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Reza Palavi, Khomeini, Rafsanjani, Kathami
e infine Ahmadinejad. La storia recente dell’Iran ruota prepotentemente
attorno a questi cinque uomini. Sono loro ad aver segnato la politica
del paese. Sono loro ad aver deciso il destino degli iraniani negli
ultimi decenni. Un destino per certi versi sfortunato, certamente non
florido come avrebbe potuto essere.
Il dispotismo politico prima e il fanatismo religioso poi hanno
ostacolato un processo di crescita che avrebbe permesso agli iraniani
di primeggiare, economicamente e intellettualmente, non solo in Medioriente.
Invece l’Iran di oggi è ancora una terra lacerata dai conflitti che
la storia le ha riservato. I cimiteri di Teheran piangono le migliaia
di giovani che, costretti a versare il proprio sangue in nome della
guerra - quella con l’Iraq è durata otto anni - sono stati ferocemente
strappati alla vita. Le loro fotografie invadono quegli immensi spazi
silenziosi e contemplativi. I loro occhi sembrano voler urlare una rabbia
che non ha fatto in tempo a esplodere, soffocata dalla paura di non
riuscire a salvarsi, di non poter più respirare il profumo dei gelsomini
o sentire il famoso canto degli uccelli osannato nell’antica poesia
persiana.
Il popolo iraniano è pieno di rancore per una storia recente
che non li ha certo favoriti. Un sentimento nostalgico diffuso rievoca
spesso il ritorno alla monarchia. Lo Scià non era migliore degli ayatollah.
Ugualmente corrotto. Ugualmente tiranno e fanatico. Ma allora si respirava
una maggiore aria di libertà. Il dissenso politico era gravemente condannato,
però la vita sociale era vivace. Nessuna repressione per i ragazzi innamorati,
nessun velo obbligatorio per coprire le naturali forme del corpo femminile.
Donne e uomini potevano passeggiare liberamente per strada
senza incorrere nelle fastidiose e oltraggiose incursioni della polizia
come invece accade oggi. La sfera politica e sociale non incrociava
mai quella religiosa. Nell’Iran di Khomeini, la separazione tra potere
politico e campo religioso diventa evanescente.
Nel 1979, anno della rivoluzione khomeinista, lo Scià è costretto a
lasciare Teheran, il potere e tutti i suoi beni, per sfuggire alla rivolta
interna e salvarsi la pelle trovando rifugio all’estero. Era l’anno
della svolta, della speranza. Il popolo iraniano, stanco delle ingiustizie
della monarchia, stanco di dover subire scelte politiche che arricchivano
gli stranieri togliendo lavoro e ricchezza agli iraniani, decide di
appoggiare l’ayatollah Khomeini e rovesciare lo Scià di Persia.
Il regime teocratico prende in mano le sorti del paese, promette
lavoro ai disoccupati, una più equa distribuzione delle risorse e soprattutto
si impegna a mandar via tutti gli stranieri, in particolar modo gli
americani, che si erano arricchiti, appoggiati dallo Scià Reza Palavi,
a scapito degli iraniani. Fomentando l’odio contro gli americani, gli
ayatollah si conquistano l’appoggio di tutta quella parte della nazione
– l’assoluta maggioranza - che viveva in condizioni di povertà. È così
che tramonta l’epoca dello Scià. È così che inizia quella degli ayatollah.
Attratti dalle promesse di una vita migliore, gli iraniani
si ritrovano intrappolati in un regime forse addirittura peggiore. La
democrazia rimane un miraggio e il paese, tra guerre, autarchia, isolamento,
dittatura, privazione della libertà individuale, non solo stagna, ma
indietreggia spaventosamente di almeno qualche decennio.
Dove hanno sbagliato gli iraniani? E dove continuano a sbagliare? Hanno
semplicemente scelto tra due mali quello che pensavano fosse il minore,
un po’ come accade anche in Italia ad ogni elezione. Si sono fidati
delle promesse dei religiosi, ma non ci hanno messo molto a capire che
l’agognata trasformazione non sarebbe avvenuta con loro.
Dal 1980 ad oggi sono passati 27 anni. Da Khomeini fino a Ahmadinejad,
passando per Rfsanjani e Kathami, la società iraniana è rimasta sostanzialmente
la stessa. La povertà non è stata sconfitta, le ingiustizie non sono
state combattute. La libertà di pensiero e quella d’azione, il dissenso
politico, sono stati repressi e continuano ad essere repressi con pene
spesso capitali.
