Duemilaséttete! / n°284
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Che tempo non fa…
  "Come mai il mondo è così brutto? Sì, siamo stati noi a rovinare questo capolavoro sospeso nel cielo." – Adriano Celentano, Mondo in Mi7.
di Francesca De Marco / foto di Pino Ramos
 

I capricci del clima sono sempre più bizzarri. Uomo e natura sono prossimi al divorzio? Gli orsi stentano ad andare in letargo, visto che gli inverni non sono così rigidi; la neve di Cortina è tutta a Malibù in California; le casalinghe, più o meno disperate, si ritrovano nella borsa della spesa i carciofi cinquanta giorni prima; le donne già pensano ad un altro fiore simbolo per l’otto marzo, perché le tradizionali mimose saranno già sfiorite.

Teatro di questi fenomeni che definiamo meteorologici è la troposfera, la cui quota varia dal livello del suolo fino a 16 km sopra la superficie terrestre. Proprio in questa sezione di atmosfera si verificano delle “sorprese” a volte curiose, ma sempre più spesso inquietanti. Lo scioglimento dei ghiacci dei poli, l’aumento della frequenza degli uragani, tornado, temporali, grandinate ben al di fuori della media, ha creato un certo allarme fra gli indigeni terrestri, che hanno un discreto margine di connivenza con tutto questo.

Nessuno può dimenticare l’uragano Katrina, che ha messo in ginocchio New Orleans e devastato parte del sud est degli Stati Uniti, fino all’attualissimo Kyrill. Questo ciclone “della porta accanto” ha provocato morti e problemi in un’Europa più vulnerabile di quanto essa stessa immaginasse. Raffiche di vento violentissime hanno causato incidenti stradali, scoperchiato case, sradicato alberi, bloccato aeroporti, stazioni ferroviarie e, dulcis in fundo, interrotto la preziosissima erogazione di energia elettrica.

Per quanto l’uomo sembri vittima, il protocollo di Kyoto, ratificato da 160 nazioni, ha denunciato, quale gravissima anomalia climatica, il surriscaldamento globale della terra di circa 0.6 gradi negli ultimi 100 anni. Ridurre le immissioni di gas serra - Anidride Carbonica (CO2), Metano (CH4), Protossido di Azoto (N2O), Idrofluorocarburi (Hfc), Perfluorocarburi (Pfc), Esafluoruro di zolfo (Sf6) - colpevoli del misfatto, è un proposito rimasto sulla carta, che per il momento non sembra aver portato alcun risvolto positivo; almeno da come reagisce la natura.

Una natura che continua a subire violenza, con una sistematica distruzione non solo delle foreste pluviali tropicali, ma anche di quelle boreali. La conseguenza immediata nel primo caso avviene a livello locale con forti sbalzi di temperatura fra il giorno molto caldo e la notte più fredda, nel secondo si prevede una dispersione di calore molto elevata. Altra situazione di alterazione climatica si verifica negli agglomerati urbani, che tendono, già per la loro configurazione, ad assorbire molta energia solare. Se si unisce a ciò un mix di sostanze emesse da industrie, macchine, riscaldamento domestico e non, avremmo da respirare e subire nebbie fotochimiche, pioggia acida. Neppure i venti possono intervenire, a causa ai grattaceli che ne rallentano la velocità.

Ricapitolando, le cause del cambiamento così repentino del clima, sarebbero imputabili al riscaldamento globale, all’effetto serra, alle deforestazioni, alla proliferazione dei centri urbani, e all’immancabile tematica del buco dell’ozono. Quindi, l’essere umano dovrebbe essere processato per direttissima per omicidio colposo della terra e suicidio consapevole di se stesso.

Robert Kandel, direttore di ricerca al CNRS, autore de “L’incertezza del clima”, valuta la situazione con una prospettiva diversa, in cui, scagiona l’uomo e, al contempo, assolve la natura:Intendo lasciare per un momento da parte il catastrofismo di moda, per affrontare il problema dell’ incertezza dei climi, in quanto scienziato ricercatore…le ricerche sul clima progrediscono grazie agli apporti di un numero notevole di discipline: meteorologia e climatologia, certo, ma anche glaciologia, oceanografia, astronomia, botanica, palentologia e molte altre ancora”.

