Stato d'inerzia / n°282
Le cose possono essere molto diverse da ciò che sembrano : palamitonews- Palamitonews
La Cina è vicina
  "Se prima erano solo le grandi industrie a voler espandersi verso altri orizzonti ora è anche la piccola impresa che cerca di trasferirsi altrove. E quale migliore nazione se non la Cina?".
di Paola Marras / foto di Pino Ramos
 


In un Paese dove le periferie sono abbandonate a se stesse, la maggioranza dei cittadini stenta ad arrivare alla fine del mese e anche sotto Natale c’è crisi economica nei negozi, lo Stato continua ad elargire sorrisi e rassicurazioni.


Facili parole ripetute mille volte, sempre le stesse da anni, da politici in giacca e cravatta intervistati nei salotti tv, sicuri di riuscire a rassicurare i propri elettori sulla grave crisi economica che, come una palla di neve in piena corsa dalla cima di una montagna, diventa sempre più gigantesca. Stupendosi invece poi delle manifestazioni di piazza e dei fischi di disapprovazione di un popolo ormai “impazzito”.

Tra questa gente, non più solo il vecchio e esautorato proletariato, che ora si chiama "cittadino medio" (perché è ancora in grado di comprarsi l’irrinunciabile telefonino di ultima generazione o un'auto con tutti i comfort a rate), ma anche il commerciante e l’imprenditore, che nel nostro caro Stivale non riesce più a vendere nemmeno un vecchia scarpa. Non perché il mercato sia saturo, ma perché i soldi non girano, o meglio non riescono a girare. O non vogliono farli girare.

E allora, invece di ricominciare da capo, come dopo una guerra dove tutto è macerie e c’è tanto da ricostruire, pare più facile spostarlo, il mercato.
Se prima erano solo le grandi industrie a voler espandersi verso altri orizzonti, ora è anche la piccola impresa che cerca di trasferirsi altrove, in Paesi in cui esiste ancora la convinzione che l’investimento porti ricchezza e, soprattutto, dove questa ricchezza viene spesa.

E quale migliore nazione se non la Cina, paese in via di sviluppo, come ancora viene definita, anche se di fatto è la terza potenza mondiale, dopo gli Stati Uniti e la Russia?
Ma è solo la voglia di approdare in un Paese che offre facili prospettive di guadagno ad incoraggiare tutta una classe di imprenditori ad emigrare? Forse il mercato cinese offre una migliore tecnologia, una maggiore serietà nel lavoro, un’ottima efficienza nei trasporti.

Incuriosito e desideroso di risposte a domande mai poste, Palamitonews ha così chiesto a Confidustria, “l’Associazione imprenditoriale più diffusa, e più articolata, al Mondo” (come leggiamo nel loro sito web), cosa spinga l’italiano ad addentrarsi in un impero comunista per cercare di portare la sua idea libero mercato.

Perché è stata scelta proprio la Cina come nuovo mercato di riferimento, visto che esistono molti altri Paesi che offrono un costo del lavoro anche più basso?


“Naturalmente la Cina è solo uno dei paesi di riferimento dove il costo del lavoro è ugualmente basso, anche di più della Cina. Solo che, con il suo miliardo e 200mila abitanti, il reperimento della manodopera in questo Paese è molto più facile, al di là del prezzo. Noi siamo stati in India, siamo stati in Brasile, in Bulgaria, in tanti altri posti, ma la scelta è poi caduta sulla Cina proprio perché ha una popolazione di 1 miliardo e 200mila persone.
La cosa che l’imprenditore e l’impresa italiana devono capire è che la Cina non è soltanto un luogo in cui delocalizzare, ma la carta vincente è considerarla come un mercato. In questo caso è evidente che viene privilegiato un paese con 1 miliardo di abitanti, di cui oltre 100milioni vengono considerati con un potenziale di acquisto a livello di quello nostro, europeo.
Altri paesi, come per esempio la Thailandia, sono paesi altrettanto interessanti, ma ragionando con l’ idea di non sfruttarlo esclusivamente come delocalizzazione e sfruttamento della manodopera a basso costo, qualsiasi altro mercato non regge il paragone con le possibilità di sfruttamento della Cina.
Per l’India vale lo stesso discorso: grande potenza emergente, anche come mercato, perché molto consistente. Il Brasile è la stessa cosa.
Però la Cina, con i suoi numeri, rende l’idea delle potenzialità intrinseche del mercato”
.