Quanti ragazzi, quanti studenti sono misteriosamente scomparsi
solo perché hanno espresso la loro critica al governo del paese? Le
uniche trasformazioni che in questi anni hanno toccato la società iraniana
sono state indotte dagli iraniani stessi e non dalla classe politica,
troppo impegnata a far coprire le donne, a controllare qualsiasi forma
di opposizione, a farsi corrompere ed estorcere denaro per chiudere
un occhio quando necessario. I politici iraniani sono troppo occupati
a difendere il proprio potere e lo status quo per accorgersi che la
società ha bisogno di aiuto, che gli anziani non possono vivere senza
una pensione, che i giovani non possono sposarsi se non hanno un lavoro,
che una fascia ancora troppo ampia della popolazione vive in condizioni
di assoluta marginalità, che la nazione non cresce, nonostante le risorse
di cui dispone - si pensi solo al petrolio - e che il programma di arricchimento
nucleare non servirà a far crescere il paese, ma ad arricchire chi in
Iran è già facoltoso.
E invece di cosa si preoccupa il governo? Di far chiudere i
giornali contrari alla politica del regime. Di togliere le parabole
alle famiglie che vogliono sfuggire all’oppressione del paese guardando
la televisione satellitare. Di importunare per strada i ragazzi innamorati
che vogliono semplicemente vivere la loro vita. Di punire con la vita
le donne colpevoli di adulterio. L’elenco potrebbe continuare all’infinito.
Questo è l’Iran, purtroppo. Ma questo è l’Iran ufficiale, quello raccontato
dai media, quello trasmesso dalle immagini televisive e riportato dalle
pagine dei giornali. Questo è l’Iran che i politici hanno contribuito
a spogliare.
Chi conosce la società iraniana, chi in Iran ha vissuto, chi
con gli iraniani ha condiviso le imposizioni del regime, sa che l’Iran
non è solo povertà, non è solo fanatismo religioso. Gli iraniani sono
la vera risorsa del paese. In questi ultimi decenni hanno imparato a
sopravvivere alla dittatura glissandola. Le donne, gli studenti, hanno
progressivamente riconquistato i propri spazi, le proprie libertà. Lentamente,
in maniera quasi impercettibile, le ragazze hanno iniziato a scoprire
i capelli che oggi in buona parte fuoriescono dal velo. Gli spolverini
lunghi fino alle caviglie e larghi sono stati sostituiti da soprabiti
quasi aderenti che non arrivano al ginocchio. Il trucco si è fatto sempre
più evidente, così come lo smalto sui piedi, oramai scoperti, e sulle
mani.
Trasformazioni che possono far sorridere chi non conosce quella
realtà, ma che rappresentano vere e proprie conquiste per la femminilità
iraniana, costretta a nascondere il proprio corpo sotto un chador imposto.
Con la diffusione di Internet e dei blog, il regime non può più controllare
tutto e tutti. Così i giovani recuperano la possibilità di esprimersi
liberamente.
Il malcontento sulla politica del regime è ormai diffuso e
di questo i politici sono consapevoli. Continuano a promettere svolte
importanti, ma, come sempre, deludono le aspettative. Ahmadinejad ha
vinto le elezioni, nonostante il suo conservatorismo, perché ha fatto
leva sui bisogni della popolazione povera, cavalcando l’onda dell’insoddisfazione
scatenata dal mancato riformismo del precedente governo Kathami. Ancora
una volta, in Iran la scelta dei cittadini è stata condizionata dalle
delusioni della precedente politica e dalle aspettative di una vera
svolta.
È presto per dire se Ahmadinejad risolleverà le sorti del paese. Il
suo programma nucleare non servirà allo sviluppo della popolazione,
di questo gli iraniani sono convinti. La vera rivoluzione in Iran avverrà
solo quando ci sarà posto per un moderno stato democratico. Ma non possono
essere gli Stati Uniti ad imporlo. Il destino del paese è inevitabilmente
nelle mani degli iraniani stessi. Saranno loro, con un processo che
parte dal basso e che progressivamente pervade tutti gli ambiti della
società, a restituire gloria all’antica Persia.
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