Duemilaséttete! / n°284
Le Iri di Marzo: palamitonews - Palamitonews
Le IRI di Marzo
  "L’IRI e l’industria italiana: un rapporto indissolubile lungo oltre settant’anni".
di Ginevra Diletta Tonini Masella / foto di Pino Ramos
 

Nell’ottobre del 1929, con il “giovedì nero” dell’economia americana, ha inizio la crisi del capitalismo mondiale e la conseguente recessione: mentre crolla la borsa di Wall Street e si susseguono una sequela di suicidi di azionisti attoniti e impotenti nel constatare la propria rovina finanziaria, la crisi contagia anche l’Europa.

L’economia tedesca precipita e gli Stati Uniti si trovano sull’orlo del collasso finanziario, mentre in Italia questo avviene solo a metà dell’anno successivo, il 1930, con la svalutazione dei titoli (-39%), il crollo dell’indice dei prezzi (da 102 a 75), l’aumento incessante della disoccupazione (da 300.000 ad oltre un milione di disoccupati). L’economia italiana risente della grande crisi ma, in un certo senso, con degli ammortizzatori: ancora poco industrializzata, ancora rurale, forte di un sistema di famiglia allargata che offriva al singolo una rete di legami pronta a sostenerlo nel bisogno, l’impatto con la crisi è più attutito e non devastante come in Germania o negli Stati Uniti, data anche la politica deflazionistica attuata in precedenza dal governo Mussolini per calmierare l’inflazione, che aveva già rallentato l’economia italiana.

Tuttavia, la necessità di fronteggiare la situazione impone allo Stato italiano di intervenire celermente, accentuando il carattere autoritario: per evitare che l’indebolimento della moneta e la conseguente crisi bancaria si evolvano in una sequela di fallimenti di istituti di Credito, l’Istituto di liquidazioni inizia una serie di “salvataggi” tra i quali quello più importante riguarda la Banca agricola italiana, per poi intervenire sulla preoccupante situazione in cui versano due delle maggiore banche del Paese, la Banca Commerciale Italiana e il Credito Italiano. Entrambe le banche vengono poste sotto regime controllato e, tra il febbraio e l’ottobre 1930, vengono firmate due convenzioni atte a creare due finanziarie, la Società finanziaria industriale italiana (SOFINDIT) della Banca Commerciale e la Società Finanziaria Italiana (SFI) del Credito Italiano, nelle quali vengono concentrate le partecipazioni industriali dei due istituti ed amministrate dal Ministro delle Finanze e dal Governatore della Banca d’Italia.

Parallelamente, viene creato l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) con il compito di sostenere finanziariamente le industrie, assumere partecipazioni azionarie nelle imprese, con obbligazioni garantite dallo Stato, e concedere mutui decennali alle imprese. Nonostante i provvedimenti presi, il governo Mussolini si trova a dover cercare un’altra soluzione per fronteggiare la crisi: le finanziarie delle banche non sono uno strumento sufficiente per sostenere gli oneri imposti dalla contingenza finanziaria e, soprattutto, il fatto che le finanziarie appartengano alle stesse aziende che le banche finanziano è un handicap non superabile in una situazione economica tanto grave.

Si pongono poi due problemi impellenti: la necessità di finanziare e garantire la conduzione delle imprese centrali, come quelle siderurgiche, meccaniche, elettriche, chimiche, essenziali per il funzionamento del Paese e per evitarne il tracollo, e l’impellenza di sollevare la Banca d’Italia dallo scomodo legame con l’Istituto di Liquidazioni. Oltretutto, il governo Mussolini non può ignorare la voce della grande borghesia industriale, che ha generosamente evitato di prendere posizione durante l’ascesa al potere del governo fascista, e si impone un intervento cospicuo.