[Quindi sembrano proprio essere i grandi numeri della popolazione dagli occhi a mandorla a convincere gli italiani dell’esistenza di “una nuova America”; n.d.r.].

E i cinesi sono favorevoli a questo tipo di “sfruttamento” puramente numerico?


“È vero che ultimamente essi stessi cominciano a lamentare la scarsità di manodopera qualificata, e non per nulla si stanno aprendo alle join-venture con l’estero e alla gestione di aziende cinesi da parte di personale straniero. Un ottimo esempio può essere l’acquisto dei computer dell’IBM da parte della 'Lenovo'. È stato messo a capo della 'Lenovo', l’azienda cinese, un manager americano. Si cominciano a dare segni di apertura in questo senso”.

[Dopotutto, lo sforzo cinese di ampliare la propria economia si riversa promuovendo anche la stabilità e lo sviluppo dell’intera Asia.
Ed è in quest’ottica che hanno cominciato a muoversi i primi investitori, in cerca di sempre maggiore cooperazione economica e commerciale; n.d.r]

La concorrenza cinese quando comincia a preoccupare l’industria italiana? In che periodo storico?

“Quello dell’emersione del mercato cinese, della potenza cinese, è un fenomeno relativamente recente, saranno gli ultimi 10/15 anni al massimo. Molte persone, molti analisti, economisti e studiosi avevano giustamente previsto questa cosa già 30 anni fa, ma prima che il mondo se ne rendesse conto sono passati molti anni”.

[Una volta resosene conto, però, si sono cominciate a bruciare tutte le tappe per arrivare subito ad un traguardo. Quello di creare sempre più imprese con investimenti esteri nei territori cinesi, realizzate in diverse forme, sia da grandi aziende che da organizzazioni e singoli imprenditori stranieri.
Tra i maggiori piani strutturali di impresa ci sono quelli misti a capitale cinese ed estero, le imprese di cooperazione cinese e straniera e le imprese a capitale estero. All’inizio erano soprattutto le più grandi società multinazionali ad investire in Cina. Ora, a voler trasferire i propri uffici sono anche le piccole imprese; n.d.r.].

Può farci qualche esempio di join-venture (cioè una partnership commerciale con capitale messo insieme, ndr) tra industrie italiane e cinesi?


“La Fiat ha un rapporto molto stretto con la 'Saic', il maggior gruppo automobilistico cinese, con la quale ha firmato un accordo anche in occasione di quest’ultima visita (settembre 2006, n.d.r.). Anche la Iveco, che fa parte del gruppo Fiat, ha stretto un accordo con la controparte cinese, che riguarda la produzione di motori, veicoli pesanti. D'altronde la Fiat ha una storia ben radicata in Cina.
Poi c’è, per esempio, la Piaggio, che ha rapporti da ormai quasi vent’anni con la Cina. Ha uno stabilimento a Foshan, per la produzione di veicoli a due e tre ruote.
C’è il 'Cis Interporto di Nola', che ha siglato un accordo per la logistica con la città di Tianjin, prevedendo la ristrutturazione e l’avviamento di un grandissimo villaggio del made in Italy di circa 25.000 mq.
Stanno creando un grande centro commerciale made in Italy proprio nella parte italiana, anzi diciamo ex italiana, della città.
Anche la MA.DE. Engineering, ex Fiat Engineering Spa, ha una presenza attiva in Cina.

In particolare questa volta, però, la missione è stata dedicata alle piccole e medie imprese. Sono stati fatti più di 5000 incontri di business. Deve immaginare enormi saloni riempiti di tavolini in cui si sedevano imprenditori italiani e cinesi; ognuno di loro aveva una media di circa 8/10 incontri con controparti cinesi, tutte svoltesi con un gran successo. L’idea di base era quella di portare noi, il governo, almeno 500 tra le piccole e medie imprese italiane organizzando degli incontri direttamente con le province cinesi che hanno collaborato ad individuare le controparti cinesi. Una volta le piccole e medie aziende da sole non avrebbero probabilmente avuto il tempo e la forza di andare in Cina, ora invece, grazie a questa grande delegazione, hanno potuto affrontare e conoscere faccia a faccia le proprie controparti cinesi. C'è stata una serie di incontri importanti, che hanno portato a varie collaborazioni piuttosto che a semplici ordini.

