Ma quando capyright? / n°281
Le cose possono essere molto diverse da ciò che sembrano : palamitonews- Palamitonews
Libera stampa in libero Stato
  "In un pianeta avvelenato dalla disinformazione l’Italia è di certo tra i peggiori. Le classifiche non citano i nomi dei mandanti, degli esecutori e neppure quelli delle vittime. Poteri forti, direttori asserviti, cittadini inermi? Questa la giusta interpretazione? O anche i lettori, i clienti, hanno una responsabilità, quella di non voler distinguere, scegliere, giudicare. "
di Roberto Barbera / vignetta di Bertolotti De Pirro, tratta da sabellifioretti.com
 


Alcuni quotidiani nazionali di grande prestigio, sette reti televisive generaliste, decine di emittenti radiofoniche, un vasto numero di giornali locali, settimanali, mensili, riviste specializzate, pubblicazioni di settore: il comparto industriale dell’informazione italiana non è certo un bambinetto in cerca d’autore.


Eppure, il Bel Paese non brilla per l’indipendenza della sua comunicazione. Secondo la classifica 2006 realizzata dall’organizzazione Reporters sans Frontières siamo al quarantesimo posto, preceduti da Bosnia Erzegovina, Trinidad e Tobago, Jamaica, Mali e Ghana, tra gli altri. A sfatare i luoghi comuni, gli Stati Uniti vengono dopo di noi, con Israele, Spagna e Giappone.

Ragionare sui parametri di valutazione, sulla complessità delle analisi che portano al risultato, sarebbe esercizio erudito e colto, ma forse del tutto inutile. Come inutile è la classifica stessa. Cos’è, infatti, la libertà di informazione?

Nel bellissimo altopiano del Massiccio Centrale francese, nel cuore della Repubblica di Diderot e Russeau, in una lontana notte di luna e di freddo, ospitati nel bel casale in pietra di uno di loro, cinque viaggiatori quasi professionisti bevevano vino rosso e mangiavano, banalmente, camambert. Il fuoco di un grande camino illuminava la stanza, aiutato da lampade a petrolio portate dall’Africa, dall’Asia, dall’America Latina, ricordi delle missioni internazionali del padrone di casa.

Era abituale non parlare di cose serie, non discutere mai, non cercare aggrovigliati modi per occupare il tempo. L’aver visitato una parte cospicua del Pianeta permetteva ai cinque amici di non indulgere in rappresentazioni teatrali di se stessi. L’italiano di turno (chi scrive n.d.r), ad un certo punto, prese di mira uno presenti e, scherzando, disse: “Suvvia, voi con la vostra grandeur culinaria, per qualche decennio avete dovuto subire gli spaghetti alla carbonara di Giulio Cesare”. Quell’altro, con una espressione divertita e sorridente, rispose: “Chi l’ha detto? Tu hai studiato il 'De bello gallico', le chiacchiere del vincitore. Anche se in ritardo di alcuni secoli, noi abbiamo pareggiato il conto e raccontato la storia vera. Le pozioni di Panoramix erano assolutamente più efficaci, come la nostra cucina è famosa. Asterix era il vero vincitore”.

Perbacco, il saggio storico del più famoso tra gli imperatori romani paragonato al fumetto, disegnato duemila anni dopo, degli ilari Goscinni e Uderzo?

La libertà di informazione, meglio il diritto alla conoscenza, vengono da lontano e forse sono miraggi inventati dalle fertili menti di vincitori occasionali. La realtà è rappresentata dagli uomini (nel senso di umanità e non di sesso), dalle loro intuizioni, dai loro bisogni e necessità. Chi vince ha anche il diritto di scrivere la storia, la cronaca, i resoconti.

Di recente, ma non troppo, si è sviluppata pure l’arte del revisionismo, ovvero l’elegante indulgere alla rilettura dei fatti, modificando i fattori del calcolo per arrivare a somme diverse. Sempre, però, per gratificare un nuovo vincitore, un nuovo potente, un vecchio sconfitto in qualche misura recuperato. Un altro esempio? Non sapremo mai la vera storia dei popoli nativi d’America, per quanto loro si siano industriati a tramandarla una generazione dopo l’altra. Sappiamo di Little Big Horn, del generale Custer e dei western di Hollywood, prima e dopo la riabilitazione degli ‘indiani’.