Nasce quindi, nel gennaio del 1933, sotto la guida di Alberto Beneduce e Donato Menichella, due “tecnici” protagonisti della storia economica italiana, l’Istituto di Ricostruzione Industriale (IRI), che rileva l’Istituto di liquidazioni, con il compito di affiancarsi all’IMI nella sua duplice funzione: da un lato finanziarie le imprese e acquistare tutte le partecipazioni industriali degli istituti di credito e dall’altro, risanati i conti delle aziende, metterle sul mercato e rivenderle ai privati. Altro compito dell’IRI è quello di creare ed istruire una nuova classe dirigente in grado di condurre le imprese, una volta risanate.

Il nuovo ente dovrebbe, teoricamente, essere provvisorio, del tutto funzionale alla ripresa economica delle imprese e delle industrie; tuttavia, il 24 giugno del 1937 l’IRI viene dichiarato ente permanente e la scelta viene motivata dal governo Mussolini come una estrema necessità dovuta alla linea di politica economica autarchica stabilita dal governo, oltre che in funzione del rafforzamento militare. Fin dal 1935, però, le sorti dell’economia mondiale e in particolare di quella italiana stavano lentamente migliorando e mostravano timidi segni di ripresa; ci si pone, quindi, la domanda se sia realmente necessario rendere permanente l’IRI e costruire, di fatto, un nuovo soggetto di diritto pubblico senza eguali in Europa, ad esclusione dell’URSS, ma le contraddittorie posizioni non lasciano spazio a soluzioni alternative.

Nasce così lo Stato Imprenditore, che controlla oltre l’80% della produzione cantieristica, il 45% della siderurgica, il 39% dell’elettromeccanica, il 23% della meccanica (1): è secondo solo alla Russia Sovietica per quanto riguarda la proprietà industriale statale. E’ in questo momento che si crea il nodo indissolubile che lega l’economia italiana alla politica, dando luogo a quel capitalismo misto, metà pubblico e metà privato, che ha una connotazione estremamente politica, a differenza di quello americano, di stampo manageriale, o tedesco, cooperativo.

I grandi capitani d’industria che si troveranno a condurre le aziende e le imprese negli anni successivi si troveranno come principale interlocutore lo Stato e non il Mercato ed è proprio questo il problema principale che ci troviamo ancora oggi a dover affrontare: da un lato vi sono imprese che, in un certo senso, non possono fallire, essendo in mano allo Stato, dall’altro il Mercato che ha logiche e priorità (competitività ed interesse privato) spesso in contrasto con quelle dello Stato (motivazioni politiche, sociali, sindacali). Quando poi l’IRI, alla metà degli anni Trenta, mette in vendita parte delle società e delle aziende da essa risanate, incontra delle enormi difficoltà a trovare degli acquirenti, essendo l’unico ente non solo in grado di risanare, ma anche di finanziare e gestire in seguito lo sviluppo di industrie ed aziende. L’intervento dell’IRI è quindi una necessità; la partecipazione statale è una necessità.

Finita la guerra, negli anni Cinquanta l’IRI raggiunge un assetto più strutturato e definito (se non definitivo) e si configura come una superholding a capo di holding più piccole: ingloba la SIP (che ingloba la STET) delle telecomunicazioni, la FINMARE (1937) dei trasporti, la FINSIDER (anch’essa del 1937) del settore siderurgico, FINMECCANICA (1948) del settore meccanico. All’interno di queste macrosocietà ve ne sono altre più piccole, che costruiscono l’Italia di oggi: dai trasporti marittimi (Lloyd Triestino, Italia, Atlantica, Tirrenia) a quelli autostradali (Società Autostrade) e aerei (Alitalia, compagnia di bandiera), dalle telecomunicazioni con la radiotelevisione della RAI ai grandi gruppi industriali come l’Ansaldo-San Giorgio, la Selenia e l’Alfa-Romeo, afferenti a FINMECCANICA. Non ultimo, il settore bancario, con il Banco di Roma, il Credito Italiano e la Banca Commerciale italiana e, nel 1953, il settore energetico del Paese, che con la nascita dell’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) sotto la guida di Enrico Mattei si avvia alla indipendenza energetica. Nel 1961 viene creata, sempre come società dell’IRI, l’ITALSIDER, che gestisce il settore industriale dell’acciaio. L’anno successivo, infine, viene nazionalizzato il settore elettrico.