Naturalmente noi le aziende le abbiamo portate, non è che poi ciascuna è tenuta a dire esattamente che cosa ha fatto, rimangono affari della singola azienda. Non possiamo, né vogliamo sapere esattamente quello che è successo e comunque ci vorrà un po’ di tempo prima di avere un quadro chiaro rispetto a quali e quanti accordi sono stati presi. Però, a giudicare dalla reazione degli imprenditori italiani, la missione è stata una cosa molto interessante e proficua per loro”.


[Nel settembre scorso, infatti, il Presidente del Consiglio Romano Prodi consacra il 2006 come 'l’anno dell’Italia in Cina', visitando la terra delle nuove opportunità e del business.
Ma il rapporto diplomatico tra i due paesi iniziò già nel 2004, con la visita ufficiale dell’allora Presidente della Repubblica Carlo Azelio Ciampi.
In questa occasione, invece, Romano Prodi ha accompagnato una grande delegazione di politici e industriali, con in mano una agenda ricca di accordi bilaterali da firmare.
Intese sicuramente molto proficue, che vanno a sommarsi a quelle di questi ultimi decenni; n.d.r.].

Chiediamo così a Confindustria se è possibile quantificare i posti di lavoro e la ricchezza che la Cina ha ‘rubato’ all’Italia.


“Bisogna che lo chieda all’ICE (l’Istituto nazionale per il Commercio Estero, ente pubblico). Sicuramente i settori più colpiti sono i classici, quelli che vanno dal settore tessile a quello delle calzature, tra i tanti.
La risposta che noi possiamo e dobbiamo dare è quella di entrare, o meglio di competere, su una fascia di prodotti medio-alti. Se invece ci intestardissimo a competere sulla fascia medio-bassa non avremo nessuna possibilità di concorrere. Sempre partendo dal presupposto che la Cina deve essere considerata come un’opportunità, come un mercato e non come uno spettro che ci viene ad invadere.

È chiaro che l’invasione di un paese ad un così basso costo di manodopera riguarda la parte di fascia bassa del mercato, quindi i prodotti di massa a basso costo. L’Italia invece deve competere sulla fascia medio-alta, in particolare nei comparti di moda, abbigliamento, accessori. Ma non solo, perché per esempio in questa missione le aziende partecipanti erano anche del settore agro-alimentare, del settore turistico, dei macchinari. In questi settori l’Italia può competere molto bene. Ma più che rivaleggiare la Cina dovrebbe essere considerata come uno sbocco, come un nuovo mercato”.


[Proprio per rendere più accessibile l’ingresso da diversi anni il governo cinese ha cominciato ad abbassare sempre di più i tassi doganali sui prodotti di importazione. Imposte che invece l’Italia vorrebbe aumentare proprio per frenare la forte concorrenza dei prodotti cinesi; n.d.r].

Qual’è la posizione di Confindustria rispetto al tema dei dazi doganali?


“E’ una posizione molto semplice, nel senso: il mondo ideale è un libero mercato nel quale però le regole devono essere rispettate da tutti. Quindi il problema è di non considerare la Cina solo come un invasore e un pericolo. Invece si dovrebbe vedere la Cina come un’opportunità.
È vero che a livello europeo, in certe occasioni, i dazi sono utilizzati come un arma di difesa. Però, quello a cui noi dobbiamo pensare, non è tanto innalzare barriere e produrre steccati ma insistere sul fatto che ci siano delle regole. In realtà delle regole già ci sarebbero, il problema è che queste debbano essere veramente applicate e rispettate da tutti. L’ideale del rapporto con la Cina sarebbe un’accettazione da parte di tutti del rispetto di queste regole. In tal modo potremmo sfruttare ancora meglio sia il resto del mondo, che anch’esso vorrebbe investire in Cina, sia la Cina, che vedrebbe il resto del mondo come un’opportunità”.


[Lasciando da parte per un momento le regole di investimento, trattare in Cina è sicuramente più difficoltoso a causa dell’idioma rispetto ad altri paesi; n.d.r.].

Come si affronta il problema della lingua?


“Questo sicuramente è un problema. Per esempio in quest’ultima occasione erano messi a nostra disposizione, trovati dall’ICE, almeno 300 interpreti, un numero veramente massiccio.
A differenza dell’India, dove tutti bene o male parlano l’inglese, con la Cina il problema della lingua ancora persiste. In questi viaggi diciamo organizzati si cerca di pensare a tutto. Anche l’imprenditore che arriva per conto suo e deve arrivare in hotel si ritrova all’aeroporto ad attenderlo un taxi ufficiale.

