We are the world, We are the children / n°283
Le cose possono essere molto diverse da ciò che sembrano : palamitonews- Palamitonews
Il primo medico non si scorda mai
  "Io ho un’idea assolutamente negativa di quello che è la pediatria di base, perché non c’è cultura, perché non hanno frequentato gli ospedali. Io sono stato trent’anni in ospedale facendo la mia carriera, di assistente, aiuto e primario, e di questi pediatri cosiddetti di base che operano nel territorio, non uno si è mai fatto vedere in corsia ad osservare, a seguire".
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 


Lo scandalo sulle condizioni igieniche del Policlinico Umberto I di Roma sta in questi giorni svelando il segreto di Pulcinella, e mentre comincia lo scarica barile sulle varie responsabilità, viene da pensare per quale motivo si attende un’inchiesta giornalistica per interrogarsi riguardo a situazioni più volte denunciate dai cittadini.


Se un adulto non riesce a far pesare l’influenza dei propri diritti e rivendicarli, che garanzie può allora offrire ai bambini questa società riguardo agli stessi?

“I bambini bisogna innanzitutto rispettarli. Rispettarli significa capire le loro esigenze, capire i loro momenti, cercare di superare le loro resistenze, caso per caso, capire se c’è un disagio ambientale, un disagio nell’ambito della famiglia, un disagio nelle modalità di come il bambino viene alimentato”.

Queste le parole di un noto pediatra di Roma da noi intervistato nei giorni scorsi, che ci offre una interessante panoramica sullo stato attuale del bambino e del mondo che lo circonda, sulla base di trent’anni di onorata carriera.

Cosa ne pensa della pediatria attuale? Nota dei cambiamenti nel modo di operare?

“Io dico sempre che esiste l’individuo e non esiste la categoria. Tanto è vero che quando, più giovane, frequentavo i congressi, ci si riuniva per lo più per un punto di vista puramente scientifico. Oggi, però, la categoria dei pediatri si deve adattare a questo stato della società e per adattarsi deve arrivare a tanti compromessi. Io ho un’idea assolutamente negativa di quello che è la pediatria di base, perché non c’è cultura, perché non hanno frequentato gli ospedali. Io sono stato trent’anni in ospedale facendo la mia carriera, di assistente, aiuto e primario, e di questi pediatri cosiddetti di base che operano nel territorio, non uno si è mai fatto vedere in corsia ad osservare, a seguire. Anche quando ricoveravano un bambino magari facevano solo una telefonata. Si accontentavano di due parole e basta.

Questo perchè sono troppo presi dal cosiddetto lavoro spicciolo. Il lavoro spicciolo non ti può acculturare, non ti può far crescere, mentre si cresce in esperienza ma anche in bravura e capacità vivendoli i problemi. Bisogna viverli. Ma non li devi vivere solo col bambino, ma anche nell’ambito della famiglia, con la madre, il padre, il bambino, l’ambiente ospedaliero, l’ambiente clinico, l’ambiente famigliare, solo allora cresci..solo allora puoi dare e puoi dire qualche cosa, altrimenti no.

A livello di congressi oggi si parla più del punto di vista organizzativo, e tutti cercano di adattarsi alla situazione attuale. Situazione per me estremamente triste. Ecco, la parola esatta è triste, perché chi ci soffre è la popolazione infantile. Certo non è che sia tutto poi così scoraggiante. Ci sono tanti nuclei famigliari dove i bambini sono felici. Poi ci sono quelli che si adattano meglio, perché hanno un carattere più duttile, più facile; però il bambino difficile ha bisogno di cure particolari, di attenzioni particolari che oggi la società e la famiglia attuale, perché costretta ad altro, non può e non riesce a dare”.

E il pediatra come riesce a gestire queste difficoltà?

