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I capricci del clima sono sempre più bizzarri.
Uomo e natura sono prossimi al divorzio? Gli orsi stentano ad andare
in letargo, visto che gli inverni non sono così rigidi; la neve di Cortina
è tutta a Malibù in California; le casalinghe, più o meno disperate,
si ritrovano nella borsa della spesa i carciofi cinquanta giorni prima;
le donne già pensano ad un altro fiore simbolo per l’otto marzo, perché
le tradizionali mimose saranno già sfiorite.
Teatro di questi fenomeni che definiamo meteorologici è la
troposfera, la cui quota varia dal livello del suolo fino a 16 km sopra
la superficie terrestre. Proprio in questa sezione di atmosfera si verificano
delle “sorprese” a volte curiose, ma sempre più spesso inquietanti.
Lo scioglimento dei ghiacci dei poli, l’aumento della frequenza degli
uragani, tornado, temporali, grandinate ben al di fuori della media,
ha creato un certo allarme fra gli indigeni terrestri, che hanno un
discreto margine di connivenza con tutto questo.
Nessuno può dimenticare l’uragano Katrina, che ha messo in ginocchio
New Orleans e devastato parte del sud est degli Stati Uniti, fino all’attualissimo
Kyrill. Questo ciclone “della porta accanto” ha provocato morti e problemi
in un’Europa più vulnerabile di quanto essa stessa immaginasse. Raffiche
di vento violentissime hanno causato incidenti stradali, scoperchiato
case, sradicato alberi, bloccato aeroporti, stazioni ferroviarie e,
dulcis in fundo, interrotto la preziosissima erogazione di energia elettrica.
Per quanto l’uomo sembri vittima, il protocollo di Kyoto, ratificato
da 160 nazioni, ha denunciato, quale gravissima anomalia climatica,
il surriscaldamento globale della terra di circa 0.6 gradi negli ultimi
100 anni. Ridurre le immissioni di gas serra - Anidride Carbonica (CO2),
Metano (CH4), Protossido di Azoto (N2O), Idrofluorocarburi (Hfc), Perfluorocarburi
(Pfc), Esafluoruro di zolfo (Sf6) - colpevoli del misfatto, è un proposito
rimasto sulla carta, che per il momento non sembra aver portato alcun
risvolto positivo; almeno da come reagisce la natura.
Una natura che continua a subire violenza, con una sistematica distruzione
non solo delle foreste pluviali tropicali, ma anche di quelle boreali.
La conseguenza immediata nel primo caso avviene a livello locale con
forti sbalzi di temperatura fra il giorno molto caldo e la notte più
fredda, nel secondo si prevede una dispersione di calore molto elevata.
Altra situazione di alterazione climatica si verifica negli agglomerati
urbani, che tendono, già per la loro configurazione, ad assorbire molta
energia solare. Se si unisce a ciò un mix di sostanze emesse da industrie,
macchine, riscaldamento domestico e non, avremmo da respirare e subire
nebbie fotochimiche, pioggia acida. Neppure i venti possono intervenire,
a causa ai grattaceli che ne rallentano la velocità.
Ricapitolando, le cause del cambiamento così repentino del clima, sarebbero
imputabili al riscaldamento globale, all’effetto serra, alle deforestazioni,
alla proliferazione dei centri urbani, e all’immancabile tematica del
buco dell’ozono. Quindi, l’essere umano dovrebbe essere processato per
direttissima per omicidio colposo della terra e suicidio consapevole
di se stesso.
Robert Kandel, direttore di ricerca al CNRS, autore de “L’incertezza
del clima”, valuta la situazione con una prospettiva diversa, in cui,
scagiona l’uomo e, al contempo, assolve la natura: “Intendo
lasciare per un momento da parte il catastrofismo di moda, per affrontare
il problema dell’ incertezza dei climi, in quanto scienziato ricercatore…le
ricerche sul clima progrediscono grazie agli apporti di un numero notevole
di discipline: meteorologia e climatologia, certo, ma anche glaciologia,
oceanografia, astronomia, botanica, palentologia e molte altre ancora”.
Insomma, lo studioso francese dà alla scienza dei climi valenza
concreta e interdisciplinare, partendo dal presupposto “che
la regolarità che definisce il clima comprende la variabilità, e in
molti luoghi un’annata nella quale la temperatura seguisse fedelmente
il ciclo annuale medio senza alcuno scarto sarebbe un’annata davvero
anormale. Se qualcosa di normale c’è in materia di clima è proprio la
variabilità”.