Sicuramente ci sono ancora dei problemi, che però piano piano si risolveranno. Per esempio uno dei vantaggi dell’accordo firmato da Confindustria e la provincia del Jiangsu, questo in occasione della scorsa visita col Presidente Ciampi, prevede appunto che un funzionario cinese dalla provincia del Jiangsu sia mandato in Confindustria qui a Roma, in modo che tutte le aziende abbiano un riferimento cinese della provincia attivo, che possa fornire tutti i contatti che potrebbero servire per avviare dei rapporti commerciali con quella regione. Il Jiangsu è la prima provincia produttiva, industriale della Cina. Lo stesso tipo di accordo è stato siglato in quest’ultima missione, con la provincia del Guangdong, la cui capitale è Canton.
Avere un funzionario di una provincia cinese che viene in pianta stabile a Roma in Confindustria, a disposizione di tutti quelli che cercano maggiori informazioni
di carattere burocratico, finanziario o altro, è un modo pratico per dare una risposta concreta alle esigenze di informazione degli imprenditori”.


Gli imprenditori italiani che vanno a produrre in Cina sono in qualche maniera tenuti a rispettare il diritto dei lavoratori, magari anche solo moralmente, visto che è accertato il mancato riconoscimento dei diritti dei lavoratori in Cina?

“Questo apre una serie di problemi che vengono affrontati da, relativamente, poco tempo. È chiaro che c’è una forte attenzione da parte dell’Italia ma non solo, da parte di tutto il mondo, alle condizioni di lavoro e dei lavoratori. Dal punto di vista etico e sociale c’è una forte esigenza di attenzione. Il governo cinese in questo senso sta lavorando, anche se c’è ancora qualche problema. Ma essendoci questa forte attenzione internazionale la situazione sta migliorando, di giorno in giorno”.

[Eppure è ancora recente la notizia dell’inchiesta apparsa su 'la Repubblica' del maggio 2005 (1), che denunciava le spaventose condizioni di lavoro di quella che era stata premiata poco prima come 'migliore azienda dell’anno per le relazioni umane'.
Due furono le multinazionali che, nella provincia del Guangdong, lasciavano gestire le fabbriche come fossero carceri. Timberland e Puma sono state incriminate da particolari emersi non dalle ispezioni e dai rapporti stilati dai rappresentanti delle aziende, ma dalle testimonianze dirette di operai disperati, che hanno trovato il coraggio di confidare ad attivisti umanitari gli orrori che subivano ogni giorno.

Nonostante la Cina abbia messo fuori legge lo sfruttamento minorile, sono stati trovati minorenni alle catene di montaggio, come si legge nelle testimonianze. Senza contare il numero di incidenti sul lavoro, gli operai intossicati dalle sostanze che maneggiavano e l’orario di lavoro che andava dalle 7.30 del mattino e finiva alle 21.00, con straordinari obbligatori.
I salari poi bastavano appena per sopravvivere. Un cinese, per fabbricare un paio di scarpe da jogging Puma, riceveva 90 centesimi di euro. La stessa scarpa veniva poi rivenduta in Europa al prezzo base di 178 euro, il modello con il logo della Ferrari.

Proprio a causa della ripetuta mancanza di diritti umani l’Unione Europea continua a mantenere l’embargo di armi alla Cina.
La Cina si oppone fermamente a questa decisione, ribadendo che “l'embargo delle armi è una conseguenza della guerra fredda” e non corrisponderebbe “agli attuali buoni rapporti tra la Cina e i vari paesi dell'Unione Europea”. (2)
Talmente buoni che la Cina continua a vendere armi ad altri Stati, magari le stesse che a sua volta le sono state vendute da diversi paesi europei, compresa l’Italia, nonostante l’embargo internazionale, come si apprende da varie relazioni governative sul commercio di armi italiane. (3)

Forse per questo, e per rendere lecito un mercato molto lucroso (uno dei pochi ancora in attivo), che sia in quella precedente del Presidente Ciampi che in quest’ultima visita di Prodi, l’Italia ha dichiarato di essere favorevole a ritirare l’embargo; n.d.r.].

Curiosi, chiediamo se anche Confindustria ha una sua posizione riguardo questo argomento.


“L’embargo sulle armi? Non è un argomento che riguarda Confindustria”

Però saprà dirmi se ci sono industrie militari che producono in Cina? Anche solo rivolte al mercato cinese.


“Che producono in Cina che io sappia no”.

