Ma quando capyright? / n°281
Le cose possono essere molto diverse da ciò che sembrano : palamitonews- Palamitonews
Quando c'era lui...
  "L'aspetto più interessante circa la libertà di stampa ai tempi del Fascismo è rappresentato dalle pubblicazioni periodiche di ambito culturale. Le riviste della Gioventù universitaria fascista e le varie testate di cultura erano isole felici di pluralismo."
di Adolfo Spezzaferro / foto tratta da regiamarina.net
 


Lo sapevate che l'Ordine e l'Albo dei giornalisti sono stati istituiti da Benito Mussolini? Ebbene sì, proprio quella lobby che il Partito Radicale, e non solo, voleva abbattere, fu un'idea del Duce, che come è noto è stato un giornalista.


Anzi, anche i suoi più agguerriti e preparati detrattori non hanno mai messo in dubbio le doti del Mussolini giornalista. Direttore de L'Avanti e grande editorialista, anche sul Popolo d'Italia, il Duce ci capiva parecchio di carta stampata e di comunicazione.

L'istituzione di un ordine che tutelasse la categoria dei giornalisti è un'applicazione dei principi dello Stato Etico, ovvero di uno Stato che non vuole soltanto amministrare ma anche educare.
Stiamo parlando di un'epoca in cui la gente sputava per terra o maltrattava gli animali per strada. Lo Stato Etico prevedeva delle sanzioni per questi atti.

E visto che era previsto che se a un nucleo familiare del Friuli veniva assegnato un lotto di terra nell'Agro Pontino bonificato, la donna di casa trovava già la farina per fare il pane nella madia della nuova abitazione assegnata a titolo gratuito, era altresì previsto che sui giornali si parlasse in termini edificanti.

L’albo si componeva di tre elenchi: giornalisti professionisti, praticanti e pubblicisti; venivano posti dei limiti per l’iscrizione, era di divieto per coloro che avessero riportato una condanna a pena detentiva superiore a cinque anni e per chi avesse svolto una pubblica attività contraria agli interessi della nazione.
La gestione dell'albo era a cura dell’ordine dei giornalisti, da istituirsi nelle città sedi delle Corti d’Appello. E gli albi dovevano essere depositati presso la cancelleria di queste corti.

Tuttavia, l'aspetto più interessante circa la libertà di stampa ai tempi del Fascismo è rappresentato dalle pubblicazioni periodiche di ambito culturale. Le riviste della Gioventù universitaria fascista e le varie testate di cultura erano isole felici di pluralismo.
La maggior parte delle penne dell'Italia postfascista si sono fatte le ossa in queste riviste, dove si poteva scrivere liberamente. Perché la cultura non è mai da censurare ed è sempre un bene per la nazione.
Tanto che Bottai, il ministro del MinCulPop, difendeva ogni arditismo giornalistico dalle critiche di quei "duri e puri" un poco impermeabili a certe riflessioni colte.

Dal punto di vista normativo, il Fascismo modificò la disciplina della responsabilità dei reati a mezzo stampa sotto due profili fondamentali: quello dei requisiti richiesti per lo svolgimento dei compiti affidati dall'editto al gerente, e quello della natura e dell’estensione della responsabilità ad esso imputabile.

Circa il primo profilo, il gerente doveva essere necessariamente un soggetto coinvolto nella gestione del periodico, ovvero che ne capisse più di qualcosa. Inoltre si stabilì di sottoporre a riconoscimento prefettizio la nomina del gerente responsabile e di affidare alla stessa autorità il potere di revocare il riconoscimento qualora venissero commessi due reati a mezzo stampa nell’arco di un anno.

Per quanto riguarda il secondo profilo, l'articolo 57 del nuovo codice penale (1930) stabiliva che il direttore responsabile della testata era chiamato a rispondere, insieme all’autore dello scritto, del reato a mezzo stampa. Regolamentazione più che repressione o censura, quindi.

Interessanti, soprattutto se presi in esame nell'ambito del clima dell'Italia fascista e di quegli obiettivi educativi che lo Stato Etico si era posto, sono i consigli che Mussolini diede a chi faceva il giornalista o lavorava nel settore della comunicazione. Ad esempio, un giornale doveva valorizzare le nuove opere italiane; doveva movimentare tutte le pagine e specialmente la prima, con grandi titoli e ogni qualvolta gli avvenimenti lo consentivano, sensibilizzare la prima pagina con titoli su 7 colonne; era d'uopo migliorare la tecnica d'impaginazione, anche nelle fotocomposizioni.

Circa le direttive più prettamente educative, si consigliava di controllare le notizie e gli articoli dal punto di vista "nazionale e fascista", ponendosi il quesito se le pubblicazioni fossero utili o dannose per l'Italia [Vi ricorda qualcosa circa la demagogia massmediatica a stelle e strisce?].

Inoltre un giornale andava improntato secondo ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire. In tal senso non andavano riportate notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti.

Ma, attenzione, circa le opere d'assistenza, le testate dovevano occuparsene dal lato organizzativo, e non da quello pietistico. Non si doveva "battere la grancassa per raccogliere denari", ma dar conto dell'organizzazione e dei risultati.
Insomma, anche l'assistenza era fascista, perché ispirata al principio nazionale della solidarietà, pertanto nei commenti andava evitato "ogni vecchio concetto di elemosina, di pietismo".

Ancora, si consigliava di "riunire con evidenza di titoli tutte le notizie riguardanti il regime ed i commenti di giornali esteri sulle realizzazioni del fascismo, nonché le notizie sulla diffusione dei principi fascisti nel mondo".

Ora invece entriamo nel merito estetico, così scoprirete quanto certi accorgimenti valgano ancora oggi, anche se spesso ribaltati. Non dovevano essere pubblicati "disegni di figure femminili artificiosamente dimagrite e mascolinizzate, che rappresentano il tipo di donna sterile della decadente civiltà occidentale" [Vi dice qualcosa la pubblicità del Campari?].
Circa le fotografie si consigliava, in caso di avvenimenti e panorami italiani, di esaminarle dal punto di vista dell’effetto politico. Nel caso di foto di massa, andavano ovviamente scartate quelle con spazi vuoti.

In caso di nuove strade, zone monumentali, scartare quelle che non davano "una buona impressione di ordine, di attività, di traffico" [Non stiamo parlando quindi dell'attuale manto stradale romano o di qualche cattedrale nel deserto].
Inutile dire che il Duce vietò gli attacchi ai giovani sui giornali. Perché le leve dei giovani si inserivano nel regime e ne rafforzavano la linfa giovanile.

Chiudiamo questo excursus sui consigli per una buona editoria ai tempi del fascismo citando per intero un esempio su come si doveva parlare di Mussolini, che tra l'altro non gradiva il gossip sulla sua famiglia [oggi è il contrario esatto]: "A proposito di una definizione data del Duce da parte di un diplomatico giapponese, che cioè egli sia un uomo che vive con Dio, si prega ricordare che il Duce è un combattente e non vuole essere considerato un santo".

In conclusione, più che di censura o di libertà di stampa limitata si trattava di una comunicazione in linea con un'idea organica di Stato educatore di coscienze. A buon diritto o no.
Il punto è un altro. La censura attuata nel mondo grazie ai provvedimenti speciali dovuti alla guerra contro il terrorismo, la demagogia becera che da Mtv fino al singolo spot radiofonico stordisce le coscienze giovano a noi italiani? E non stiamo facendo un discorso nazionalista. Ma utilitarista.
Siamo sicuri che oggi ne sappiamo di più? O forse l'informazione è attualmente il lusso più costoso che c'è?


 
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