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Dal Concilio Vaticano II (11-10-1962), promosso
da papa Giovanni XXIII all'incontro interreligioso e interculturale
tenuto da papa Benedetto XVI (25-9-2006), la Chiesa ne ha fatta di strada.
In 44 anni, un mondo, in costante rapida evoluzione, ha indotto la Sacra
Istituzione ad intervenire sui problemi che il contesto storico poneva
agli uomini con le encicliche sociali.
Si tratta di lettere che i Papi indirizzano all'umanità per
attualizzare il messaggio cristiano soprattutto in tematiche che coinvolgono
la società. Non è un caso che la prima enciclica sia la Rerum
Novarum (15-5-1891), in cui si affronta la questione operaia,
segue la Quadragesimo anno (15-5-1931), che
focalizza l'attenzione su tutte le classi produttive.
Trentuno anni dopo, nella Mater et magistra
si delineano i problemi dell'agricoltura e delle nazioni in via di sviluppo.
Il linguaggio diventa ancora più concreto nella Pacem in
Terris (11-4-1963), dove il pontefice Giovanni XXIII appellandosi
a tutti "gli uomini di buona volontà" invoca universalmente la pace.
Con la Populorum Progressio (26-3-1967), il
papa Paolo VI parla di dialoghi fra civiltà: "tra le civiltà come fra
le persone, un dialogo sincero è di fatto creatore di fraternità. L'impresa
dello sviluppo ravvicinerà i popoli, nelle realizzazioni portate avanti
con uno sforzo comune, se tutti, a cominciare dai governi e dai loro
rappresentanti fino al più umile esperto, saranno animati da uno spirito
di amore fraterno e mossi dal desiderio sincero di costruire una civiltà
fondata sulla solidarietà mondiale."
Sempre lo stesso papa realizza l'Octogesima adveniens,
in cui si affronta a livello mondiale il ruolo dei giovani e della donna
nella società, gli emarginati, la questione demografica e quella ecologica.(14-5-1971).
Giovanni Paolo II è autore della Laborem Exercens (14-9-1981)
sull'importanza e sulla dignità del lavoro dell'uomo: "Il
lavoro è un bene dell'uomo - è un bene della sua umanità -, perché mediante
il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie
necessità, ma anche realizza se stesso come uomo ed anzi, in un certo
senso,"diventa più uomo".
Il pontefice si occupa anche del problema dell'occupazione, dei salari,
dei sindacati, dei datori di lavoro e della spinosa questione del conflitto
tra lavoro e capitale. Nel 1987 il papa polacco fa diffondere la Sollecitudo
rei socialis, in cui viene ribadito il valore della solidarietà:
"La solidarietà ci aiuta a vedere l'altro - persona, popolo o nazione
- non come uno strumento qualsiasi, per sfruttarne a basso costo la
capacità di lavoro e la resistenza fisica, abbandonandolo poi quando
non serve più, ma come un nostro "simile", "un aiuto", da rendere partecipe,
al pari di noi, del banchetto delle vita, a cui tutti gli uomini sono
egualmente invitati da Dio."
Risale al 1991 la Centesimus annus in cui
si ribadisce come la dottrina sociale oggi "miri all'uomo in quanto
inserito nella complessa rete di relazione delle società moderne. Le
scienze umane e la filosofia sono di aiuto per interpretare la centralità
dell'uomo dentro la società e per metterlo in grado di capire meglio
se stesso, in quanto essere sociale. Soltanto la fede, però, gli rivela
pienamente la sua identità vera, e proprio da essa prende avvio la dottrina
sociale della chiesa, la quale valendosi di tutti gli apporti delle
scienze e della filosofia, si propone di assistere l'uomo nel cammino
della salvezza".
