Duemilaséttete! / n°284
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Iran, la rivoluzione mancata degli ayatollah
  "Dal 1980 ad oggi sono passati 27 anni. Da Khomeini fino a Ahmadinejad, passando per Rfsanjani e Kathami, la società iraniana è rimasta sostanzialmente la stessa. La povertà non è stata sconfitta, le ingiustizie non sono state combattute."
di Monica Satriano / foto tratta da www.cs.washington.edu
 

Reza Palavi, Khomeini, Rafsanjani, Kathami e infine Ahmadinejad. La storia recente dell’Iran ruota prepotentemente attorno a questi cinque uomini. Sono loro ad aver segnato la politica del paese. Sono loro ad aver deciso il destino degli iraniani negli ultimi decenni. Un destino per certi versi sfortunato, certamente non florido come avrebbe potuto essere.

Il dispotismo politico prima e il fanatismo religioso poi hanno ostacolato un processo di crescita che avrebbe permesso agli iraniani di primeggiare, economicamente e intellettualmente, non solo in Medioriente. Invece l’Iran di oggi è ancora una terra lacerata dai conflitti che la storia le ha riservato. I cimiteri di Teheran piangono le migliaia di giovani che, costretti a versare il proprio sangue in nome della guerra - quella con l’Iraq è durata otto anni - sono stati ferocemente strappati alla vita. Le loro fotografie invadono quegli immensi spazi silenziosi e contemplativi. I loro occhi sembrano voler urlare una rabbia che non ha fatto in tempo a esplodere, soffocata dalla paura di non riuscire a salvarsi, di non poter più respirare il profumo dei gelsomini o sentire il famoso canto degli uccelli osannato nell’antica poesia persiana.

Il popolo iraniano è pieno di rancore per una storia recente che non li ha certo favoriti. Un sentimento nostalgico diffuso rievoca spesso il ritorno alla monarchia. Lo Scià non era migliore degli ayatollah. Ugualmente corrotto. Ugualmente tiranno e fanatico. Ma allora si respirava una maggiore aria di libertà. Il dissenso politico era gravemente condannato, però la vita sociale era vivace. Nessuna repressione per i ragazzi innamorati, nessun velo obbligatorio per coprire le naturali forme del corpo femminile.

Donne e uomini potevano passeggiare liberamente per strada senza incorrere nelle fastidiose e oltraggiose incursioni della polizia come invece accade oggi. La sfera politica e sociale non incrociava mai quella religiosa. Nell’Iran di Khomeini, la separazione tra potere politico e campo religioso diventa evanescente.

Nel 1979, anno della rivoluzione khomeinista, lo Scià è costretto a lasciare Teheran, il potere e tutti i suoi beni, per sfuggire alla rivolta interna e salvarsi la pelle trovando rifugio all’estero. Era l’anno della svolta, della speranza. Il popolo iraniano, stanco delle ingiustizie della monarchia, stanco di dover subire scelte politiche che arricchivano gli stranieri togliendo lavoro e ricchezza agli iraniani, decide di appoggiare l’ayatollah Khomeini e rovesciare lo Scià di Persia.

Il regime teocratico prende in mano le sorti del paese, promette lavoro ai disoccupati, una più equa distribuzione delle risorse e soprattutto si impegna a mandar via tutti gli stranieri, in particolar modo gli americani, che si erano arricchiti, appoggiati dallo Scià Reza Palavi, a scapito degli iraniani. Fomentando l’odio contro gli americani, gli ayatollah si conquistano l’appoggio di tutta quella parte della nazione – l’assoluta maggioranza - che viveva in condizioni di povertà. È così che tramonta l’epoca dello Scià. È così che inizia quella degli ayatollah.

Attratti dalle promesse di una vita migliore, gli iraniani si ritrovano intrappolati in un regime forse addirittura peggiore. La democrazia rimane un miraggio e il paese, tra guerre, autarchia, isolamento, dittatura, privazione della libertà individuale, non solo stagna, ma indietreggia spaventosamente di almeno qualche decennio.

Dove hanno sbagliato gli iraniani? E dove continuano a sbagliare? Hanno semplicemente scelto tra due mali quello che pensavano fosse il minore, un po’ come accade anche in Italia ad ogni elezione. Si sono fidati delle promesse dei religiosi, ma non ci hanno messo molto a capire che l’agognata trasformazione non sarebbe avvenuta con loro.