“Ecco, la bravura del medico sta proprio là, nel capire il perché delle cose, il perché dei fenomeni, e non agendo superficialmente. Ripeto, c’è bisogno di un’attenzione psicologica una volta escluso il fattore organico, che significa il fattore malattia. Per esempio, un bambino, che ne so, che ha la gastroenterite, un bambino che ha una polmonite, ma è chiaro che non può mangiare, che rifiuta il cibo. Io porto sempre un esempio: ma quando noi (adulti n.d.r.) abbiamo un po’ di febbre, ci sentiamo male, abbiamo un mal di testa, ma mangiamo normalmente? Lo rifiutiamo il cibo! Non è che mangiamo una cena o un pranzo normali, ma una cosa semplice semplice, una tazza di brodo, una minestrina”.

Rispetto al passato, lei nota che i genitori abbiano molte più ansie e paure nel crescere un figlio?

“Si, e le spiego subito il perché. Si nota tra il genitore di trent’anni fa, di quarant’anni fa, rispetto al genitore di oggi una grandissima differenza, perché oggi c’è una falsa cultura. Perché il genitore, con queste riviste, gli opuscoli, da internet pure, leggono di tutto e sanno tutto loro. E allora gli dico ‘ma che venite a fare qua?’. Pensano di acculturarsi, ma è pseudo cultura. Io dico sempre: ‘ma figli miei, non basta una vita al medico per togliersi dei dubbi nonostante il fatto che si sia sempre dedicato a studiare, a verificare, a sperimentare, a farsi prodigo alla vita pediatrica, parlo del mio campo, ma come fate voi a capì?’
I genitori di oggi sono presuntuosi, proprio perchè hanno questa falsa cultura.

In secondo luogo non hanno più la pazienza e l’umiltà di aspettare e di fare la cosiddetta pausa di riflessione: vogliono tutto e subito. Per esempio, vengono da un pediatra con un problema e il medico te lo deve risolvere immediatamente. Lo dico sempre: mica c’abbiamo la bacchetta magica! Anzi, il medico onesto non ha la bacchetta magica. Deve praticamente spiegare, convincere il genitore ad avere pazienza, fiducia, e risolvere il problema. Alcuni problemi sono spesso banali, che si possono risolvere anche per telefono, per le piccole cose. Ma poi ci sono problemi più seri dove invece occorre tanto tempo, occorre cambiare tutto uno stile di vita. Io dico sempre, lo stile di vita è la prima medicina del bambino, soprattutto del lattante e del bambino di prima infanzia, quindi da un anno a tre anni. Perché? Perché è come tu lo alimenti, come tu lo preservi.

Altro problema enorme che oggi c’è, e purtroppo è la società attuale che costringe a questo, è inserire molto precocemente i bambini negli asili nido. Una volta ci si andava a cinque anni, cinquant’anni fa, oggi mediamente ci si va a tre anni, e non sarebbe neanche questo il problema.
Il problema è quando per necessità dei genitori questi bambini vengono inseriti all’asilo nido già all’età di tre mesi, quattro mesi, perché la mamma lavora e non sa a chi lasciarlo. La fortuna è quando hanno i nonni, quando hanno la famiglia allargata. Perché i nonni sono la fortuna, oggi, nella società moderna, dei bambini di oggi.

Per il bambino, infatti, essere immesso troppo precocemente in questi asilo-nido prima di tutto è un trauma psicologico, perché si trova in un ambiente con dieci, quindici bambini, ed anche se è il più bello, il più costoso, il più raffinato, il più di lusso non centra niente. Il bambino si trova là, affidato magari ad una baby-sitter, a due, a cinque baby-sitter, ma non potrà mai avere quelle cure, quell’amore e quell’affetto che può dare una carezza di una mamma, che può dare uno sguardo di una mamma. Mancando questo ci sarà un effetto psicologico che si ripercuoterà sulla crescita del bambino.

