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“Ogni giorno sembra un bollettino di guerra, dove muoiono in media una cinquantina di persone. E noi, intendo come Occidente, dovremmo prima o poi fare i conti con questa situazione”.
Simona Torretta, operatrice dell’organizzazione non governativa ‘Un ponte per..’, si riferisce alla tragica situazione che sta vivendo l’Iraq da quando è iniziata la guerra.
Ma questa stessa affermazione potrebbe essere espressa in riferimento a decine di altri scenari, guerre molto spesso dimenticate sparse nel mondo.
Abbiamo incontrato Simona nella sede romana di ‘Un ponte per..’, la stessa inquadrata per così tante volte dai telegiornali durante i giorni del suo rapimento in Iraq insieme a Simona Pari, Raad Abdul Aziz e Manhaz Bassan.
Nonostante le dichiarazioni di pace (portate avanti però dai militari), sono le Ong (Organizzazioni non governative) a mobilitarsi per sostenere la solidarietà e l' assistenza alle popolazioni martoriate dai conflitti.
“Proprio in questi giorni è uscito il dato drammatico riportato dalla rivista Lancet dove si denuncia che, dall’inizio della guerra nel 2003, in Iraq sono morti più di 655mila iracheni”. - ci aggiorna Simona.
Lo studio, realizzato da un gruppo di ricercatori statunitensi della scuola medica Bloomberg dell'Università Johns Hopkins, sottolinea che si tratta del 2,5% della popolazione, smentendo clamorosamente la dichiarazione di qualche tempo fa di George W. Bush, che parlava di sole 30mila morti civili. Cifra, in qualsiasi caso, spaventosa.
Simona Torretta ha la sua prima esperienza in Iraq nel 1994, in un viaggio organizzato da un’associazione culturale.
Un viaggio che ha cambiato la sua vita, tanto che, nel 1996, si avvicina all’associazione ‘Un ponte per..’, lavorando “i primi due anni come volontaria".
"Dal 1998 in poi sono stata incaricata di coordinare progetti di educazione nelle scuole, per poi seguire più da vicino il progetto di cooperazione tra le Università. L’Iraq era una grande capitale culturale, molto attiva” - come testimonia anche un vecchio detto mediorientale, 'gli egiziani scrivono, i libanesi commerciano i libri, ma è a Baghdad che vengono letti' - “Ma in quegli anni necessitava di tutto, anche di libri”.
Tu che conosci così bene l'Iraq, puoi raccontarci come è cambiato il Paese in questi ultimi anni?
“La situazione è drammaticamente cambiata.
Io ho conosciuto il Paese negli anni dell’embargo.
Si deve sapere che l’economia dell’Iraq si basava prevalentemente sulle importazioni dall’estero.
Quindi, una volta stabilito l’embargo, l’economia è crollata.
L’Iraq basava la propria ricchezza sul petrolio, e con i proventi comprava tutti i materiali e i beni di prima necessità.
Con l’embargo c’è stato un blocco totale delle importazioni, e di conseguenza un abbassamento del livello economico del Paese.
Questa situazione era assolutamente visibile, anche nei supermercati, dove c’erano scaffali completamente vuoti.
Naturalmente era più sentita e drammatica soprattutto negli ospedali, in carenza continua di medicinali, anche quelli di primo soccorso, come gli anestetici.
Però, nonostante questo, c’era una situazione di stabilità.
Chiaramente c’erano i soldati, c’era una dittatura oppressiva, però gli iracheni, devo dire, erano consapevoli del loro nemico.
Quindi, sapevano che per non incorrere in pericoli dovevano evitare determinate cose.
Oggi, invece, siamo in una situazione dove loro non sanno più chi è il loro nemico, potrebbe essere chiunque, anche il loro vicino di casa.
Per questo si vive una situazione in cui la gente si sente continuamente minacciata”.
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L’embargo fu imposto all’Iraq nel 1990 durante la Guerra nel Golfo.
Bisogna dire che fu uno dei più brutali, e molte nazioni più volte chiesero di interromperlo, quanto meno per il passaggio di beni non militari.
Il veto che imponeva gli USA bloccava, però, qualsiasi iniziativa in tal senso.
Tutto il denaro ricavato dalla vendita del petrolio veniva poi gestito dagli ispettori dell’ONU.