Insomma, lo studioso francese dà alla scienza dei climi valenza concreta e interdisciplinare, partendo dal presupposto che la regolarità che definisce il clima comprende la variabilità, e in molti luoghi un’annata nella quale la temperatura seguisse fedelmente il ciclo annuale medio senza alcuno scarto sarebbe un’annata davvero anormale. Se qualcosa di normale c’è in materia di clima è proprio la variabilità”.

Nel suo testo, Kandel elenca una miriade di studi effettuati dalla paleoclimatologia. Ricerche che hanno tentato e, tutt’ora tentano, di catalogare i fenomeni climatici del passato per capire quelli futuri. Tutto sommato bolle d’aria intrappolate in carote glaciali o sedimenti estratti dagli abissi hanno provato che cambiamenti repentini di temperatura e del clima si verificavano anche 130.000 anni fa in maniera globale. Da ciò si dedurrebbe che a prescindere dall’uomo, la natura ha i suoi equilibri e procede con o senza di lui. Il primo passo, per capire a fondo la scienza dei climi, è prendere le distanze dalle aspettative sociali, politiche ed economiche che finiscono inevitabilmente per pilotarne le conclusioni. Segue un regolare, globale, collettivo monitoraggio dell’atmosfera, reso possibile dagli scambi di informazione fra tutti i paesi del mondo.

Purtroppo rimarrà un sistema di osservazione sempre incompleto se risulteranno esclusi i paesi del terzo mondo, che non hanno i mezzi per inserirsi in questo circuito. Seguendo queste due strade, secondo lo studioso, si potrebbe convivere in modo non angoscioso e catastrofico con la natura. “La ricerca scientifica che passa, per vie diverse dall’osservazione spaziale all’elaborazione di modelli numerici può ridurre le incertezze, anche se evidentemente non potrà mai cancellarle.”

Abbiamo provato a “ridurre le incertezze” intervistando il dottor Franco Vivona, Responsabile dell’Unità Operativa dell’Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima del CNR di Roma.

Quali sono le principali motivazioni delle variazioni climatiche a livello globale?
F. Vivona: “Le variazioni climatiche in atto da circa 30 anni si possono considerare, in termini generali, come la somma di variazioni periodiche naturali (cui va incontro da sempre il nostro Pianeta) e di fenomeni particolari - leggasi effetto dei gas serra - indotti dalle attività umane.

Quali di queste cause sono imputabili all'uomo e quali invece alla natura? F.Vivona: “Le cause naturali sono rilevabili da sempre nella storia della Terra, che ha alternato periodi freddi o glaciali a periodi caldi, ciascuno dei quali ha comportato, per il nostro Pianeta variazioni o sconvolgimenti più o meno rilevanti, soprattutto per la flora e per la fauna, meno per l'uomo, che è riuscito sempre ad adattarsi abbastanza bene a questi progressivi mutamenti dell'ambiente nel quale si trovava a vivere; all'uomo si devono poi attribuire i forti incrementi delle emissioni "venefiche" nella nostra atmosfera, dalla anidride carbonica alle polveri sottili, passando per gas o altri inquinanti di tutti i generi, tutti dannosi per gli equilibri della stessa atmosfera e dell'ambiente in generale.

Che cosa ne pensa della teoria del caos del meteorologo Edward Lorenz a cui è seguita quella dell’effetto farfalla? Questa teoria non può scagionare l'uomo da molte responsabilità in merito agli sconvolgimenti climatici che si verificano nella troposfera?
F. Vivona: “Ovviamente, su questi argomenti così importanti e così vitali si scatenano teorie di tutti i generi, tutte rispettabili, nel loro ambito, ma difficili da verificare nei brevi tempi della vita umana (circa cento anni!); queste variazioni presentano una scala dei tempi molto più lunga, migliaia o decine di migliaia di anni, e quindi sfuggono ad ipotesi e teorie che gli stessi scienziati non avranno poi modo di verificare ‘in vita’ !