In secondo luogo spesso la mamma non avrà quella pazienza necessaria perché stressata dal lavoro. Quando lo va a prendere la sera alle cinque, alle sei, alle sette, lo porta a casa, quello poverino piange, che fa? Gli dà magari la pappa e poi? E’ stanca. Pur volendo sopportare tutti gli stress il bambino risente moltissimo di tutta questa atmosfera. Allora ecco la disappetenza, i disturbi del comportamento, che poi si ripercuoteranno a lungo nella vita del bambino, fino all’adolescenza e anche dopo l’adolescenza. Ma sono problematiche che purtroppo, secondo quella che è la mia esperienza, non hanno soluzioni. La soluzione non c’è perché la società di oggi impone questo”.


Durante l’intervista squilla il telefono. E’ un padre che da bambino era paziente del nostro pediatra, e che ora chiedeva un consiglio sullo stato di salute della figlia. Nonostante il medico sia già andato da qualche anno in pensione, continua a seguire qualche bambino, proprio per quella passione che riporta molti di quegli infanti di allora ad affidargli, una volta adulti, i propri pargoli.
Finito il consulto rassicurante riprende il discorso, riallacciandosi proprio alla telefonata.

“Molte volte poi il padre si sostituisce alla madre, fa il cosiddetto ‘mammo’, sono uguali. Perché sono costretti. Per esempio, questo è un caso indicativo. Questa bambina che ha una anno, un anno e pochi mesi, si ammala praticamente ogni mese. Qua siamo arrivati ad un punto che dobbiamo fermarci. Non dobbiamo rischiare di farla ammalare sul serio. Perché non è che con le medicine tu guarisci una malattia. Le guarisci, e torniamo, con lo stile di vita. Questa bimba è una di quelle che è stata inserita all’asilo-nido troppo precocemente, e sta sempre male.

Gli americani, anche se io dico sempre che non mi piacciono dal punto di vista clinico scientifico, sono molto ben organizzati e sono dai grandi statistici. Hanno dimostrato che il bambino che entra nella comunità scolastica si ammala praticamente ogni 15/20 giorni ed è vero, anche io ho verificato questa cosa. Anche questa bambina, ogni venti giorni sta male. E tu genitore non ti puoi permettere che questi bambini stiano male ogni 15/20 giorni. Perché star male poi significa terapeutizzarlo, magari con antibiotici per prevenire quelle che sono poi le complicanze, e tutto ciò poi incide sull’umore, sulla crescita, sullo stato di benessere e di salute del bambino.

I genitori oggi però sono impossibilitati a stare più tempo con i propri figli, perché sono costretti a lavorare o impegnati in altro. Poi, tutte le preoccupazioni dei genitori vanno a riflettersi sullo stato di vita del bambino.
Allora io domando, che soluzione c’è? Non c’è soluzione purtroppo. Ripeto, per me, la soluzione e la fortuna sono i nonni. Perché se anche chi è particolarmente abbiente e chiama persone di servizio o baby-sitter, queste non potranno mai mettere quell’amore, quell’attenzione, quel qualcosa di sfumato che c’è nei riguardi del bambino da parte di una genitore. E questo incide sul carattere, incide sulla formazione, anche sullo sviluppo del quoziente intellettivo del bambino.

Sempre in campo pediatrico è stato dimostrato scientificamente che il bambino allevato al seno materno, ormai penso lo sappiano tutti, sviluppa un quoziente intellettivo superiore a quello allevato artificialmente. Certamente il latte materno non è da paragonare al latte artificiale, come il latte materno non c’è nulla, ma il problema è soprattutto psicologico. Perché per il bambino stare attaccato al seno della mamma, sentire questo contatto fisico pelle su pelle, è quello che può essere la felicità più estrema. Tanto è vero che quando le mamme hanno poco latte io dico che non fa niente. L’importante è che comunque venga ugualmente attaccato al seno quei 5/10 minuti. Perché quello che fa bene è questo contatto diretto del figlio con la mamma. E quando per esempio il piccolo, parlo del lattantino ai primi mesi di vita, la notte si sveglia come è normale e piange, allora non è che deve fare una poppata. Il seno materno serve per tranquillizzare.