E’ il momento del boom economico, del miracolo italiano, dell’esplosione e della diffusione dei beni di consumo: macchine utilitarie, lavatrici, frigoriferi, televisori, telefoni diventano beni accessibili ad una buona parte della popolazione, e non più solo chimere tratte dai racconti di chi era stato oltremare, in America, e aveva partecipato a quel sogno americano, all’american way of life. Anche in Italia, dopo due guerre e la crisi, esplode il benessere.

Nel 1950 nasce la Società Autostrade (sempre legata all’IRI) ed inizia la costruzione del sistema autostradale; nel frattempo, il ruolo dell’Istituto di Ricostruzione Industriale assume anche una connotazione più strettamente politica e sociale e l’IRI si occupa della creazione di nuovi impianti siderurgici nel Sud, vicino a Taranto, ed intraprende la costruzione di una nuova linea Alfa Romeo a Napoli, per promuovere lo sviluppo economico nell’Italia Meridionale.
Gli anni Cinquanta sono il momento della crescita strepitosa dell’economia italiana, che continua negli anni Sessanta con alcuni arresti e, soprattutto, con l’incombere della crisi petrolifera del 1973, che penalizza soprattutto le imprese pubbliche.

Le lotte sindacali fanno da sfondo a questo nuovo momento dell’economia italiana, in cui il rapporto tra industria e operai diventa decisamente contrastato: fin dall’inizio degli anni Sessanta le vertenze sindacali vedono una maggiore e sempre crescente partecipazione operaia, mentre Guido Carli, Governatore della Banca d’Italia, avvia nel 1964 una politica deflazionistica, cui consegue un arresto della produzione e un aumento della disoccupazione. La produttività aumenta, ma i salari restano invariati e la situazione si esaspera a tal punto che a Torino, nel 1969, esplode la protesta. Ancora una volta, il conflitto tra industria e industriali da un lato e lavoratori e Stato (che deve garantirli) dall’altro esplode, sottolineando la contraddizione insita nell’assetto del capitalismo italiano.

Dopo la crisi del 1973, vi è un relativo periodo di assestamento e nel 1982 diventa presidente dell’IRI Romano Prodi, che resterà alla guida dell’ente fino al 1989, per poi tornarvi nel 1993, anno in cui viene avviata la politica di privatizzazione delle società di proprietà dell’Istituto, anche se questa, in realtà, ha inizio fin dal 1986, con la vendita dell’Alfa-Romeo alla FIAT, che diviene così l’unica azienda italiana del settore automobilistico.

Poco dopo, nel 1993, viene varato un decreto legge che approva la privatizzazione di ENEL, AGIP, STET, CREDIT, COMIT, INA e, solo due anni dopo, è la volta dell’IMI; nel quinquennio 1995-2000, nel tentativo di risanare conti in rosso e di raggiungere l’efficienza di alcuni settori industriali, vengono privatizzate altre branche dell’industria pubblica, come ad esempio la vendita delle azioni alimentari SME, holding dell’IRI, al cui acquisto era interessato De Benedetti, ostacolato però dall’allora presidente del consiglio Bettino Craxi, e la vendita della TELECOM, questione ancora controversa.

