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“Non avete un briciolo di dignità”. Era la frase tipica del post-partita, rituale e lapidaria.
Ma quale dignità, mister? Eravamo poco più che bambini e il puntuale riproporsi della dura condanna ci faceva piombare in uno stato di strana euforia, un’incontrollabile voglia di ridergli in faccia, mista ad una amara e reale presa di coscienza: non avevamo dignità, ma eravamo ragazzini e volevamo solo giocare a pallone.
Certo, rimediare figuracce non era la nostra massima aspirazione, ma al triplice fischio, la mente era già pronta a volare altrove. Via, lontano dai quindici gol incassati, dalla doppietta realizzata, e dalle ginocchia “sbucciate”.
Ma come biasimare un uomo che, con tanta passione e abnegazione, spesso a titolo gratuito, sacrificava il tempo libero e la famiglia per dedicarsi alle gesta di una nidiata di pulcini.
I rimborsi della Società, anch’essa impegnata in enormi sacrifici economico-organizzativi, non riuscivano certo a compensare le frequenti delusioni della domenica.
Poi arrivavano le vittorie, le grandi soddisfazioni; si cominciava a capire il senso della vittoria, ma anche il rispetto per l’avversario sconfitto. Il Mister poteva finalmente decantare le nostre virtù e farci assaporare la gioia di un elogio alla nostra dignità di calciatori e di squadra. E un anno passava, di partita in partita, di domenica in domenica.
La domenica. Era dedicata al Signore e al gioco, a qualsiasi forma di gioco, ma era anche l’unico giorno dedicato al calcio. La Tv era esclusivamente un trasmettitore di cartoni animati, ma ogni tanto si buttava un occhio alle cronache della domenica calcistica, più che altro per riconoscere e dare una forma tridimensionale ai calciatori delle figurine.
A volte i nostri padri ci provavano, invitandoci a riflessioni sui gesti tecnici dei campioni, ma Goldrake era un’altra cosa, e Holly e Benji non erano ancora nati.
I genitori facevano da spettatori, interessati sì, ma sempre a debita distanza. I più coinvolti si prestavano a fare da dirigenti accompagnatori, o tutt’al più, a mettere a disposizione la propria auto per le trasferte. Qualche mamma volenterosa preparava il the o lavava i completi da gioco.
Tutti i bambini, bravi e meno bravi, avevano il loro spazio, il loro piccolo momento di gloria.
I rimproveri nascevano sempre per una “parolaccia” di troppo o per le proteste verso l’arbitro, e potevano costare la panchina, o addirittura la non convocazione per la partita successiva.
Sembrano passati secoli, ma i profondi mutamenti sociali, culturali ed economici degli ultimi anni hanno, in poco tempo, inevitabilmente interessato anche il modo di educare i giovani attraverso il calcio. La grande attenzione mediatica che ha investito i calciatori si è via via propagata, con un effetto domino, alle categorie giovanili, fino ai più piccoli. Il calcio giovanile appare sempre più una proiezione miniaturizzata del calcio professionistico.
Non bastasse poi la presenza quotidiana nei palinsesti televisivi di qualsiasi forma di manifestazione calcistica, il calciatore è ormai inserito in tutte le varie forme di show - business, dal telegiornale al quiz, dalla “spazzatura rosa” ai reality show. Il tutto, naturalmente, con il benestare delle società di calcio e delle grandi multinazionali, che investono sull’uomo immagine, nuovo modello di uomo di successo. Ma come è stato recepito questo messaggio dai genitori italiani e come viene vissuto dai nostri bambini?
Per capire meglio come il tempo abbia cambiato anche l’ambiente ovattato della scuola calcio, abbiamo intervistato un addetto ai lavori; il suo nome è Marcello, 38 anni, romano doc, tecnico Federale e allenatore di una scuola calcio alla periferia di Roma. Marcello è un insegnante di Educazione Fisica, diplomato all’I.S.E.F. di Roma, che per passione, e per “arrotondare” il famigerato stipendio da insegnante, passa le proprie giornate sui campi di calcio.
Marcello, a detta di molti esperti in materia di processi educativi, in Italia il calcio, e nella fattispecie le scuole calcio, ha perso molti degli aspetti formativi che un tempo lo caratterizzavano. Colpa della crisi generale che tutto il movimento sta attraversando o di altri fattori?
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Sinceramente, non so con esattezza cosa avvenga nel resto d’Italia, posso parlare della mia esperienza personale. Vivo a Roma e qui il calcio è ancora una sorta di religione. E’ pur vero che le maggiori conoscenze in materia di sviluppo motorio hanno favorito la multidisciplinarità, limitando la spinta ad una precoce specializzazione dei bambini, ma, affianco al nuoto, allo scoutismo e alle tante altre attività possibili, la scuola calcio rimane sempre e comunque un ambiente privilegiato dove far crescere un bambino. Allargherei il concetto agli sport di squadra in generale, ma la diffusione e l’immediatezza del calcio continua a non avere eguali nel nostro Paese. E poi c’è sempre, anche se pudicamente nascosta, la speranza che possa nascere un campione, un nuovo eroe, un modello da imitare. Come quelli che genitori e figli vedono costantemente in tv, nelle partite, ma anche negli spot pubblicitari".
Era inevitabile, dunque, che il mercato, le multinazionali, i propulsori del consumismo galoppante, rimanessero insensibili davanti ad una ghiotta fetta di mercato, un esercito di piccoli consumatori, ai quali, oltretutto, è difficile negare qualcosa.