Oggi invece Il ciuccio è diventato l’equivalente del seno materno. Oggi subito la mamma gli mette il ciuccio in bocca, ma questo non va bene. Invece tenerlo al seno un attimino, tenerlo accostato a sé, accarezzarlo, fargli sentire delle parole, parlargli, perché bisogna parlargli ai bambini, quello fa bene al bambino, e lui si rasserena subito”.


E cosa ne pensa di questa facilità oggi nel prescrivere l’assunzione di psicofarmaci ai bambini?

“Ecco, adesso va di moda parlare di bambini iperattivi. Bambino iperattivo: non so che cosa significhi. Io dico sempre, un bambino intelligente è un bambino vivace. Certo, bisogna pure educarlo. Poi esiste quello iperattivo, anche se queste sono diagnosi da psichiatri infantili, però qui si va addirittura a confondere il bambino iperattivo con un bambino vivace, e questo non mi fa piacere. Mi dispiace davvero. Perché poi alla fine chi ci rimette è sempre il bambino”.

Ma il pediatra, avendo un ruolo anche umanistico-politico incidendo sulla salute dell’essere umano per primo, ha una certa libertà di azione sulle direttive che la comunità sanitaria gli impone?

“Assolutamente non può accettarle passivamente. Almeno personalmente, poi c’è pediatra e pediatra. Certamente il sistema sanitario nazionale ci obbliga a determinati programmi, soprattutto sulle vaccinazioni, di cui ho le mie idee.
Il pediatra deve vivere, deve acculturarsi, non può immettersi nel campo professionale se non ha alle spalle un’esperienza di frequentazione in ambito clinico universitario, clinico ospedaliero, da giovane. Ma se appena laureato, appena specializzato un giovane si mette a fare il pediatra non potrà sapere niente. Gli mancherà quell’esperienza che è impossibile acquisire solo dai libri. Non è sufficiente sapere i libri a memoria, non è sufficiente prendere tutti trenta e lode. Bisogna viverle le situazioni, anno dopo anno, frequentando, stando a contatto con la realtà dei bambini. La realtà vera, perché ricordiamoci: il pediatra non è che cura e basta. Possiamo curare anche per telefono: la faringite, il mal di gola il raffreddore, le gocce al naso, tutte queste stupidaggini qua le puoi anche risolvere per telefono, ma molte volte le problematiche sono di altra natura, e magari con un approccio giusto risolvi il problema in tempi molto brevi. Ma se tu sbagli, o la cosa va avanti perché la lasci andare, poi molte volte può diventare molto serio, grave.

E poi le voglio dire il mio parere sulle vaccinazioni.
Perché oggi si fa un gran dire su queste vaccinazioni. Innanzitutto facciamo una premessa. Cosa significa vaccinare? Significa creare uno stato di difesa stimolando gli anticorpi, cioè realizzare un’immunizzazione. I nostri maestri, i nostri sacri testi, ci hanno sempre insegnato che la vera immunizzazione, quella reale che dura per tutta la vita, avviene contraendo le malattie. Però certamente non possiamo far contrarre una poliomelite per poi esserne immunizzato tutta la vita.

Quindi, non è che io sia contrario alle vaccinazioni, però oggi sta prendendo troppo piede questo, io lo chiamo, “bombardamento vaccinale”. Durante gli anni le vaccinazioni obbligatorie per legge, non legge italiana ma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, sono cambiate. Negli anni ‘50/’60 fu introdotta l’antivaiolosa, abolita già alla fine degli anni ’70 poiché, almeno nella maggior parte del mondo, questo terribile virus è stato debellato. Ora rimangono obbligatorie l’antipolio, che adesso è passato da qualche anno dal tipo Sebin , quello per bocca, al tipo Salk per via iniettiva perché è privo degli effetti collaterali. Infatti ci sono stati dei casi di poliomelite da vaccinazione, rari ma ci sono stati, e allora l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha ritenuto opportuno introdurre l’obbligatorietà per quella per via iniettiva, che favorisce un’immunizzazione non tissutale ma solo umorale.

