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Il 2006 è appena terminato. C’è chi vi guarda
con rammarico, chi invece con soddisfazione. Sicuramente è stato un
anno di cambiamenti, sia dal punto di vista istituzionale, sia dal punto
di vista economico. C’è chi ha gioito per l’uscita di scena di Berlusconi,
chi invece ha tifato col batticuore per l’Italia, quella calcistica,
che ha vinto i mondiali. Tra gioie e dolori, però, ci sono alcuni dati
che rispecchiano abbastanza fedelmente lo stato attuale del nostro paese.
Chi sono gli italiani? Quali le loro abitudini?
Attraverso i dati dell’Istat, proveremo a fare una panoramica generale
della situazione attuale del nostro amato stivale. L’Istat è l’Istituto
Nazionale di Ricerca e Statistica ed è un ente pubblico. Presente sin
dal 1926, è il principale diffusore e produttore dei dati statistici,
a supporto dei cittadini e dei decisori pubblici. Opera in piena autonomia
e in continuo contatto con il mondo scientifico ed accademico. L’Istat
ha il difficile compito di analizzare costantemente il termometro del
paese, aggiornando i propri dati di continuo, per poter aiutare la popolazione
a comprendere quale sia lo stato di un determinato fattore in un determinato
momento.
Passiamo ora all’estrapolazione effettiva dei dati di maggior interesse,
per fare questo “ritratto” dell’Italia, sperando che alla fine non si
riveli essere una “caricatura”. Gli italiani alla fine del 2005 erano
58.751.711 di cui 1.334.889 di cittadinanza straniera (percentuale aumentata
notevolmente, tanto che, stando ai dati relativi al 1° Gennaio 2006,
gli stranieri residenti in Italia sarebbero 2.670.514). Ma perché l’Italia
è una meta così ambita per gli stranieri? La risposta è complessa e
va esaminata attraverso l’analisi di alcuni fattori di notevole interesse.
L’Italia è “geograficamente” predisposta ai flussi migratori, difatti
si trova in una posizione di centralità rispetto all’Europa ed è uno
dei paesi più vicini all’Africa. A questa posizione favorevole, si aggiungono
motivi di natura sociale. Gli stranieri, infatti, tendono a formare
nelle diverse città dei piccoli microcosmi e quindi, a seconda della
loro provenienza, si aggregano in piccole comunità quasi assestanti.
In molti casi, addirittura, queste aggregazioni sono il frutto di un
vero e proprio “ricongiungimento familiare”, che rivela quindi un forte
elemento caratterizzante. I flussi migratori, poi, sono favoriti dalla
richiesta di manodopera, che in Italia è insufficiente soprattutto in
alcuni settori, data la scarsa disponibilità degli italiani allo svolgimento
di alcune mansioni particolari.
Ma chi sono gli stranieri e da dove vengono? La percentuale
maggiore proviene dall’est-Europa (con Albania, Romania e Polonia in
testa), e dal nord-Africa (dove primeggiano Tunisia e Marocco). Da questi
dati si è potuta creare una ripartizione percentuale molto interessante,
dalla quale si evince che ogni 10 cittadini stranieri residenti, 4 sono europei,
3 africani, 2 asiatici e 1 americano. Dopo questo excursus multietnico,
torniamo agli italiani.
Da sempre, una delle più grandi convinzioni riguardanti il nostro popolo
è quella che vede l’Italia come la culla della cultura. Ma è davvero
così? A tal proposito, non resta che dare uno sguardo ai dati relativi
al grado di istruzione. Analizzandoli, però, sembra che questa convinzione
sia destinata ad infrangersi e a cadere in mille pezzi. Purtroppo, il
grado di istruzione degli italiani è uno dei più bassi a livello europeo
e in ogni caso ci vede dietro tutte le altre potenze. Considerando l’intera
popolazione a partire dai 6 anni in su (53.854.962), la percentuale
di coloro che hanno una laurea è di appena il 7,5%. Cifra che sale al
26% per quelli che hanno un diploma di scuola media superiore. Il 30%
ha invece almeno conseguito la licenza di scuola media inferiore e il
25,5% quella elementare. I dati che però risaltano di più sono quelli
relativi agli alfabetizzati privi di titoli di studio che sono ben il
9,5%, e quelli relativi agli analfabeti, che in Italia sono addirittura
l’1,5% (782.342).