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Sì. Accanto al vecchio e caro 'kit sociale', vero e proprio simbolo di appartenenza e democrazia, perché uguale per tutti, si affiancano oramai una serie di materiali, indumenti e gadget, che da un lato soddisfano la smania dei genitori, dall’altro avviano precocemente l’attenzione del bambino verso il marchio, la griffe; il merchandising delle maggiori società di calcio prevede un’ampia sezione dedicata ai più piccoli, senza poi considerare i grandi marchi della moda sportiva.
Un bombardamento continuo, una scarica di pallonate che, se non investe direttamente i bambini, colpisce i loro punti di riferimento: gli adulti, i pulcini di una volta".
Dalle tue parole, sembra quasi che il problema riguardi innanzitutto gli atteggiamenti dei genitori…
"Fortunatamente, esistono ancora genitori equilibrati che evitano gli eccessi, ma, agli estremi, si trovano persone che vedono nella scuola calcio un’ottima alternativa al 'baby parking', o, di contro, genitori fanatici, i tifosi incalliti. Genitori che, travolti dalla delirante enfasi agonistica, sono pronti ad insultare i propri o gli altrui figlioli. Padri di famiglia capaci di trasformarsi in bestie, pronte ad avventarsi sul malcapitato arbitro. Io e i miei colleghi facciamo molta fatica a stigmatizzare i loro atteggiamenti senza offendere la loro 'sensibilità'. Il fatto è che i bambini, sempre più precocemente, cercano di imitare gli adulti in quelle manifestazioni estreme di aggressività tipiche di un agonismo non certo infantile: risse, bestemmie, sputi e quant’altro sono ormai in agguato anche in partite tra bambini di dieci anni".
Una condizione non facile per il buon e volenteroso allenatore, che rischia di fargli perdere di vista i valori educativi tipici del calcio, sempre più spesso annichiliti dagli aspetti meno nobili dello sport.
"Devo dire che certi atteggiamenti malsani sono purtroppo frequenti anche tra gli allenatori. Per questo sono convinto della fondamentale importanza di una formazione adeguata dei tecnici giovanili. Chiunque, e questo lo si può facilmente verificare, può improvvisarsi allenatore, ma educare attraverso il gioco del calcio è un’altra cosa. La scelta è comunque sempre dei genitori. I problemi sorgono quando si perde di vista l’obiettivo primario della scuola calcio; certamente la vittoria non è lo scopo principale, ma farlo capire agli stessi genitori è spesso impresa ardua. Mi è capitato di dovermi difendere da aspre critiche, perché, invece di far giocare i più capaci, ho preferito mandare in campo a rotazione tutta la rosa a mia disposizione, infischiandomene del risultato.
Ciò che mi ha stupito maggiormente è stato l’avvertire che, a volte, persino i genitori dei bambini meno dotati avrebbero preferito una vittoria piuttosto che vedere il proprio figlio rimediare una sconfitta… E vi assicuro che i bambini non sono neanche sfiorati dall’idea che qualcuno possa o debba restare in panchina, visto che una delle prime cose che ho insegnato loro è che tutti devono avere la possibilità di giocare.
Spesso, a causa del lavoro, i piccoli trascorrono con i genitori poche ore al giorno; è inevitabile che la domenica, e soprattutto la partita, sia uno dei pochi momenti in cui il genitore si dedica alle attività del bambino. Talvolta, certi atteggiamenti sbagliati rappresentano un semplice sfogo derivante da sensi di colpa, un modo per dimostrare al proprio figlio un forte attaccamento a lui e alle sue attività. Purtroppo queste attenzioni si concentrano in una sola giornata e i risultati, spesso, sono quelli di cui ho parlato".
La fragilità della nuova famiglia italiana ha finito per coinvolgere anche l’appassionato Mister, trovatosi ad un tratto a dover affrontare nuovi problemi. E così?
"In effetti, ormai l’allenatore è chiamato a rivestire ruoli fino ad oggi a lui sconosciuti. Non dico che ci si debba sostituire ai genitori, ma spesso dobbiamo supplire a delle mancanze di questi nei confronti dei bambini, che hanno bisogno innanzitutto di modelli reali cui ispirarsi, di regole da rispettare, di qualcuno che sia loro vicino e che sappia imporsi e non accontentarli ad ogni costo.
Un tipico esempio è rappresentato dai figli di genitori divorziati o separati, che spesso fanno a gara nel viziare i propri bambini, spinti da rivalità coniugali, per poi chiedere all’allenatore di avere fermezza e di placare le loro prepotenze".
A questo punto, appare chiaro come il calcio, sempre più specchio fedele del costume e della “cultura” italiana, soffra delle stesse malattie che indeboliscono il tessuto sociale del nostro Paese. Forse l’unica soluzione potrebbe essere fare un passo indietro?
"Se per passo indietro intendi un ritorno ai vecchi valori dello sport, credo sia proprio impossibile, perché penso che il calcio non faccia altro che amplificare problemi che hanno radici più profonde. Sarebbe certamente più facile educare in contesti più tranquilli, attraverso attività sportive meno seguite ossessivamente dai media, che creano meno aspettative in genitori e figli.
Ma il pallone avrà sempre il suo fascino e se chi ancora crede nel valore del calcio come scuola di vita decidesse di abbandonarlo, vincerebbero coloro che l’hanno fatto diventare un semplice genere di consumo. E io non mollo".
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