Dal 1980 ad oggi sono passati 27 anni. Da Khomeini fino a Ahmadinejad, passando per Rfsanjani e Kathami, la società iraniana è rimasta sostanzialmente la stessa. La povertà non è stata sconfitta, le ingiustizie non sono state combattute. La libertà di pensiero e quella d’azione, il dissenso politico, sono stati repressi e continuano ad essere repressi con pene spesso capitali.

Quanti ragazzi, quanti studenti sono misteriosamente scomparsi solo perché hanno espresso la loro critica al governo del paese? Le uniche trasformazioni che in questi anni hanno toccato la società iraniana sono state indotte dagli iraniani stessi e non dalla classe politica, troppo impegnata a far coprire le donne, a controllare qualsiasi forma di opposizione, a farsi corrompere ed estorcere denaro per chiudere un occhio quando necessario. I politici iraniani sono troppo occupati a difendere il proprio potere e lo status quo per accorgersi che la società ha bisogno di aiuto, che gli anziani non possono vivere senza una pensione, che i giovani non possono sposarsi se non hanno un lavoro, che una fascia ancora troppo ampia della popolazione vive in condizioni di assoluta marginalità, che la nazione non cresce, nonostante le risorse di cui dispone - si pensi solo al petrolio - e che il programma di arricchimento nucleare non servirà a far crescere il paese, ma ad arricchire chi in Iran è già facoltoso.

E invece di cosa si preoccupa il governo? Di far chiudere i giornali contrari alla politica del regime. Di togliere le parabole alle famiglie che vogliono sfuggire all’oppressione del paese guardando la televisione satellitare. Di importunare per strada i ragazzi innamorati che vogliono semplicemente vivere la loro vita. Di punire con la vita le donne colpevoli di adulterio. L’elenco potrebbe continuare all’infinito. Questo è l’Iran, purtroppo. Ma questo è l’Iran ufficiale, quello raccontato dai media, quello trasmesso dalle immagini televisive e riportato dalle pagine dei giornali. Questo è l’Iran che i politici hanno contribuito a spogliare.

Chi conosce la società iraniana, chi in Iran ha vissuto, chi con gli iraniani ha condiviso le imposizioni del regime, sa che l’Iran non è solo povertà, non è solo fanatismo religioso. Gli iraniani sono la vera risorsa del paese. In questi ultimi decenni hanno imparato a sopravvivere alla dittatura glissandola. Le donne, gli studenti, hanno progressivamente riconquistato i propri spazi, le proprie libertà. Lentamente, in maniera quasi impercettibile, le ragazze hanno iniziato a scoprire i capelli che oggi in buona parte fuoriescono dal velo. Gli spolverini lunghi fino alle caviglie e larghi sono stati sostituiti da soprabiti quasi aderenti che non arrivano al ginocchio. Il trucco si è fatto sempre più evidente, così come lo smalto sui piedi, oramai scoperti, e sulle mani.

Trasformazioni che possono far sorridere chi non conosce quella realtà, ma che rappresentano vere e proprie conquiste per la femminilità iraniana, costretta a nascondere il proprio corpo sotto un chador imposto. Con la diffusione di Internet e dei blog, il regime non può più controllare tutto e tutti. Così i giovani recuperano la possibilità di esprimersi liberamente.

Il malcontento sulla politica del regime è ormai diffuso e di questo i politici sono consapevoli. Continuano a promettere svolte importanti, ma, come sempre, deludono le aspettative. Ahmadinejad ha vinto le elezioni, nonostante il suo conservatorismo, perché ha fatto leva sui bisogni della popolazione povera, cavalcando l’onda dell’insoddisfazione scatenata dal mancato riformismo del precedente governo Kathami. Ancora una volta, in Iran la scelta dei cittadini è stata condizionata dalle delusioni della precedente politica e dalle aspettative di una vera svolta.

È presto per dire se Ahmadinejad risolleverà le sorti del paese. Il suo programma nucleare non servirà allo sviluppo della popolazione, di questo gli iraniani sono convinti. La vera rivoluzione in Iran avverrà solo quando ci sarà posto per un moderno stato democratico. Ma non possono essere gli Stati Uniti ad imporlo. Il destino del paese è inevitabilmente nelle mani degli iraniani stessi. Saranno loro, con un processo che parte dal basso e che progressivamente pervade tutti gli ambiti della società, a restituire gloria all’antica Persia.

 
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