Poi ci sono l’antidifterica, antitetanica, antiepatite B. Questo è un grande vantaggio per l’Italia, rispetto per esempio alla Francia dove non è obbligatoria l’antiepatite B. Noi con l’antiepatite B, cominciandola già a tre mesi, abbiamo eradicato la trasmissione per via trasversale dell’epatite che può portare alla cerrosi, al cancro epatico, ecc.
Sono quattro quindi, in più oggi si parla di vaccinazione esavalente perché hanno inserito l’haemophilus, l’influenza di tipo B, e l’antipertosse, che da vent’anni facciamo con la massima tranquillità perché è un vaccino ricostruito praticamente artificialmente. Questo, infatti, non è più un vaccino che deriva dal virus attenuato della pertosse, come si faceva una volta. Mi ricordo che io non la facevo mai quella vaccinazione, perché poteva creare degli effetti collaterali anche gravi, e allora si preferiva, perché si parla sempre di benefici vantaggi-svantaggi, affrontare una pertosse (cioè tosse convulsa), curarla che non andare a rischiare con questo tipo di vaccino. Quando invece la scienza ci ha messo ha disposizione il vaccino artificiale fatto con DNA ricombinato, assolutamente privo di ogni effetto collaterale, allora abbiamo debellato la pertosse. Io la pertosse da 45 anni non la vedo più. E allora ecco che è stato inserito come fosse obbligatorio. Sei vaccini. E sono comunque tanti, ma oramai lo abbiamo accettato”.


Ci sono molte denuncie riguardo alla pericolosità dei vaccini. Lei cosa ne pensa al riguardo?

“Il vaccino può essere pericoloso, c’è tutta una problematica, potremo discutere fino a domani mattina, ma ancora non si sa niente. Io glielo posso sintetizzare così, per sommi capi. Il discorso è questo per me: oltre a questi sei vaccini che noi, come comunità pediatrica, abbiamo accettato, ne esistono altri che, pur non essendo obbligatori, vengono consigliati. Tipo, l’antimeningococco gruppo C, l’antipneumococcico, e altri che sono diventati quasi di routine come l’antimorbillo, l’antirosolia e l’antiparotite. Così andiamo a finire a dieci, dodici. Adesso in America parlano già del vaccino antivaricella. Ma allora dico io. Ma è molto meglio prendersi una varicella che non rischiare con un vaccino antivaricella, perché c’è sempre il discorso di costo-beneficio.
Già oggi i bambini con la varicella li tengono a casa 7/8 giorni, mentre io personalmente consiglio almeno 2 settimane, sono all’antica, finché non è perfettamente guarito. In questo modo il genitore non può andare al lavoro ed ecco ritornare quel discorso di costo beneficio. Il medico, però, deve restare al di fuori di queste questioni.

Anche per questi motivi io mi sono pensionato precocemente. Perché quando ero primario neonatologo dal 1990 al 2000, ad un certo punto il mio lavoro da primario non era più un lavoro clinico medico, era un lavoro burocratico. Ossia io dovevo praticamente stare continuamente a contatto con le direzioni generali. Giustamente anche l’aspetto organizzativo è importante, ma io non sono adatto. Io sono adatto solo a fare il medico. Il resto non mi interessa. Nelle poche visite che ancora effettuo e nei consulti, che per me è sempre un grande piacere, io esercito sempre secondo scienza e coscienza.