Un rapporto del novembre 2001 del New York Times rivela, però, che venivano trattenuti miliardi di dollari su questa vendita di petrolio.
Nel maggio 2003 il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite decide, finalmente, dopo 13 anni, la revoca dell’embargo, col solo divieto di vendere armi (forse l’unico mai rispettato).
Questa risoluzione viene presentata, a sorpresa, proprio dagli Stati Uniti, con l’appoggio di Gran Bretagna e Spagna, a soli due mesi dall’inizio delle operazioni militari.
Tra le clausole, l’attribuzione a Washington e Londra di ampi poteri per guidare l’Iraq e amministrarne le risorse petrolifere fino all’insediamento a Baghdad di un governo autonomo iracheno.
Il documento impose anche la creazione di un Fondo di assistenza all’Iraq, gestito in piena autonomia da Stati Uniti e Gran Bretagna, nel quale sarebbero dovuti confluire i proventi della vendita del petrolio.
Il Fondo fu creato, quindi, esclusivamente per il finanziamento di tutte le opere necessarie all’assistenza umanitaria e alla ricostruzione delle infrastrutture.
Non sembra che le cose stiano andando come previsto.
Ma la popolazione irachena, all’inizio dei bombardamenti, capiva che cosa stava succedendo? Che cosa si aspettava?
“Chiaramente quando è caduto Saddam Hussein c’è stata una confusione molto forte, ci sono stati i primi due, tre mesi di, come dire, grande attesa, dove comunque la gente attendeva un grande cambiamento, qualcosa di positivo.
Non si aspettavano molto dagli americani, però in quella situazione c’era la speranza che il loro impegno si muovesse anche per la città, per i beni di prima necessità.
Dopotutto, coi bombardamenti, il paese è crollato, la tragedia era diventata quotidiana.
Invece, appena arrivati, gli americani hanno cominciato a smantellare gli uffici, i ministeri.
Hanno introdotto il processo di debathificazione, cioè l’epurazione indistinta di chi era legato al partito Ba’th di Saddam Hussein.
Si sono messi in moto dei meccanismi che hanno indebolito il paese.
L’hanno annullato dal punto di vista di protezione legale anche attraverso lo smantellamento dell’esercito, cioè togliendogli un punto di riferimento, come può essere la polizia o l’esercito stesso.
Senza contare che questo tipo di istituzioni erano una garanzia di continuità del paese.
Puoi togliere la dittatura, puoi togliere un dittatore, ma mantenere quello che è l’assetto istituzionale dovrebbe essere d’obbligo.
E poi tutta una serie di pratiche rivolte alla cancellazione del passato, che in qualche maniera, voglio dire, riproponevano dei modelli che erano già conosciuti dalla popolazione.
Aggiungi i ritardi nei processi di ricostruzione. E al contrario, la celerità nell’apertura di nuove carceri, gli arresti di massa”.
E inizialmente come reagì la popolazione di fronte a queste prime illegittimità?
“All’inizio le reazioni erano contrastanti, nello spavento c’era l’attesa nel vedere cosa sarebbe successo.
Poi è arrivato il totale cambiamento, anche nel paesaggio della città.
I carri armati, questa presenza militare molto forte, poi aree con filo spinato intorno ai palazzi, la costruzione della Green Zone che prima non esisteva nel paese. Praticamente, costruisci un muro di cinta intorno ad una vasta area della città che prima si poteva attraversare.
Questo crea disagi, grossi disagi.
E poi i continui posti di controllo, che comunque bloccano il passaggio e la circolazione delle macchine.
C’era il senso di sentirsi estranei nella propria città.
Oltretutto, nonostante il fatto di avere a che fare con popolazione di lingua madre araba, la maggior parte dei soldati non ne aveva la benché minima conoscenza. Quindi succedeva molto spesso che, a questi posti di controllo, adottassero anche delle tecniche che andavano ad offendere la cultura delle persone del luogo, ad esempio soldati uomini che perquisiscono le donne”.
Non succede neanche qui in Italia!
“Quindi ti rendi conto della situazione!”
E, prima del rapimento, questa continua tensione non vi faceva temere per la vostra incolumità?
“Nei confronti delle organizzazioni veri e propri rapimenti non ce n’erano ancora stati, anche se il primo rapimento riguardò i giapponesi, attivisti, pacifisti. Però loro si trovavano a sud del paese, ed erano molto autonomi.