Loro, un popolo per il quale non si usa quasi mai la parola genocidio, hanno una cultura orale, non scrivono e restano confinati in riserve circondate dal filo spinato, privati della verità dei fatti. Film, libri, documentari e analisi erano e restano patrimonio narrativo dei ‘bianchi’, del loro potere economico e della loro ‘cultura’.

La libertà di informazione, allora? Non esiste. Esiste solo il difficile equilibrio tra interpretazioni rozze e strumentali e la narrazione laica e disadorna dei fatti. Oltre la proprietà delle testate, la concentrazione dei mezzi di comunicazione, l’ingerenza di lobbies e partiti politici sul messaggio, la questione è centrata sull’etica del giornalista, più che sul potere dell’editore.

Negli Stati Uniti come in Italia, in Germania come nel Regno Unito. A render più grave la situazione italiana è la quasi assoluta contiguità tra professionisti e imprenditori, politici, cordate di potere e salotti mediatici. Licenziarsi è sempre possibile, se non sei d’accordo con la linea del giornale te ne vai. O “tieni famiglia”?

L’accesso alla professione giornalistica nel nostro Paese è determinato da un
accordo preventivo: ti faccio diventare praticante se tu sarai dalla mia parte, sarai della mia parte, sarai con la mia parte. A destra come a sinistra, nei quotidiani indipendenti come nelle televisioni pubbliche e provate generaliste. Per quei ragazzi che dovrebbero uscire dalle scuole di giornalismo, insieme ad una pressoché totale deficienza professionale, esiste una assurda difficoltà nel trovare lavoro. Giornalisti sulla carta e senza giornale, alla ricerca di un ‘accordo preventivo’ postumo, stagisti all’infinito e subalterni cronicizzati a direttori, capo redattori, editori di turno, raccomadatori.

La prima e inconfessabile verità sulla stampa italiana non deve essere raccontata, deve essere elusa, ignorata, nascosta. Dal sindacato dei giornalisti, dai singoli lavoratori, dagli editori, dagli esperti e, guarda guarda, dagli stessi lettori. Così, in Italia, il margine tra la rozzezza della propaganda e i contorni di un’etica almeno vagamente onesta è quasi inesistente. Nel senso che l’etica del giornalista è, per moltissimi professionisti della comunicazione, una maschera da carnevale.

La conseguenza è un popolo disinformato, composto da tifosi, supporter, attivisti, ignavi. Lo si vede con chiarezza, quando un leader politico mette in dubbio il risultato di un’elezione, un altro si considera vincitore prima del termine degli scrutini, la querelle continua per mesi e tutto rimane estraneo alla crisi concreta di un Paese intero. Cittadini-lettori e cittadini-giornalisti impegnati a difendere la tesi della propria parte (o peggio, tanto disillusi da negare tutte le tesi) e contemporaneamente esseri umani assaliti da bollette, conti, difficoltà e
angherie. Abilissimi, però, nell’addebitate con disinvoltura e, quasi sempre, a responsabili fittizi o predeterminati la responsabilità degli eventi.

Una catena di sant’Antonio devastante e drammatica, dalla quale uscire sembra ogni giorno più difficile. Per chi ha vissuto anche una piccola parte della propria vita oltre le Alpi non ci sono paradisi di libertà, più o meno il problema è comune. Quello che lascia interdetti qui, nella patria di Savonarola, è la pervicace attitudine nel falsificare, la solidità ‘dell’accordo preventivo’, la latitanza degli scrupoli di coscienza.

In un pianeta avvelenato dalla disinformazione l’Italia è di certo tra i peggiori. Le classifiche non citano i nomi dei mandanti, degli esecutori e neppure quelli delle vittime. Poteri forti, direttori asserviti, cittadini inermi? Questa la giusta interpretazione? O anche i lettori, i clienti, hanno una responsabilità, quella di non voler distinguere, scegliere, giudicare.


Postilla e conclusione.

Tra i fulgidi esempi, il sole splendente della libertà americana per nostra comune sfortuna è coperto anche lui, da sempre, dagli antenati, dai seguaci e dagli amici e dagli allievi del dottor Hoover, mitico capo dell’Fbi, capace di trasformare il genio di Charlie Chaplin in un manifesto di propaganda filo comunista.
Non tutto il mondo è paese, ma l’essenza del valore della Libertà, da laici, è un privilegio che ancora l’umanità fa fatica a conquistare.


 
  pagine: uno -

  archivio - contatti - gerenza