Alcuni medici e pediatri sono profondamente contrari alle vaccinazioni. Per me è sbagliato. Io dico che bisogna farle, ma certo non aspettiamoci tutto dalle vaccinazioni.
Le faccio un esempio, l’antipneumacoccica io non la faccio mai di routine. Però, il bambino che nasce prematuro, con una sindrome respiratoria, che ha problemi di abilità bronco-polmonare, a quel punto l’antipneumacoccica la consiglio. Tutto ad hoc, tutto ad personam, caso per caso. Io rifiuto il bombardamento vaccinale di massa, perché ricordiamoci che la vaccinazione ha una risposta anticorpale però, nello stesso tempo, transitoriamente immunodeprime l’organismo, perché questo apparato che deve produrre anticorpi, se è sottoposto ad un iper lavoro, non sappiamo ancora bene se ad un certo punto esaurisce questa funzione. Tanto è vero che ci sono, nelle categorie dei vaccinati, i 'non responder', che appunto non rispondono al vaccino.

E allora cominciamo a difendere il nostro organismo a partire dallo stile di vita, ripeto, dalle norme igieniche, sanitarie, dietetiche. Come si diceva una volta, ‘tempo brutto stai dentro casa, tempo bello esci’. Oggi escono con tutte le condizioni atmosferiche. Ma soprattutto stare attenti alle condizioni igienico, sanitarie e dietetiche, solo così il bambino si rinforza.
Per concludere io dico sempre che i bambini, per quanto riguarda la sua formazione anticorpale, la formazione dei suoi poteri di difesa, se li deve in gran parte formare per proprio conto. Per esempio, se io porto in giro un bambino sempre su una carrozzella quando mai quello svilupperà i muscoli inferiori per poter camminare autonomamente? Mai.
E così è il discorso delle vaccinazioni. Per malattie importanti, malattie a livello mondiale, come la poliomelite, la difterite, come il tetano è importante vaccinarsi, ma non su tutto”.


Per concludere, ho letto uno studio di un gruppo di ricercatori americani, pubblicata sulla rivista medica The Lancet, che dimostra come i bambini siano meno intelligenti a causa dell’inquinamento. * Lei cosa ne pensa?

“Stupidi no, deboli si. Oggi abbiamo una diminuzione dei poteri di difesa. Lo vediamo praticamente sulla popolazione infantile. Certamente, in primo luogo, gioca un ruolo fondamentale l’inquinamento alimentare. Oggi i bambini vogliono mangiare solo le merendine, a causa del bombardamento mediatico su questi prodotti. Oramai non si mangia più sano, solo cibi preconfezionati. A bloccare e impedire questa cattiva abitudine deve intervenire la famiglia.
In secondo luogo, l’inquinamento ambientale, atmosferico. Nelle grandi città non esiste più l’aria di una volta. È pazzesco vedere i bambini nei passeggini che stanno all’altezza dello scappamento delle automobili. Non è certo molto salutare! Come potrà mai crescere quel bambino? Sarà sicuramente più labile, più vulnerabile, potrà più frequentemente soffrire di bronchiti, di fenomeni negativi alle vie respiratorie.

Certamente il quoziente intellettivo è migliorabile in un ambiente sano, stimolante, sereno. Però per me il QI è un dato genetico: si nasce con i capelli neri, biondi, gli occhi neri e con un’intelligenza. Siamo noi ( adulti n.d.r.) che dobbiamo mettere i ragazzi nelle condizioni di svilupparla al massimo. Faccio sempre il paragone con le automobili: se io ho una Ferrari ma non la so portare arrivo fino a 120/130 Km orari, ma quella può arrivare a 230/250 Km orari. Sono io che, se sono capace a guidarla, la porto fino al limite. Sono io che devo sviluppare il bambino, e metterlo in condizioni tali da fargli sviluppare il suo massimo quoziente intellettivo”.


Link:

*http://www.repubblica.it/2006/11/sezioni/scienza_e_tecnologia/inquinamento-cervello/inquinamento-cervello/inquinamento-cervello.html


 
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