[Altro problema spinoso riguarda l’inquinamento atmosferico, e non solo.
Nel dicembre 1997 viene firmato il Protocollo di Kyoto, che impegna i paesi industrializzati a ridurre le emissioni di gas serra entro il 2012.
Per entrare in vigore, però, avrebbe dovuto essere ratificato da almeno 55 Paesi che rappresentano non meno del 55% delle emissioni, ma molti di questi, tra cui gli Stati Uniti completamente avversi a questo tipo di politica, decisero di non firmare l’accordo.

Nonostante questo, però, nel febbraio 2005 il Trattato entra comunque in vigore, grazie alle forti pressioni di Paesi come Germania, Francia e Gran Bretagna. L’Italia si era impegnata a ridurre le proprie emissioni di gas già dal 1998.
Anche la Cina è entrata a far parte del Patto, solo che gli obblighi nazionali di riduzione furono determinati sulla base dei dati del 1990, gli stessi emersi nel ‘Summit della Terra’, tenutosi nel 1992 a Rio de Janeiro, dove per la prima volta si parlò di riscaldamento globale.
E infatti la Cina, come per esempio l’India, sottoscrisse la terza fascia, quella per i Paesi in via di sviluppo, cui è riconosciuto il diritto a seguire un proprio sviluppo industriale e per questo non soggetti a vincoli particolari ma anzi ad avere maggiori margini di manovra; n.d.r.].

Chiediamo così al nostro rappresentante di Confindustria se anche per questi motivi l’imprenditore italiano, e non solo, è incentivato a produrre in Cina.


“Può essere una delle motivazioni ma sinceramente non saprei”.

Ma almeno, il costo ambientale che il l’Italia dovrebbe risparmiare, visto che di fatto trasferisce moltissime sue industrie inquinanti in Cina, può considerarsi pari rispetto alla perdita di lavoro?


“Non so. So che anche in questo caso c’è una forte pressione internazionale a ridurre le emissioni, imporre tutta una serie di norme”.

Infatti si sta già vociferando che per il periodo successivo al 2012 molti obblighi dovranno essere estesi anche in altri Paesi, in primis la Cina".


Per concludere chiediamo al nostro intervistato, che conosce molto bene questa straordinaria terra di opportunità, che sensazioni si percepiscono visitandola?

“Io sono andato per la prima volta in Cina cinque anni fa, sono tornato alla fine del 2004 e questa volta. Quello che si nota è un impressionante cambiamento delle infrastrutture cittadine. Nuove costruzioni moderne, la quantità di negozi, diciamo, all’europea che si trovano sia negli aeroporti che in città.
Ma infrastrutture anche in quanto strade. Mi ricordo che nel 2004 la strada che collegava l’aeroporto di Pechino alla città era una strada a due corsie, ora è un’enorme autostrada praticabilissima. È chiaro che cominciano anche loro ad avere dei grossi problemi con il traffico. Per esempio la quantità di biciclette che io notai la prima volta credo che si sia ridotta almeno a un decimo rispetto a quest’ultima volta. Adesso c’è un traffico di macchine veramente impressionante.
Purtroppo si nota come conseguenza un peggioramento delle condizioni dello smog, questa continua coltre grigiastra nell’aria, che rispetto a cinque anni prima è decisamente più evidente.

Si nota un’impressionante rapidità nei tempi di esecuzione di realizzazione delle infrastrutture e parallelamente c’è un aumento di tutte le problematiche più tipiche, diciamo, occidentali come il traffico, i tempi di percorrenza, ecc”.


Ma osservare una città che cresce, che si arricchisce, notare questo cambiamento visibile in pochi anni, invoglia l’imprenditore a investire?


“Certo. L’imprenditore, percependo appunto il cambiamento veloce soprattutto nelle infrastrutture, un problema critico nel nostro mondo occidentale, si rende conto della capacità, delle opportunità, dei tempi di realizzazione che ci sono in Cina. E questo fa ben sperare anche dal punto di vista degli scambi commerciali”.

[Sarebbe bello anche in Italia vedere qualche cambiamento; n.d.r.].

Link:
(1) http://www.repubblica.it/2005/e/sezioni/economia/nostrolusso/nostrolusso/nostrolusso.html
(2) http://unimondo.oneworld.net/article/view/98246/1/
(3) http://italy.peacelink.org/mosaico/articles/art_5637.html;
(3) http://www.carta.org/campagne/pace/disarmo/armi_analisi_commenti.pdf



 
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