Bisogna poi dire che sino al nostro non c’era mai stato nessun rapimento direttamente dentro una casa, in un ambiente di lavoro.
Noi comunque eravamo a conoscenza che il contesto stava cambiando e che gli occidentali erano a rischio.
Subito dopo la morte di Enzo Baldoni noi ci siamo posti questo problema e quindi decidemmo di cominciare a pensare di ritirarci dai territori per valutare la situazione a distanza.
Poi va anche detto che grazie al coordinamento delle Ong c’era una protezione maggiore, avendo sempre aggiornamenti sulla sicurezza del paese.
Ricordo che quando noi siamo state rapite c’erano ancora tanti stranieri, tutte le organizzazioni internazionali stavano ancora lì.
Inoltre l’ufficio stava molto vicino all’Hotel Palestine, cinque minuti di percorrimento.
Comunque prima di prendere la decisione di lasciare il paese volevamo essere sicuri che i progetti potessero andare avanti”.
Ma la popolazione irachena riusciva a distinguere, diciamo, il nemico dall’amico? Vi sapevano riconoscere come Ente non solo indipendente, ma esclusivamente assistenziale?
“Il paese era arrabbiato.
Non era più il paese che io avevo conosciuto negli anni precedenti. Questo era abbastanza evidente già dal primo attentato verso le Nazioni Unite, nel 2003.
Era la prima volta che c’era un attentato terroristico diciamo così imponente.. così diverso..
Ha scioccato molto anche noi, anche perché sono morte persone molto valide, che collaboravano, o avevano collaborato con noi in passato.
Va detto anche un’altra cosa.
La presenza dei militari italiani ha posto un problema serio.
La loro presenza poteva creare una confusione tra ruolo militare e ruolo civile nella la popolazione.
Perché, chiaramente, una popolazione che è estranea a questo tipo di meccanismi, molto più riconoscibili in Occidente, poteva difficilmente comprendere che una Ong come la nostra era assolutamente al di fuori delle decisioni del governo e, non solo, era anche contraria a questo tipo di decisioni.
Per cui sì, c’era questo problema di percezione, di come comunque la gente poteva interpretare questa presenza internazionale nel paese.
Una presenza comunque massiccia, tra militari, organizzazioni della società civile, Ong internazionali, la cooperazione internazionale.
Senza contare che molto spesso gli americani, per cercare in qualche maniera di ottenere un consenso da parte della popolazione, si mettevano a fare cose proprie di queste organizzazioni, tipo assistenza negli ospedali, costruzioni…”
Ma civili americani o militari?
“No, no, militari. Andavano nelle scuole, distribuivano quaderni.
Però loro erano lì con un assetto militare molto imponente, molto impegnativo.
Facevano rappresaglie in strati di popolazione, arrestavano le persone, quindi ti ritrovavi con un’ambiguità molto forte.
Questa situazione diventava sempre più un problema”.
Ora si può parlare di una sorta di guerra civile o meglio di una guerra a a ‘bassa intensità’, perché non è una guerra che provoca un esodo di massa della popolazione civile, ma ogni giorno dall’Iraq escono intere famiglie.
Scappano, fuggono, o perché si sentono minacciate, o perchè si rendono conto che non ci sono più le possibilità per continuare a vivere in quelle condizioni.
E molte di queste sono rifugiate in Giordania, nella Siria, in Egitto. Addirittura si parla che nei territori giordani ci siano 1 milione di iracheni”.
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Soprattutto la Giordania, infatti, è sempre stata, già dagli anni novanta in conseguenza della dittatura di Saddam Hussein, la meta di rifugiati iracheni.
Il Regno di Giordania attua una politica semi-protezionista, autorizzando, tuttavia, ONU e altre agenzie internazionali ad operare sul proprio territorio.
Anche ‘Un ponte per..’ ha dovuto abbandonare l’Iraq, dopo il rapimento che ha coinvolto le ‘due Simone’ e a causa dell’innalzamento delle tensioni sul territorio.
“Dal 2004 abbiamo un ufficio ad Amman, capitale della Giordania, il contenitore della comunità internazionale che opera in Iraq.
La maggior parte delle organizzazioni internazionali si trovano lì, anche perché è il posto più vicino per operare, seppur in maniera più indiretta rispetto a prima.
