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Prendo il giornale e leggo che.... la Fda
(Food and Drug Administration Usa), a seguito di lunghe analisi sulla
composizione di alimenti derivati da animali clonati e loro prole, sentito
il parere del suo direttore di medicina veterinaria, Stephen F. Sundlof,
ha solennemente stabilito che la clonazione non comporta danni alla
salute degli animali gemelli, i cui derivati definisce “sicuri
e privi di rischi per l'alimentazione umana”.
La Fda, precisa ancora che la clonazione, non modificando la sequenza
del DNA, garantisce l'assoluta parità in termini di sicurezza
tra alimenti derivati da animali nati in modo naturale e quelli clonati
(tanto che non avranno un marchio che li identifichi) e conclude dando
il via libera alla loro commercializzazione, in tutto il territorio
degli Stati Uniti.
La notizia è davvero sconvolgente, dal momento che esistono numerosi
studi, di cui la Fda non ha evidentemente tenuto conto, "forse"
condizionata dalla potente industria alimentare americana, che certificano
la maggior incidenza, rispetto alle usuali e sperimentate tecniche di
riproduzione animale, di soggetti clonati nati malformati o precocemente
deceduti.
I consumatori americani, che per il 64% pare non accettino di ritrovarsi
negli scaffali del supermercato alimenti clonati non certificati e distinguibili
da quelli tradizionali, faranno loro malgrado da cavie a questo gigantesco
esperimento: la carne, le uova, il latte etc. di soggetti fotocopia
avranno sì o no un effetto negativo sulla salute pubblica? Non
ci resta che aspettare il risultato di questo gigantesco test, svolto
questa volta su esseri umani e non su topolini da laboratorio.
Dal momento che tutto ciò che si sperimenta negli Usa arriva
puntualmente anche in Europa, "mercato docet", la nostra personale
preoccupazione è che, prima o poi, alla faccia dei controlli,
diventeremo anche noi inconsapevoli consumatori di carni, uova, latte
etc. derivati da soggetti clonati, convinti da una buona propaganda
della loro bontà e sicurezza in tutti i sensi.
Se fosse vero, non avremmo che da rallegrarci, avremmo infatti alleggerito
il problema della fame nel mondo, ma ancora non abbiamo sicurezze, solo
dubbi.
Il problema è sempre più sentito dall'opinione
pubblica, che giustamente pretende di essere informata sui rischi che
potrebbe correre utilizzando prodotti derivati da animali fotocopia
e su che cosa sia esattamente la CLONAZIONE di cui tanto si dibatte
anche in campo medico-sperimentale e di cui si dice tutto e il contrario
di tutto. Come ogni nuova scoperta scientifica, il suo utilizzo può
essere buono per tutta l'umanità o estremamente negativo; questo
è giustamente il tema del contendere, per cui vale la pena approfondire
l'argomento, a cominciare dal significato del termine.
Il termine clonazione, che etimologicamente deriva dal greco "klon",
ramoscello, germoglio, con chiaro riferimento alla riproduzione delle
piante (staccando una parte di esse e piantandole nel terreno si ottengono
nuovi individui), in genetica è una tecnica che permette la produzione
non sessuata (partendo da una sola cellula) di copie identiche di cellule,
anche nel genotipo, di un qualsiasi organismo vivente.
Si tratta in pratica di prendere una cellula somatica di un soggetto,
dalla quale si estrae il nucleo, per essere impiantato in un ovocita
a sua volta privato del proprio nucleo e precedentemente fecondato.
Compiuta tale operazione, l'ovocita può essere impiantato in
utero e dare così origine ad un soggetto identico a quello del
donatore, oppure utilizzato per la produzione di cellule staminali embrionali
totipotenti, cioè in grado di dare luogo a tutti i tessuti del
corpo umano. Le staminali embrionali totipotenti, che implicano la soppressione
dell'embrione concepito da non più di 14 giorni e non ancora
attaccato alla parete dell'utero, possono essere coltivate in vitro,
riprodursi in altissimo numero ed essere utilizzate per uso terapeutico.
Anche le staminali adulte, che si definiscono pluripotenti quando possono
dare origine a molti ma non a tutti i tessuti del corpo umano, o unipotenti,
se possono generare un solo tipo di tessuto, vengono utilizzate nella
sperimentazione di cure, che si spera determinanti per la risoluzione
di mali ora considerati incurabili, come il cancro, il diabete o l'Alzheimer,
patologia che colpisce innanzitutto i neuroni (cellule cerebrali). Per
quest'ultima, in particolare, si pensa già, partendo da una cellula
adulta dello stesso paziente, di creare un clone pre-embrionale, dal
quale ricavare le cellule staminali embrionali, coltivarle in vitro
e utilizzarle per riparare le cellule cerebrali ormai morte, frenando
la malattia.
