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C’è stato un tempo vicino e lontano in cui i bambini non esistevano e i giovani erano esseri fantastici, sconosciuti all’uomo comune. Le donne partorivano creature che dall’infanzia passavano direttamente all’età adulta: da questo momento in poi «ci muoveremo in un tempo che non sarà né di bambini, né di adolescenti, né di vecchi: sarà un tempo di “uomini giovani”. » (1)
Fino al XII secolo il medioevo, come sottolinea Ariès, «non conosceva l’infanzia e non tentava nemmeno di rappresentarla» (2), affreschi, dipinti, sculture sono popolate da adulti, dei bambini non vi è alcuna traccia.
Lo storico francese spiega quest’assenza con il fatto che l’infanzia era considerata un periodo di transizione, al quale si dava volutamente poca importanza, visto l’elevato tasso di mortalità infantile. Era un periodo in cui la fragilità della condizione umana si manifestava in tutta la sua drammaticità. Sopravvivere, passare all’età adulta e finire così di dipendere dalla famiglia d’origine, questa era forse la preoccupazione maggiore che affliggeva il padre medievale.
Fu nell’ “autunno del medioevo” che arrivò il vento del cambiamento, gli angeli degli affreschi e dei dipinti diventarono bambini, con capelli biondi ricci e occhi azzurri. I bambini si inserirono così nell’iconografia tardo medievale, prima nella veste di angeli e poi in quella di Gesù bambino. E così ecco irrompere nell’arte del medioevo i temi classici della “Madonna con Bambino” e dell’“Annunciazione dei magi” che si manterranno in Italia per tutta l’età rinascimentale e barocca.
Ecco allora la “Madonna con bambino e due angeli” di Filippo Lippi, che lasciava forse anche i contemporanei del pittore stupiti per la morbidezza e l’infinita dolcezza dei tratti degli infanti. (3)
La pittura rivestiva questi piccoli con drappi, ma nel vivere quotidiano questi erano vestiti come gli adulti che appartenevano alla stessa condizione sociale. Il loro modo di essere abbigliati, quindi, non si differenziava affatto da quello dei grandi. I primi abiti per bambini nascono nel XVII secolo all’interno della famiglia nobile e di quella borghese.
Non è un caso se i primi abiti per bambini nascono proprio nel XVII secolo; infatti, sempre secondo Ariès, questo secolo rappresenta il limite cronologico che separa un periodo storico che non aveva né la nozione di “bambino” e “adolescente”, né dei termini linguistici specifici atti a designarli, da un altro periodo in cui esse nascono e si affermano nella società europea moderna.
È proprio in questo secolo che si distinguono nettamente i “bambini”dagli “adulti” e si incomincia a parlare di “gioventù”. Ma chi erano i giovani? Serviamoci di una definizione presa in prestito dalla sociologia; secondo Friedhelm Neidhart: «Rispetto ai bambini e agli adulti, i giovani si possono definire come coloro che con la pubertà hanno raggiunto la maturità sessuale dal punto di vista biologico, senza essere entrati in possesso col matrimonio o l’inserimento professionale, dei diritti e dei doveri generali che la partecipazione responsabile ai processi fondamentali della società riconosce o impone» (4).
Questa definizione si adatta perfettamente alla condizione dell’Europa moderna, inserendo come cesure nel passaggio dall’età giovanile all’età adulta elementi fondamentali quali il matrimonio e l’inserimento nel mondo del lavoro, ma per l’Europa del XX secolo, come vedremo meglio in seguito, queste cesure non saranno più valide.
Nell’Europa moderna l’ingresso nella gioventù era caratterizzato per i ragazzi con l’ammissione in un gruppo giovanile i cui membri appartenevano tutti allo stesso status sociale e per le ragazze dal primo ballo, che sanciva il loro ingresso nella società locale. Il ballo era considerato un momento fondamentale nella vita dei giovani di entrambi i sessi che, sotto lo sguardo vigile dei loro familiari, potevano incontrarsi, parlare e passare insieme questo tempo libero dalle consuete occupazioni giornaliere. Durante i balli, ad incontrarsi non erano soltanto i giovani, ma l’intera comunità del luogo; per avere un’idea dell’importanza che essi avevano, basta tornare con la mente ai romanzi di Jane Austen.
Il diventare giovane, però, non era sancito dal raggiungimento di una particolare età, in quanto essa poteva variare a seconda dei diversi gruppi sociali di appartenenza.
Dal XVII fino a tutto il XVIII secolo, nell’Europa occidentale, in quello che viene definito il “modello matrimoniale europeo”, i figli che restavano a lungo con i genitori erano una minoranza. I fattori che prolungavano la permanenza presso la famiglia d’origine erano l’eredità, che solitamente spettava al primogenito, il fabbisogno di forza lavoro all’interno della tenuta o dell’attività commerciale della famiglia e la possibilità di mantenere i figli.
La prassi era che il giovane lasciasse la famiglia per andare a “lavorare a servizio” presso commercianti o artigiani, presso i quali compiva un periodo di apprendistato e nel migliore dei casi riusciva a mettersi in proprio. Per i figli provenienti da famiglie contadine molto povere, l’unica soluzione consisteva nell’andare a lavorare presso grandi o piccoli proprietari terrieri bisognosi di manodopera. Anche per i figli primogeniti di nobili e di commercianti dotati di imprese commerciali l’iter non cambiava: veniva infatti considerato indispensabile per la formazione del giovane compiere un periodo lontano dalla famiglia, presso la corte per i primi e presso un’altra impresa per i secondi. Il risultato era che vi era una grande “mobilità giovanile” nell’Europa di quel periodo.