Questa preoccupante situazione è stata confermata dall’OCSE
(Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico). Education
at a Glance 2006, il rapporto sull’istruzione annuale, conferma le sensazioni
già accennate, tanto che vede l’Italia penultima nel numero di laureati
(peggio di noi solo la Turchia). Appena 11 persone su 100 sono laureate,
in un’età compresa tra 25 e 64 anni. Non solo, per un paese che si autoproclama
“patria della cultura”, essere superati addirittura da Messico, Australia
e Cile è uno smacco imperdonabile.
Fino ad ora abbiamo analizzato i dati relativi alla popolazione,
alla suddivisione dei cittadini stranieri residenti in Italia e alla
preoccupante situazione del grado di istruzione, elementi importanti,
ma che non rendono l’idea della situazione attuale del nostro paese.
Per addentrarci un po’ di più nell’Italia che si appresta a vivere il
2007, ci sarà molto più utile tentare di delineare economicamente il
cittadino medio. Da un’indagine campionaria effettuata dall’Istat su
22.032 famiglie, tra le quali rientrano 56.105 individui distribuiti
in tutta la nazione, il valore rappresentativo della media del reddito
netto per famiglia ammonta a 22.353,00 € all’anno, nonché a 1.863,00
€ al mese. È opportuno analizzare i comportamenti riguardanti la destinazione
del reddito.
Le famiglie con a capo un libero professionista o un imprenditore sono
quelle con il livello di spesa media più alto, 3.657,00 € al mese, equivalente
al doppio della spesa media da parte di famiglie nelle quali la persona
di riferimento non è inserita nel mercato del lavoro. Ovviamente, ciò
si traduce anche in un differente indirizzo di beni e servizi, poiché
le famiglie più “agiate“ destinano un quota di spesa più alta per ciò
che riguarda il tempo libero, l’istruzione, l’abbigliamento e la comunicazione.
Coloro i quali hanno invece un budget maggiormente limitato spendono
una percentuale maggiore per consumi alimentari, la quota ammonta infatti
a più del 20%. Per quanto riguarda gli immobili, sono il 73% le famiglie
italiane che possiedono una casa, mentre il 19% sostiene spese di affitto.
Il restante 8% è caratterizzato da altro tipo di godimento. Ma quali
sono i consumi degli italiani? E soprattutto come spendono il proprio
tempo libero?
Uno dei maggiori interessi degli italiani è sicuramente quello
per i telefoni cellulari. L’Italia, da una recente ricerca, risulta
essere al terzo posto in Europa (dietro solo al Lussemburgo e alla Svezia)
per consumo di telefonini. Nel nostro paese, infatti, sono ormai più
i cellulari che le persone. Con 63.000.000 di apparecchi ( ben 108,4
telefonini ogni 100 abitanti!) è ormai chiaro che questo tipo di mercato
in Italia ha trovato un terreno molto fertile, soprattutto tra i giovani
(ben l’87% dei ragazzi al di sotto dei 29 anni possiede un telefonino).
Questo perché l’uso che ne fanno è diverso da quello degli
adulti, che vedono ancora il cellulare principalmente come telefono
e poco usufruiscono degli altri mille tipi di funzioni che ormai sono
presenti in tutti gli apparecchi. Questo fenomeno può essere analizzato
anche da un punto di vista sociale. Tra gli adolescenti, infatti, il
telefonino rappresenta un elemento aggregativo. Chi non ha mai sentito
parlare di ragazzi che si sono conosciuti attraverso il cellulare? Oramai
l’uso di questi apparecchi fa parte del patrimonio dei costumi di noi
italiani e l’importanza che il mercato economico riserva a questo settore
ne è la prova più evidente.