Nel suo testo, Kandel elenca una miriade di studi effettuati dalla paleoclimatologia.
Ricerche che hanno tentato e, tutt’ora tentano, di catalogare i fenomeni
climatici del passato per capire quelli futuri. Tutto sommato bolle
d’aria intrappolate in carote glaciali o sedimenti estratti dagli abissi
hanno provato che cambiamenti repentini di temperatura e del clima si
verificavano anche 130.000 anni fa in maniera globale. Da ciò si dedurrebbe
che a prescindere dall’uomo, la natura ha i suoi equilibri e procede
con o senza di lui. Il primo passo, per capire a fondo la scienza dei
climi, è prendere le distanze dalle aspettative sociali, politiche ed
economiche che finiscono inevitabilmente per pilotarne le conclusioni.
Segue un regolare, globale, collettivo monitoraggio dell’atmosfera,
reso possibile dagli scambi di informazione fra tutti i paesi del mondo.
Purtroppo rimarrà un sistema di osservazione sempre incompleto se risulteranno
esclusi i paesi del terzo mondo, che non hanno i mezzi per inserirsi
in questo circuito. Seguendo queste due strade, secondo lo studioso,
si potrebbe convivere in modo non angoscioso e catastrofico con la natura.
“La ricerca scientifica che passa, per vie diverse dall’osservazione
spaziale all’elaborazione di modelli numerici può ridurre le incertezze,
anche se evidentemente non potrà mai cancellarle.”
Abbiamo provato a “ridurre le incertezze” intervistando il dottor
Franco Vivona, Responsabile dell’Unità Operativa dell’Istituto di Scienze
dell’Atmosfera e del Clima del CNR di Roma.
Quali sono le principali motivazioni delle variazioni climatiche
a livello globale?
F. Vivona: “Le variazioni climatiche in atto da circa 30 anni si
possono considerare, in termini generali, come la somma di variazioni
periodiche naturali (cui va incontro da sempre il nostro Pianeta) e
di fenomeni particolari - leggasi effetto dei gas serra - indotti dalle
attività umane.”
Quali di queste cause sono imputabili all'uomo e quali invece
alla natura? F.Vivona: “Le cause naturali sono rilevabili
da sempre nella storia della Terra, che ha alternato periodi freddi
o glaciali a periodi caldi, ciascuno dei quali ha comportato, per il
nostro Pianeta variazioni o sconvolgimenti più o meno rilevanti, soprattutto
per la flora e per la fauna, meno per l'uomo, che è riuscito sempre
ad adattarsi abbastanza bene a questi progressivi mutamenti dell'ambiente
nel quale si trovava a vivere; all'uomo si devono poi attribuire i forti
incrementi delle emissioni "venefiche" nella nostra atmosfera, dalla
anidride carbonica alle polveri sottili, passando per gas o altri inquinanti
di tutti i generi, tutti dannosi per gli equilibri della stessa atmosfera
e dell'ambiente in generale.”
Che cosa ne pensa della teoria del caos del meteorologo
Edward Lorenz a cui è seguita quella dell’effetto farfalla? Questa teoria
non può scagionare l'uomo da molte responsabilità in merito agli sconvolgimenti
climatici che si verificano nella troposfera?
F. Vivona: “Ovviamente, su questi argomenti così importanti
e così vitali si scatenano teorie di tutti i generi, tutte rispettabili,
nel loro ambito, ma difficili da verificare nei brevi tempi della vita
umana (circa cento anni!); queste variazioni presentano una scala dei
tempi molto più lunga, migliaia o decine di migliaia di anni, e quindi
sfuggono ad ipotesi e teorie che gli stessi scienziati non avranno poi
modo di verificare ‘in vita’ !”
Che cosa ci dobbiamo aspettare in futuro: una nuova glaciazione
o come sembra più probabile, con lo scioglimento del ghiaccio dei poli,
un forte aumento della temperatura globale e l'innalzamento del livello
dell'acqua degli oceani?