Lì noi abbiamo personale italiano, personale iracheno e giordano, e da lì cerchiamo di monitorare contatti e i progetti
In questo modo, continuiamo a svolgere un’attività di sostegno, formazione e di assistenza” - continua Simona.
Avendo sede in Giordania, come opera ‘Un ponte per..’ per continuare ad assistere la popolazione e coordinare i vari progetti?
“L’associazione, e vale per tutte le istituzioni internazionali come la nostra, è uscita dal Paese fisicamente, come personale straniero, ma siamo rimasti come associazione e lavoriamo attraverso organizzazioni irachene impegnate nei settori dei diritti umani.
Queste associazioni lavorano in condizioni davvero molto precarie, e instabili.
Sono soprattutto associazioni clandestine o semiclandestine, non hanno un ufficio, lavorano in casa, usano internet come strumento di comunicazione, di contatto col resto del mondo.
Cambiano a volte il proprio nome per evitare di essere identificate e perseguitate.
Molti di questi attivisti sono stati uccisi nel corso degli ultimi due, tre anni.
Però questo fa capire che c’è una parte della società civile molto volenterosa e intenzionata, nonostante queste difficoltà, ad assistere la popolazione civile e agire concretamente per uscire da questa situazione di violenze”.
Riuscite a raggiungere l’Iraq anche materialmente, o solo attraverso queste associazioni locali?
“Sì, noi continuiamo anche con i nostri programmi di assistenza diretta, oltre a programmi di assistenza a distanza.
Il problema ora, come ci stanno dicendo le associazioni con cui collaboriamo, è che sono le famiglie stesse che non riescono più a ritirare i medicinali, per problematiche appunto di insicurezza.
Ormai anche uscire da casa è molto difficile.
Basta pensare che qualche giorno fa il Presidente iracheno aveva dichiarato tre giorni di coprifuoco, una cosa che non era mai successa, dalla mattina fino alla sera. Quindi questo significa che le persone non possono neanche uscire di casa.
Il problema dell’accesso sta diventando un problema molto serio.
In ogni caso si cerca in qualche maniera di provvedere per arrivare alla popolazione.
Però chiaramente le emergenze sono tante”.
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Anche per questi motivi interi nuclei familiari iracheni cercano di allontanarsi da quella che, fino a qualche anno fa, nonostante tutto, era la loro terra.
Sebbene le frontiere siano ufficialmente chiuse, in base al ‘Memorandum of Understandig’ dell’UNHCR (l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) ai rifugiati è garantita la possibilità di risiedere, per un massimo di sei mesi, in territorio giordano. Dopodichè sono considerati illegali.
Non esiste il rischio che si formi una grossa comunità irachena fuori dall’Iraq, creando in un futuro conflittualità verso le popolazioni degli stati ospitanti, come la Giordania?
“Sicuramente questa è una situazione che il governo della Giordania non può sostenere a lungo.
Ha un numero di rifugiati che però non ha lo status di rifugiati e che vivono illegalmente, e per tanto non possono neanche lavorare, non hanno assistenza.
Questo sta portando dei disagi.
Bisogna poi considerare che il livello di vita ad Amman è molto alto. Oggi per esempio l’affitto di un appartamento costa trecento dollari, prezzo molto alto per una famiglia irachena che ha lasciato il lavoro, tutti i beni.
Questa sta diventando un’emergenza abbastanza visibile.
Però, d’altro canto, per gli iracheni è l’unica speranza allontanarsi dai luoghi del conflitto, una necessità.
Questa situazione è soprattutto denunciata dai professionisti, perché, dall’inizio del 2003, e comunque dalla caduta di Saddam Hussein, sono aumentati atti politici e soprusi verso i professionisti, molti sono stati uccisi.
Questo è causato dal cosiddetto processo di debathificazione. Cioè epurare dalla popolazione irachena i componenti che erano legati al partito Ba’th.
Bisogna capire, però, che molti erano costretti per necessità ad iscriversi al partito, per lavorare. Quindi, anche chi solo formalmente apparteneva al partito Ba’th deve ora abbandonare la sua professione.
Per cui oggi ti ritrovi una società senza basi, dove le menti più facoltose sono uscite. Per esempio, anche se ci sono le medicine mancano i medici.
Quindi la popolazione non è in grado di rispondere ad un processo di rinnovamento”.
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