E’ un tratto caratteristico degli anni Novanta il rapporto tra industria e politica secondo una logica di scambio, mentre il debito pubblico, in seguito all’errata linea economica, sale a dismisura: la passività delle partecipazioni statali, la critica situazione dell’IRI portano il governo Amato a velocizzare la procedura di vendita.
Se gli anni Novanta assistono alla privatizzazione di buona parte dell’industria pubblica, anche i grandi gruppi privati, oberati dai debiti contratti nel decennio precedente, sono costretti a prendere provvedimenti: nel 1993 crolla il colosso della Montedison, incapace di fronteggiare i debiti che ammontano a più di trentamila miliardi di lire, divisa tra gruppi di banche private; nel 1996 Carlo De Benedetti abbandona l’Olivetti.
La Pirelli, nonostante l’opera di risanamento, non riesce a divenire guida del settore internazionale dei pneumatici come era originariamente speranza dei suoi dirigenti.

Parallelamente, la piccola impresa dei distretti industriali (principalmente nel Nord Italia) non riesce ad essere sufficientemente competitiva, data la spietata concorrenza dei paesi dell’Est e di quelli in via di sviluppo, che offrono manodopera a prezzi irrisori rispetto al costo del lavoro in Italia e costi di produzione altrettanto bassi. Solo alcune delle aziende nate in queste realtà industriali hanno un iter differente e riescono ad emergere, imponendosi sul mercato internazionale come aziende leader: è il caso della Benetton, dei quattro fratelli Luciano, Carlo, Gilberto e Luciana, che da piccola impresa a conduzione (quasi) familiare, attraverso una strategia pubblicitaria, di vendita e con prezzi competitivi riesce a divenire una multinazionale quotata in borsa (ma pur sempre controllata dalla famiglia Benetton).

Stesso dicasi per la Diesel, nata nei pressi di Vicenza alla fine degli anni Settanta ed ora marchio commerciale; di Golden Lady, altra impresa nostrana dei fratelli Grassi, che acquistano poi Sisì e Omsa. Non solo il settore dell’abbigliamento e della maglieria, tradizionalmente uno dei punti forti della nostra economia, ha una larga visibilità sul mercato internazionale; anche Luxottica, nata come piccola fabbrica che svolge lavori su commissione nel 1961, diviene, alla fine degli anni Ottanta, il primo produttore mondiale di occhiali.

Si nota, da tutti questi esempi, come sia sempre una famiglia (i Benetton, i Ferruzzi, i Grassi, gli Olivetti, gli Agnelli) ad essere dietro al successo dell’una o dell’altra azienda, il che contrasta con il panorama multinazionale che si prospetta innanzi all’economia italiana. Solo la produzione artigiana, manifatturiera, il made in Italy che definiamo con una parola straniera pur sostenendo la necessità di promuovere tutto ciò che italiano (tranne la lingua, sembra) pare avere, in questo momento, un sostegno adeguato da parte dello Stato. Rigorosamente sotto forma di fondi e incentivi pubblici e non come partecipazione azionaria all’una o all’altra azienda.

Il 30 giugno del 2000 l’IRI chiude i battenti, dopo quasi settanta anni di attività. Per tutto questo tempo ha protetto e guidato l’industria italiana impedendole, di fatto, di crollare; tuttavia, l’eccessiva politicizzazione di questo rapporto di lungo periodo e la fine dell’era dei “capitani d’industria” ha portato all’obbligato scontro tra obiettivi economici dell’industria e prerogative dello Stato, oramai divergenti. Già con il patto di Maastricht del 1992, aderendo al quale l’Italia si impegnava ad adottare la moneta unica europea e ad adeguarsi ai parametri economici europei, si pone idealmente fine all’esperienza dello Stato imprenditore; con la vendita delle partecipazioni statali e la conseguente chiusura dell’IRI, nel giugno del 2000 si mette formalmente un punto.

Note:

(1) Si veda in proposito Amatori- Colli, Impresa e Industria in Italia dall’Unità ad Oggi, Venezia 1999

Bibliografia:

Amatori- Colli: Impresa e Industria in Italia dall’unità ad Oggi, Marsilio,Venezia 2003.

Charles Maier, La Rifondazione dell’Europa Borghese, Il Mulino, Bologna 1999.

Silvio Lanaro, Storia dell’Italia Repubblicana, Marsilio, Venezia 1992.



 
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