Le cellule staminali embrionali, essendo totipotenti, potrebbero essere
la soluzione di molte patologie, umane, ma, implicando la soppressione
dell'embrione, determinano una serie di interrogativi morali e sociali,
partendo dal fatto che la vita umana è sacra e non la si può
manipolare senza pagarne a breve o a lungo termine le conseguenze. Questa
è la morale comune e le varie istituzioni religiose, in particolare
la Chiesa Cattolica, si battono senza sosta per ribadire il valore della
vita dal concepimento alla sua naturale conclusione.
Sono problemi grossi e controversi che generano furiosi dibattiti su
ciò che si può fare o non è lecito neanche sperimentare,
ma comunque stimolanti la ricerca verso soluzioni sempre più
compatibili con il rispetto della dignità dell'essere umano e
delle diverse sensibilità.
La biologia cellulare sta facendo per fortuna passi da gigante, le ultime
scoperte parlano di cellule pluripotenti isolate nel cordone ombelicale,
nei testicoli e nella placenta e di cellule staminali embrionali presenti
nel liquido amniotico. Quest'ultima notizia, apparsa su Nature Biotechnology,
è assolutamente straordinaria, perché, se effettivamente
praticabile, risolverebbe tutti i problemi etici sorti tra gli stessi
ricercatori sull'utilizzo degli embrioni a scopo terapeutico, aprendo
le porte a concrete speranze di cura per moltissime patologie.
Naturalmente la ricerca ha bisogno di fondi e di una legislazione internazionale,
che nel programma della ricerca scientifica preveda un congruo stanziamento
di fondi anche per la ricerca sulle e per le cellule staminali. Il Parlamento
Europeo, per il periodo 2007-2013, ha stanziato 54 miliardi di euro
anche a questo scopo, naturalmente solo a favore degli Stati membri
in cui tali ricerche siano consentite.
I "novelli Faust", cioè quei ricercatori che
manipolano la vita senza scrupoli, realizzando esperimenti fine a se
stessi dalle conseguenze imprevedibili (i famosi bambini clonati venuti
al mondo in Australia, che vita avranno? Sono nati tutti sani? Quanti
di loro presentano malformazioni?) dovranno essere messi al bando da
una legislazione attenta alla dignità dell'essere umano.
La storia continua, ma facendo marcia indietro diamo un'occhiata interessata
all'inizio di tutto ciò e alle tappe successive: il primo esperimento
di clonazione è del 1938 e si deve al biologo tedesco Hans Spemann,
premio Nobel 1935, che per primo riuscì ad impiantare il nucleo
di una cellula in un'altra precedentemente denucleata. Ad approfondire
le ricerche del premio Nobel furono, nel 1952, gli americani R. V. Briggs
e T. J. King, che riproposero lo stesso esperimento di Spemann, questa
volta sulle rane leopardo.
Nel 1967, il biologo J. Gurdon, con lo stesso metodo di clonazione,
riuscì a far nascere un vertebrato, mentre sono degli anni '80
del secolo appena passato i primi cloni di ovini, bovini e suini, generati
da cellule embrionali, dunque totipotenti; ma l'interesse degli scienziati
si rivolse allora sulla clonazione di animali adulti, utilizzando cellule
staminali adulte e dunque specializzate. Fu così che in una cellula
embrionale estratta da una ghiandola mammaria di una donatrice, svuotata
del proprio nucleo, l'equipe scozzese del prof. Wilmut inserì
il nucleo di una cellula adulta, che, attivando la cellula ospitante,
si comportò come una qualsiasi cellula uovo fecondata. L'embrione
ottenuto venne trasferito in vitro e successivamente nell'utero di una
pecora ospite, che la partorì naturalmente il 5 luglio del 1996.
La nascita di Dolly, resa nota solo nel febbraio successivo, provocò
curiosità e suscitò anche la speranza che si potessero
ottenere facilmente dei cloni di qualità da immettere sul mercato,
ma le speranze furono tristemente deluse poco più di sei anno
dopo, quando gli stessi ricercatori che l'avevano creata decisero di
porre fine alla vita di Dolly, funestata da una malattia polmonare progressiva
e da problemi di artrite, tipici delle pecore non più giovani.
Dall'autopsia venne fuori che la pecora presentava le caratteristiche
fisiche di un soggetto molto più vecchio della sua età,
più o meno quello della cellula appartenente alla donatrice da
cui era nata e di cui aveva evidentemente anche l'età biologica.
Altri animali “prodotti” come Dolly hanno presentato in
seguito problemi simili ai suoi e ciò fa riflettete e diffidare
sulla bontà delle loro carni e del loro latte.
La Food and Drug Administration Usa dovrebbe riflettere ancora un po’
prima di lanciare sul mercato prodotti da animali fotocopia...
Meditate gente, meditate.
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