita di Dolly, resa nota solo nel febbraio successivo, provocò curiosità e suscitò anche la speranza che si potessero ottenere facilmente dei cloni di qualità da immettere sul mercato, ma le speranze furono tristemente deluse poco più di sei anno dopo, quando gli stessi ricercatori che l'avevano creata decisero di porre fine alla vita di Dolly, funestata da una malattia polmonare progressiva e da problemi di artrite, tipici delle pecore non più giovani.

Dall'autopsia venne fuori che la pecora presentava le caratteristiche fisiche di un soggetto molto più vecchio della sua età, più o meno quello della cellula appartenente alla donatrice da cui era nata e di cui aveva evidentemente anche l'età biologica.

Altri animali “prodotti” come Dolly hanno presentato in seguito problemi simili ai suoi e ciò fa riflettete e diffidare sulla bontà delle loro carni e del loro latte.
La Food and Drug Administration Usa dovrebbe riflettere ancora un po’ prima di lanciare sul mercato prodotti da animali fotocopia...
Meditate gente, meditate.


 
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