Per quanto riguarda il tempo libero, interessante è il dato riguardante
la televisione. Difatti il 94,7% della popolazione dai 3 anni in su
la vede per più di qualche giorno alla settimana, mentre il dato scende
passando all’ascolto radiofonico, che si attesta al 64,6%. Uscendo dalle
mura domestiche, invece, tra i passatempi preferiti ci sono sicuramente
il cinema (48,1%), e gli spettacoli sportivi (29%). Un altro passatempo
degli italiani è la frequentazione di discoteche (26,3%), mentre di
scarso interesse sono i teatri (17,9%) e i concerti di musica classica
(8,8%).
Lo Stivale, poi, è famoso in tutto il mondo per la sua produzione di
vini, tanto che da sempre siamo in competizione con la Francia per il
primato della bontà dei nostri prodotti “degustabili”. Sono sempre di
più, infatti, le enoteche che si trovano sparse nelle nostre città.
A questo punto, sembra doveroso prendere in esame il consumo e l’abuso
di alcool, che negli ultimi 12 mesi riguarda il 69,7% della popolazione
dagli 11 anni in su (circa 36.000.000). Il consumo di alcool è più diffuso
nelle regioni del nord-est (Veneto, Trentino-Alto Adige, Friuli Venezia-Giulia).
Una nota curiosa riguarda il collegamento tra il grado di istruzione
e il consumo di alcool. Difatti, sembra che all’aumentare del titolo
di studio aumenti anche la tendenza al consumo di bevande alcoliche.
Questo avviene soprattutto tra le donne: tra le meno istruite (con al
massimo la licenza elementare) il 46,1 consuma alcool, mentre tra le
laureate la percentuale raggiunge il 73,8%.
Da un punto di vista più generale, è utile analizzare la situazione
del nostro paese prendendo come riferimento un importante dato macroeconomico:
il PIL (Prodotto interno lordo). Possiamo definirlo come la variabile
che misura la ricchezza di un paese ed equivale alla somma dei beni
e servizi prodotti in un dato momento. Per quanto concerne l’Italia,
il Pil è cresciuto dell’ 1,7% nel trimestre Luglio Agosto Settembre
2006 rispetto allo stesso periodo del 2005. Rispetto invece al trimestre
precedente dell’anno 2006, l’Italia si trova in penultima posizione
nei confronti di altri paesi dell’Unione Europea. Solamente in Francia
non si sono registrate variazioni, mentre in Italia si è avuto un incremento,
nei mesi di Aprile Maggio e Giugno, dello 0,3%; in Germania dello 0,6%
e nel Regno Unito dello 0,7%. Concludiamo con un’interessante prospettiva
sulle previsioni demografiche nazionali fino al 2050.
Si presuppone innanzitutto che vi sia in questo periodo un ulteriore
aumento dei livelli di sopravvivenza rispetto a quanto non si sia già
verificato negli ultimi anni. Nello specifico, la vita media dovrebbe
crescere per gli uomini da 77,4 nel 2005 a 83,6 anni nel 2050, mentre
per le donne dovrebbe crescere da 83,3 nel 2005 a 88,8 nel 2050. Anche
dal punto di vista della fertilità si dovrebbe assistere ad un aumento,
che passerebbe da 1,3 figli per donna nel 2005 a 1,6 figli nel 2050.
Si ipotizza infine un continuo aumento delle migrazioni nel nostro paese,
di circa 150.000 individui annui per tutto il periodo preso in considerazione
(se ciò si dovesse verificare, nel 2050 in Italia ci dovrebbero essere
all’incirca 8.000.000 di immigrati stranieri).
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