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La guerra civile in Ruanda è stata una delle maggiori catastrofi umanitarie della fine del secolo scorso.
Durante cento giorni di assoluta follia (dal 6 aprile alla metà di luglio del 1994) circa 800.000 persone - per lo più tutsi, esponenti dell'etnia minoritaria - sono state sterminate dagli assertori della supremazia hutu, nell'assoluta indifferenza della comunità internazionale e per giunta davanti allo sguardo impotente di un battaglione di caschi blu dell'UNAMIR (United Nations Assistance Mission for Rwanda).
Fu un massacro brutale oltre ogni immaginazione, in cui pacifici padri di famiglia si sono trasformati notte tempo in assassini e si sono scagliati selvaggiamente contro i loro stessi parenti, i vicini, gli amici di lunga data.
Le cronache hanno riportato di rastrellamenti casa per casa e di esecuzioni sommarie in improvvisati blocchi stradali; dell'assembramento delle vittime designate in stadi, chiese o ospedali, dove sono state poi falciate a colpi di macete.
All'inizio questa tragedia è stata frettolosamente catalogata come l'ennesima espressione degli odi interetnici destinati a scoppiare ciclicamente nel continente africano.
Analisi successive hanno invece avvalorato l'ipotesi che si sia trattato della cinica esecuzione di un piano predeterminato, organizzato scrupolosamente in ogni minimo dettaglio (si veda, per tutti, il corposo rapporto di African Rights "Rwanda: death, despair and defiance", 1995, ed. African Rights, Londra, pp. 1234).
Nel mese di luglio solo la vittoria militare del Fronte Patriottico Ruandese (un esercito formato da rifugiati tutsi) valse a fermare le atrocità, scatenando però al contempo una nuova catastrofe.
I miliziani hutu ("interahamwe"), resisi conto che tutto era perduto, si diedero alla fuga verso i paesi limitrofi facendosi seguire dalle loro famiglie, dai clan di appartenenza, da villaggi interi, in una marcia forzata in cui malattie e stenti mieterono un numero esponenziale di vittime.
Questa orda di profughi approdò in Zaire, Tanzania, Uganda e Burundi, dove era destinata a costituire un elemento di destabilizzazione per l'intera regione.
Gli Stati ospiti non avevano infatti la volontà politica né le risorse per nutrirli, alloggiarli e curarli, tanto più che tra loro si nascondevano efferati criminali macchiatisi del peggiore dei crimini: il genocidio.
La gestione della crisi passò quindi alla comunità internazionale.
Un'imponente macchina umanitaria fu allestita sui due lati del confine: fuori dal Ruanda per la conduzione degli sterminati campi profughi; all'interno del paese per preparare il rimpatrio degli sfollati e sostenere il processo di sviluppo e pacificazione.
Laura Lo Prato Torregiani ha fatto parte di questo piccolo esercito umanitario. Dal novembre 1995 al febbraio 1996 ha lavorato presso l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (ACNUR) prima nella capitale Kigali, poi al confine con lo Zaire (prefettura di Cyangugu), in qualità di esperto VNU (Volontario delle Nazioni Unite).
In questo periodo è stata coinvolta nel processo di monitoraggio del rimpatrio: intervistando coloro che volontariamente decidevano di tornare nel paese di origine, cercava di appurarne il grado di reinserimento.
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Quando sono approdata a Kigali avevo 24 anni e la vita mi aveva insegnato ancora molto poco.
Elettrizzata dal contratto con le Nazioni Unite che avevo in tasca, ero ansiosa di mettermi al lavoro per alleviare le ingiuste sofferenze dei tanti reietti che avrei incontrato.
Non avevo ancora fatto i conti con la situazione, complessa e controversa, del 'paese delle mille colline', che avrebbe messo impietosamente alla prova questo mio entusiasmo, impartendomi un gran numero di insegnamenti destinati ad influenzare profondamente la mia vita futura.
Lezione numero uno: un paese può essere povero in tanti modi diversi. Partendo avevo immaginato - sulla scia degli stereotipi imperanti sul continente africano - di imbattermi in lande desolate e deserte, affollate da bambini scheletrici e donne emaciate.
Niente di più diverso dalla realtà. Mi ritrovai circondata da colline fittamente coltivate, abitate da un gran numero di persone: i pochi uomini sopravvissuti al genocidio, donne avvolte in panni dai colori sgargianti e, soprattutto, una moltitudine di bambini, impegnati a vendere ortaggi ai passanti e trasportare acqua verso le proprie capanne.
Non erano forse floridi ed opulenti, ma neanche mostravano i segni di una denutrizione estrema.
Terra fertile, contadini operosi... dov'era dunque la proverbiale miseria africana?
Era, paradossalmente, costituita da quelle stesse persone.
Il Ruanda soffriva di un grave sovrappopolamento - aggravato dalla totale mancanza di infrastrutture e dalle condizioni di estrema arretratezza, materiale ed intellettuale, in cui versava gran parte della popolazione - da cui derivava una sfrenata competizione per le poche risorse disponibili.
E quando la fame (di cibo, di spazio, di agi) è tanta ma le prospettive, di converso, magre, si scatena una tragica lotta per la sopravvivenza in cui è facile cadere preda di suggestioni che identificano il 'diverso' come il nemico da individuare, da emarginare, da abbattere.
Lezione numero due: il mio berretto delle Nazioni Unite ed il fatto di essere animata dalle migliori intenzioni non facevano automaticamente di me un'ospite gradita.