Per quanto riguarda le ragazze, la faccenda era più complessa; infatti, se nelle famiglie benestanti potevano restare fino al matrimonio, nelle classi meno abbienti erano costrette a cercare lavoro come domestiche. Le famiglie di origine tendevano a mandarle in città vicine, presso persone fidate, in modo tale che fosse più facile tutelarle da abusi sessuali da parte dei padroni.
Ma nel XIX secolo, con l’avvento della rivoluzione industriale, la condizione dei giovani incomincia a cambiare, il “lavoro a servizio” viene progressivamente abbandonato sia dai giovani uomini che dalle giovani donne a favore della fabbrica, che cercava manodopera poco qualificata.
Questa che potremmo chiamare “gioventù industrializzata” spesso si trovava a vivere in alloggi di fortuna, nella maggior parte dei casi i ragazzi affittavano un letto soltanto per la notte, per le ragazze ancora una volta la questione era molto più difficile, perché affittare una stanza in casa altrui era considerata dalla società una sistemazione disdicevole per loro. Questi operai ventenni, solitamente non sposati, operai o artigiani, non avendo altro posto in cui andare a passare il poco tempo libero che il lavoro lasciava loro, si rifugiavano nella strada e nelle bettole, finendo spesso per essere vittime dell’alcolismo. (5)
Per far fronte al fenomeno dell’alcolismo, nascono in Germania nella seconda metà dell’Ottocento luoghi preposti all’assistenza della gioventù.
Per i giovani appartenenti a famiglie nobili e alto borghesi la situazione era completamente diversa. La permanenza dei ragazzi, indipendentemente dal sesso, si prolunga fino al matrimonio, forse anche a causa di una diminuzione generalizzata del tasso di natalità.
A favorire il prolungarsi di questa permanenza è anche la nascita di un sistema scolastico statale. Il primo paese a regolamentare rigidamente il passaggio dalle scuole secondarie all’Università è la Prussia che, nel 1788, introduce l’ esame di maturità; contemporaneamente, sempre in Prussia, si afferma il principio tutt’altro che scontato che ad ogni classe corrisponda una determinata fascia d’età. Questi nuovi studenti liceali e universitari di fine ottocento appartengono prevalentemente alla classe alto borghese, restano in famiglia fino al matrimonio e si allontanano da casa per andare a studiare. Hanno a disposizione tempo libero e risorse economiche date loro dalle famiglie, ma sono soltanto una piccola minoranza.
In Europa, il grande cambiamento arriva con la rivoluzione giovanile del 1968, allora tutte le barricate innalzate nel corso dell’ultimo secolo dalla società borghese vengono prepotentemente spazzate via da questo vento proveniente d’oltreoceano.
Il matrimonio, la fine dell’istruzione e l’ingresso nel mondo del lavoro non possono esser più considerate le cesure per eccellenza che sanciscono la fine della gioventù e l’ingresso nel mondo degli adulti, perché ad esse se ne aggiungono molte altre.
In primo luogo la “sessualità prematrimoniale” segna un divario fortissimo con il passato, in quanto, nella storia sociale della gioventù europea fino al 1960, i giovani erano normalmente esclusi dall’attività sessuale, considerata una prerogativa degli adulti sposati.
Seguono altre nuove cesure come l’autoderminazione del proprio aspetto esteriore, l’ autorizzazione a guidare l’automobile, il passaggio dal “tu” al “lei” che fino agli anni sessanta era riservato soltanto a uomini e donne sposati, la possibilità di uscire di casa a propria volontà, la possibilità di viaggiare anche per le classi medie. Il viaggio come elemento di arricchimento che portava alla crescita intellettiva del giovane era sempre esistito, ma aveva sempre riguardato le classi agiate. Nel 1972, la International Railway Union crea un biglietto universale del treno che consente ai giovani sotto i trent’anni di viaggiare liberamente per l’Europa: in questo modo anche i giovani appartenenti alle famose classi medie possono spostarsi.
Il ’68 porta quindi a questi giovani, molto più consapevoli e determinati dei loro padri, una grande libertà di espressione e di movimento, una diminuzione notevole delle differenze tra ragazzo e ragazza e una grande aspettativa nei confronti del futuro, visto ormai come una materia da plasmare a loro piacimento.(6)
(1) P. ARIÉS, Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Roma - Bari 1999, p. 31.
(2) Idem, p. 33.
(3) F. LIPPI, Madonna con bambino e due angeli, 1465 circa, tempera su tavola, 95×62, Firenze, Uffizi.
(4) M. MITTERAUER, I giovani in Europa dal Medioevo a oggi, Roma – Bari 1991, p. 27.
(5) Idem, p. 135.
(6) In questo nostro breve exurus che è partito dal medioevo per arrivare fino al ’68 abbiamo sempre parlato di “bambini” e di “giovani” in generale senza andare a marcare le enormi differenze che all’interno di questa categoria separavano i maschi dalle femmine. Talvolta abbiamo sottolineato un aspetto di demarcazione, ma la condizione delle giovani nella storia sociale dell’Europa meriterebbe uno studio a parte. (N.d.R.) .
BIBLIOGRAFIA
1) P. ARIÉS, Padri e figli nell’Europa medievale e moderna, Roma - Bari 1999.
2) P. ARIÉS, L’enfant et la vie familiale sous l’ancien régime, Paris 1960.
3) J. R. GILLIS, Youth and history, tradition and change in european age relations 1770- present, New York 1974.
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