Scomoda eredità ha lasciato Papa Wojtyla a Papa Ratzinger, in materia
di diritti umani, di pace, di implicazione etiche della ricerca scientifica,
del valore della vita, della convivenza e del dialogo fra i diversi
credi. In maniera particolare questi ultimi due temi sono di straordinaria
attualità proprio per il grande scompiglio, creatosi nel mondo mussulmano,
per il discorso del papa tedesco all'Università di Ratisbona
del 12 settembre 2006. Nel testo medievale letto dal pontefice,
l'imperatore bizantino Manuele II Paleologo nel 1391 si confronta con
un persiano sul Cristianesimo e sull'Islam. L'obiettivo è di condannare
la diffusione della fede mediante la violenza, ma le parole dell'imperatore,
riferite nella citazione di Benedetto XVI, hanno urtato la sensibilità
islamica.
Per rinsaldare i rapporti tra la Santa Sede e le comunità arabe mussulmane
nel mondo, il Pontefice e 22 diplomatici si sono incontrarti nella Sala
degli Svizzeri del palazzo pontificio di Castelgandolfo. I riflettori
dei mass media sono puntati sulle parole chiave Maometto, cose cattive,
spada, Guerra Santa, dialogo interreligioso e interculturale. Con l'assemblaggio
più o meno armonico di queste parole si può fare polemica o si può essere
solidali. Con questo modo di vedere i fatti è passato in secondo piano,
ciò su cui occorre riflettere prima di instaurare una qualsivoglia forma
di comunicazione, ossia il rapporto fra fede e ragione. Una relazione
complessa o semplice a seconda del grado di preparazione teologica e
del livello di fede. Se non è chiaro questo si può anche parlare, criticare,
condannare, ma fino a che punto sarà costruttivo?
"Quello che nello sviluppo moderno dello spirito è valido, viene
riconosciuto senza riserve: tutti siamo grati per le grandiose possibilità
che esso ha aperto all'uomo e per i progressi nel campo umano che ci
sono stati donati. L'ethos della scientificità, del resto è volontà
di obbedienza alla verità e quindi espressione di un atteggiamento che
fa parte di fondo dello spirito cristiano. Non ritiro, non critica negativa
è dunque l'intenzione; si tratta invece di un allargamento del nostro
concetto di ragione e dell'uso di essa. Perché con tutta la gioia di
fronte alle possibilità dell'uomo, vediamo le minacce che emergono da
queste possibilità e dobbiamo chiederci come possiamo dominarle. Ci
riusciamo solo se ragione e fede si ritrovano unite in un modo nuovo;
se superiamo la limitazione autodecretata della ragione a ciò che è
verificabile nell'esperimento, e dischiudiamo ad essa nuovamente tutta
la sua ampiezza. In questo senso la teologia, non solo come disciplina
storica e umano-scientifica, ma come teologia vera e propria, cioè come
interrogativo sulla regione della fede, deve avere il suo posto nell'università
e nel vasto dialogo delle scienze. Solo cosi diventiamo capaci di un
vero dialogo delle culture e delle religioni - un dialogo di cui abbiamo
un così urgente bisogno. Nel mondo occidentale domina largamente l'opinione,
che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa
derivanti siano universali, ma le culture profondamente religiose del
mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall'universalità
della regione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione
che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell'ambito
delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture
…"
Questa è una parte del discorso del pontefice all'Università
di Ratisbona, che invita a modulare il rapporto fra fede e ragione,
quale prerogativa fondamentale prima di instaurare un dialogo con altre
religioni. Ma quanti sono disposti a "impelagarsi" su questo
tema? Non è certo solo "roba" da teologi, filosofi o professori. Nel
mondo cattolico si registra una certa apatia fra "presunti cattolici"
e chiesa. Sia con le encicliche sociali che con il catechismo la Sacra
Istituzione offre degli strumenti per dare spessore al proprio credo.
In Italia, secondo un indagine promossa dal centro di orientamento pastorale
su 10 milioni di giovani che si professano cattolici, pochi frequentano
con regolarità le funzioni religiose. L'istituto IARD, su un campione
di 3.000 ragazzi fra i 15 e i 34 anni, ha evidenziato che dal 1992 al
2004 la quota dei partecipanti alle messe domenicali si è abbassata
dal 25% al 17% per cento.
Per avere un riscontro più concreto
abbiamo intervistato padre Massimiliano, 34 anni, un giovane sacerdote
di una parrocchia romana.