Certo, nelle campagne la mia apparizione destava l'entusiasmo addirittura imbarazzante dei bambini del circondario che, incuriositi dal colore della mia pelle, mi additavano e correvano verso di me gridando: "Mzungu! Mzungu!" ("Uomo bianco! Uomo bianco!").
Questa simpatia istintiva era però assai meno accentuata tra gli esponenti dei ceti più colti ed abbienti, che covavano invece un sordo risentimento nei confronti della comunità internazionale e delle Nazioni Unite in particolare.
Come aveva potuto un ente sopranazionale basato sui diritti umani - come recita pomposamente il preambolo della Carta istitutiva dell'ONU - assistere inerte alla mostruosa carneficina perpetrata in quel paese?
Quel tradimento era stato tanto più deludente in quanto nel Sud del mondo l'Organizzazione delle Nazioni Unite si è andata ammantando di una fisionomia del tutto sconosciuta in Occidente, diventando catalizzatore delle aspirazioni di giustizia e delle rivendicazioni di uguaglianza nei rapporti internazionali.
La differenza di prospettive rispetto ai paesi industrializzati è macroscopica: ad esempio l'Assemblea generale vi è considerata non come un'inutile cassa di risonanza delle più disparate istanze planetarie ma come l'unico organo in cui tutti gli Stati (ricchi e poveri, del primo e del terzo mondo, ex colonizzatori ed ex colonizzati) hanno uguale peso formale.
Ma, si sa, proprio per questo l'Assemblea generale poteri sostanziali non ne ha…
Lo sconcerto, la rabbia, il risentimento di tanti Ruandesi per l'inspiegabile disinteresse del mondo alle sorti di tanti uomini, donne e bambini sono stati magistralmente descritti nel film "Hotel Ruanda" di Terry George.
Lezione numero tre: non tutti condividevano la forte carica ideale alla base del mio impegno personale.
Anzi, la gran parte dei miei colleghi non era interessata che al proprio lauto stipendio.
Ma le gratificazioni economiche non suppliscono ad una grigia esistenza lontani dalla propria famiglia (il Ruanda era una 'non family duty station', in cui non era consentito farsi seguire dal coniuge e dai figli).
Ne derivava una diffusa frustrazione nei confronti di un lavoro fonte di un prestigio e di una ricchezza non comuni ma che, per contro, richiedeva un impegno ed una disponibilità altrettanto eccezionali.
Ecco quindi che la sera, al termine dell'orario di lavoro, le bettole di Kigali e di Cyangugu si affollavano di funzionari internazionali, il whiskey e la birra di banane scorrevano a fiumi e molti cercavano conforto tra le braccia di qualche bellezza locale.
Lezione numero quattro: un solco profondo divide la teoria, spesso semplicistica nel suo procedere per assiomi, dalle molteplici sfaccettature della realtà.
Me ne resi conto in relazione al processo di rimpatrio dei profughi ruandesi.
All'università mi era stato insegnato che il rientro dei rifugiati nel paese di origine deve avere luogo solo qualora se ne possano garantire la dignità e la sicurezza.
I colloqui che conducevo quotidianamente con quanti erano rientrati in patria mi confermavano che, tutto sommato, nella Prefettura di Cyangugu chi non aveva partecipato alle uccisioni non era vittima di persecuzioni o discriminazioni particolari.
Le autorità si limitavano infatti ad incarcerare (per inciso in istituti fatiscenti, sovraffollati oltre l'immaginabile ed in cui le condizioni igieniche erano per lo meno precarie) i presunti 'génocidaires' ed i criminali comuni.
Questa circostanza era di per sé sufficiente a concludere che vigevano le condizioni per procedere al rimpatrio?
In realtà il rientro degli esuli non era del tutto immune da una serie di pericoli che, per quanto non causati dall’intervento dello Stato, pure rivelavano l’incapacità di quest’ultimo di tutelare i diritti dei più deboli.
Il rischio più comune era di trovare la propria casa ed i campi occupati da altri: nel Ruanda avaro di spazi una capanna disabitata o un terreno incolto costituivano infatti tentazioni irresistibili.
Erano poi frequenti le accuse strumentali di partecipazione al genocidio, avanzate proprio da chi aveva occupato le proprietà del rimpatriato o aveva con lui debiti di altra natura.
La scomparsa del creditore nel pozzo, spesso senza fondo, di una prigione avrebbe infatti cancellato tout court ogni pendenza.
Fu una contadina che intervistai su un'isola sperduta del magnifico lago Kivu, una diciassettenne analfabeta alle cui gonne erano già attaccati due marmocchi mentre il terzo pendeva dal suo seno, a farmi riflettere sull’effettiva portata di quei rischi.
La ragazza mi raccontò di essere stata ben contenta di tornare a casa: vi aveva ritrovato sua madre e si stava ricostruendo una vita dopo essere stata abbandonata dal marito per un'altra donna.
Quando però le chiesi, come di consueto, l'autorizzazione a divulgare la sua esperienza nel campo profughi in cui aveva vissuto, nella speranza che ciò spingesse anche altri a rientrare, inaspettatamente rifiutò: "E se qualcuno, dopo avere deciso di tornare per colpa mia, trovasse la propria casa occupata e non sapesse dove andare?
Se il suo vicino lo stesse aspettando per vendicarsi di qualche torto subito durante la guerra e finisse ammazzato in un fosso? No! E' una responsabilità troppo grande per me, preferisco di no".
Va da sé che rispettai scrupolosamente i desideri della donna. Da quel momento, però, non potei fare a meno di interrogarmi sulle mie personali responsabilità nei confronti dei destinatari delle informazioni che inviavo regolarmente oltre confine.
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