Che cosa ci dobbiamo aspettare in futuro: una nuova glaciazione o come sembra più probabile, con lo scioglimento del ghiaccio dei poli, un forte aumento della temperatura globale e l'innalzamento del livello dell'acqua degli oceani?
F. Vivona:“La tendenza che si nota in questi anni recenti riguarda una progressiva crescita della temperatura media dell'aria (circa 0.6 gradi centigradi); questo fenomeno comporta un progressivo scioglimento dei ghiacciai delle Alpi in Europa e di altre catene montuose negli altri continenti, accompagnato da un lento innalzamento delle acque dei mari e degli oceani; non è al momento prevedibile fino a quando questo fenomeno potrebbe durare.
Gli scienziati si suddividono attualmente nelle due categorie opposte, da una parte i "catastrofisti" che prevedono e calcolano con modelli di vario genere le peggiori sciagure e iatture per il nostro Pianeta e per le popolazioni delle zone a più alto rischio ambientale; dall'altra parte si schierano gli "ottimisti", i quali, adottando modelli teorici di calcolo altrettanto validi ed affidabili di quelli dei catastrofisti, prevedono invece che questi fenomeni, dopo aver raggiunto i rispettivi "massimi" nei prossimi anni o decenni, rientreranno poi nell'alveo della normalità, riportando le condizioni ambientali e di vita sulla Terra a livelli maggiormente controllabili e confortevoli per tutta l'umanità, sia quella dei Paesi industrializzati, sia quella dei Paesi in via di sviluppo; chi abbia ragione non è dato sapere ad oggi, ma si può ragionevolmente pensare che, come al solito, la "verità" stia ancora una volta a metà strada tra le previsioni degli ottimisti e quelle dei catastrofisti!


Come può intervenire l'uomo per correre ai ripari in modo corretto e rispettoso dell'ambiente senza turbare la sua qualità della vita?
F.Vivona: “Alcuni anni or sono è stato firmato a Kyoto il famoso ed importante Protocollo, che impegna tutti i Paesi del mondo a contenere tutte le emissioni, dannose per l'ambiente, per la natura e per l'uomo; i parametri previsti dal Protocollo di Kyoto in effetti vengono applicati con molto ritardo e con molta lentezza da tutti i Paesi firmatari (Italia compresa); quindi la situazione generale e particolare si va facendo sempre più complessa e quindi appare urgente intervenire con decisione e con determinazione, senza più indugi, rinnovando gli impegni concreti e fondamentali, contenuti nei vari articoli del Protocollo stesso (si sta prospettando infatti una seconda fase del Protocollo - dal 2012 al 2018 - dopo questa prima fase che si concluderà, con quali risultati concreti non è dato sapere, nel 2012).

Intanto fra ottimisti e catastrofisti, c’è chi come chi scrive ha cominciato ad essere più attenta alle previsioni meteorologiche.

Secondo il Capitano Conti, meteorologo della sezione operativa dell’Aeronautica Militare, per evitare “sorprese climatiche” occorre intensificare le reti di osservazione in modo capillare e soprattutto potenziare lo scambio di dati e informazioni fra i diversi centri meteorologici. Per esempio, è consolidata la collaborazione fra il Centro Nazionale di Meteorologia e Climatologia Aeronautica di Pratica di Mare e il Centro Europeo per le Previsioni Meteorologiche a Medio Termine a Reading in Inghilterra.

Il Capitano aggiunge che solo con la cooperazione internazionale si potrà avere un approccio costruttivo e non allarmistico al problema. Per quanto la meteorologia possa elaborare dati che porteranno alla previsioni, sempre letteralmente di previsioni si tratta. Il clima rispetto a tutti i problemi che attanagliano il pianeta ci ha tutti in pugno dovunque ci troviamo, dall’attico esclusivo a Parigi all’ultima favelas di Rio de Janeiro.

Kyrill e Katrina non hanno certo bussato, prima di varcare l’ingresso dell’occidente, devastandolo anche nella sua parte ricca industrializzata.

::. Bibliografia:

- L.J.Battan, “Violenze dell’atmosfera”, Stamperia Artistica, Torino, 1978
- F.Wilson, S. Dunlop, “Guida alla previsione del tempo”, Zanichelli, Bologna, 1993
- R.Whitaker, “Meteorologia”, Istituto Geografico De Agostini, Novara , 1997
- R. Kandel, “L’incertezza del clima”, Einaudi, Torino, 1999
- www.meteoam.it
- www.meteomin.it
- www.corriere.it
- Intervista al Capitano Conti, meteorologo della sezione operativa dell’Aeronautica Militare.
- Intervista al Dottor Franco Vivona, Responsabile dell’ Unità Operativa ISAC del CNR di Roma.

 
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