F. Vivona:“La tendenza che si nota in questi anni
recenti riguarda una progressiva crescita della temperatura media dell'aria
(circa 0.6 gradi centigradi); questo fenomeno comporta un progressivo
scioglimento dei ghiacciai delle Alpi in Europa e di altre catene montuose
negli altri continenti, accompagnato da un lento innalzamento delle
acque dei mari e degli oceani; non è al momento prevedibile fino a quando
questo fenomeno potrebbe durare.
Gli scienziati si suddividono attualmente nelle due categorie opposte,
da una parte i "catastrofisti" che prevedono e calcolano con modelli
di vario genere le peggiori sciagure e iatture per il nostro Pianeta
e per le popolazioni delle zone a più alto rischio ambientale; dall'altra
parte si schierano gli "ottimisti", i quali, adottando modelli teorici
di calcolo altrettanto validi ed affidabili di quelli dei catastrofisti,
prevedono invece che questi fenomeni, dopo aver raggiunto i rispettivi
"massimi" nei prossimi anni o decenni, rientreranno poi nell'alveo della
normalità, riportando le condizioni ambientali e di vita sulla Terra
a livelli maggiormente controllabili e confortevoli per tutta l'umanità,
sia quella dei Paesi industrializzati, sia quella dei Paesi in via di
sviluppo; chi abbia ragione non è dato sapere ad oggi, ma si può ragionevolmente
pensare che, come al solito, la "verità" stia ancora una volta a metà
strada tra le previsioni degli ottimisti e quelle dei catastrofisti!”
Come può intervenire l'uomo per correre ai ripari in modo
corretto e rispettoso dell'ambiente senza turbare la sua qualità della
vita?
F.Vivona: “Alcuni anni or sono è stato firmato a Kyoto
il famoso ed importante Protocollo, che impegna tutti i Paesi del mondo
a contenere tutte le emissioni, dannose per l'ambiente, per la natura
e per l'uomo; i parametri previsti dal Protocollo di Kyoto in effetti
vengono applicati con molto ritardo e con molta lentezza da tutti i
Paesi firmatari (Italia compresa); quindi la situazione generale e particolare
si va facendo sempre più complessa e quindi appare urgente intervenire
con decisione e con determinazione, senza più indugi, rinnovando gli
impegni concreti e fondamentali, contenuti nei vari articoli del Protocollo
stesso (si sta prospettando infatti una seconda fase del Protocollo
- dal 2012 al 2018 - dopo questa prima fase che si concluderà, con quali
risultati concreti non è dato sapere, nel 2012).”
Intanto fra ottimisti e catastrofisti, c’è chi come chi scrive ha cominciato
ad essere più attenta alle previsioni meteorologiche.
Secondo il Capitano Conti, meteorologo della sezione operativa
dell’Aeronautica Militare, per evitare “sorprese climatiche” occorre
intensificare le reti di osservazione in modo capillare e soprattutto
potenziare lo scambio di dati e informazioni fra i diversi centri meteorologici.
Per esempio, è consolidata la collaborazione fra il Centro Nazionale
di Meteorologia e Climatologia Aeronautica di Pratica di Mare e il Centro
Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine a Reading in
Inghilterra.
Il Capitano aggiunge che solo con la cooperazione internazionale
si potrà avere un approccio costruttivo e non allarmistico al problema.
Per quanto la meteorologia possa elaborare dati che porteranno alla
previsioni, sempre letteralmente di previsioni si tratta. Il clima rispetto
a tutti i problemi che attanagliano il pianeta ci ha tutti in pugno
dovunque ci troviamo, dall’attico esclusivo a Parigi all’ultima favelas
di Rio de Janeiro.
Kyrill e Katrina non hanno certo bussato, prima di varcare l’ingresso
dell’occidente, devastandolo anche nella sua parte ricca industrializzata.
::. Bibliografia:
- L.J.Battan, “Violenze dell’atmosfera”, Stamperia
Artistica, Torino, 1978
- F.Wilson, S. Dunlop, “Guida alla previsione del tempo”, Zanichelli,
Bologna, 1993
- R.Whitaker, “Meteorologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara
, 1997
- R. Kandel, “L’incertezza del clima”, Einaudi, Torino, 1999
- www.meteoam.it
- www.meteomin.it
- www.corriere.it
- Intervista al Capitano Conti, meteorologo della sezione operativa
dell’Aeronautica Militare.
- Intervista al Dottor Franco Vivona, Responsabile dell’ Unità Operativa
ISAC del CNR di Roma.
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