Perchè alcuni "presunti cattolici" non escono allo scoperto,
ma preferiscono confondersi nei "valori-nonvalori" di una società laica?
Perché essere cristiano significa impegnarsi, passare per la "porta
stretta", prendere ogni giorno la propria croce e seguire il Signore.
Non piace a tutti.
Che cosa sta facendo la chiesa per recuperare "le pecorelle
smarrite"?
Quello che ha sempre fatto: annunciare a tutti la Parola di Dio.
Ognuno secondo il proprio carisma: missione, insegnamento, opere di
carità…
Premettendo una superficialità e una ignoranza di base delle
pecorelle smarrite, perchè sono pochi a conoscere il contenuto delle
encicliche sociali?
Sono pochi i cristiani che conoscono il Vangelo, che ne
hanno letto almeno uno per intero, figuriamoci testi meno diffusi e
meno importanti della Parola di Dio.
Quale, a suo giudizio, delle encicliche sociali testimonia
più delle altre una volontà di attualizzazione del messaggio cristiano
cattolico?
Tutte le encicliche hanno questo fine.
Si può essere definiti "cattolici" senza la mediazione della
chiesa?
Cosa si intende per chiesa? La chiesa è la comunità di
tutti i battezzati e da duemila anni continua a parlare di Dio, secondo
l'invito di Gesù. La chiesa non media, è parte della nostra fede. Molti
cristiani dicono: Cristo sì, chiesa no! Ma chi ti ha fatto conoscere
Cristo? Da chi ne hai sentito parlare, dove ne hai letto qualcosa?
Perchè un grande limite di molti "presunti cattolici" è
non avere fiducia nel clero?
Credo per due ragioni: in primo luogo perché hanno avuto esperienze
personali negative con qualche sacerdote o religioso. In secondo luogo
perché è una grande scappatoia dire che non si vive la fede in modo
pieno perché il clero non è in gamba. Nella società attuale amare il
prossimo come se stessi e il profondo senso del perdono sono considerati
segni di debolezza.
Ci può indicare chi ne ha fatto oggi un segno di forza nella
comunità cattolica italiana e anche nel mondo?
Milioni di cristiani che vivono il Vangelo seriamente
in tutto il mondo, in modo silenzioso e verace. Le nostre comunità per
fortuna sono piene di queste testimonianze. Se poi abbiamo bisogno di
gesti eclatanti basti pensare a suor Leonella che, uccisa poco tempo
fa a Mogadiscio, morendo ha ripetuto per tre volte: perdono, perdono,
perdono! Tale sensibilità nasce dal vivere quotidianamente l'esperienza
dell'amore gratuito.
Essere cristiani cattolici vuol dire "passare per la porta stretta",
"vivere quotidianamente l'esperienza dell'amore gratuito" e accettare
"la chiesa come parte della fede", quindi è facilissimo saltare dal
recinto. Pur non certo ignorando le associazioni di volontariato,
gli ordini religiosi, le missioni che si danno da fare in maniera molto
attiva, non c'è nella società attuale un ruolo così operativo del cattolico,
che, apertamente, vada controcorrente.
Il rischio più grave dei "presunti cattolici" è saltare lo steccato
senza sapere di farlo. Non avere la percezione di agire contro quella
dottrina che si afferma di professare è, forse, l'atto più autolesionistico
che si possa fare contro se stessi e contro la propria coscienza. Se
d'altra parte, effettivamente, tutti i battezzati agissero come padre
Massimiliano ci ha prospettato, molto probabilmente la società italiana
sarebbe diversa.
::. Bibliografia:
Guido Verucci, La Chiesa nella società contemporanea,
editori Laterza, Bari ,1988.
Tommaso Stenico, Giovanni Paolo II e i grandi
della terra, la Biblioteca Editrice, Firenze, 2001.
Franco Pierini, Le Encicliche Sociali, Paoline
editoriali libri, Milano, 2004. L'osservatore Romano,
anno CXLVI, N. 222. www.oecumene.radiovaticana.org
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