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È sempre difficile ricostruire e raccontare con fedele aderenza ai fatti, origine, evoluzione e fine di una guerra. Soprattutto quando si parla di conflitti recenti, cui spesso il racconto storico si mescola all’interpretazione e alla rappresentazione mediatica di uno scontro.
Della questione palestinese si è parlato e si continua a parlare tanto in televisione, quanto sui giornali, su Internet.
In pochi, però, conoscono le numerose tappe di questo sanguinoso conflitto, tuttora acceso, che affonda le proprie radici già alla fine dell’Ottocento.
Proveremo a racchiudere in una cornice storica ben definita, ma inevitabilmente sintetica, le fasi più salienti del conflitto arabo-israeliano.
Avere oggi una chiara visione di questa guerra significa innanzitutto conoscerne nascita e sviluppo.
Negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento, il territorio della Palestina era popolato, già da millenni, da una consistente comunità di musulmani, per lo più sunniti, insieme ad una minoranza di cristiani ed ebrei ottomani perfettamente integrati nella società araba.
Allora quel territorio mediorientale, considerato di grande importanza economica per via dei ricchi scambi commerciali e in posizione strategica per il controllo dei transiti nel Mediterraneo, apparteneva all’impero ottomano.
Fin dal 1880, la Palestina iniziò ad essere occupata da gruppi di ebrei europei che, scampando anche alle persecuzioni dell’Est Europa, vi stabilirono le prime colonie e fondarono il movimento Sionista.
Nel 1914, allo scoppio della prima guerra mondiale, gli ebrei sionisti rappresentavano il 9% della popolazione palestinese, mentre gli arabi, i cristiani e gli ebrei ottomani, rigorosamente distinti dagli ebrei europei, costituivano la restante parte.
In quegli anni, l’esodo degli ebrei verso i territori della Palestina venne incoraggiato e sostenuto dalle potenze europee, in primis dall’Inghilterra, che vedeva in quegli insediamenti la possibilità di smantellare l’impero ottomano, già in disfacimento, e controllare quell’area tanto ambita.
Dopo aver garantito ai palestinesi la possibilità di formare un proprio governo, Arthour Balfour, ministro degli esteri inglese, dichiarò nel 1917, venendo meno alle promesse fatte ai palestinesi, che gli ebrei avevano il diritto di costituire un proprio Stato nei territori della Palestina.
I vincitori della prima guerra mondiale si divisero l’impero ottomano sconfitto e tra le varie spartizioni la Gran Bretagna ebbe la Palestina.
Cominciarono così i primi grandi contrasti all’interno del territorio, tra i palestinesi che non accettavano la convivenza con gli ebrei sionisti, temendo che l’Inghilterra avrebbe favorito la loro crescita economica a discapito degli arabi, e gli ebrei che iniziarono a rivendicare il diritto di espandersi e ottenere col tempo e con i numeri il predominio sui palestinesi.
Da quel momento, la difficile, ma ancora civile, convivenza si trasformò in un terribile e prolungato vortice di violenza del quale, ancora oggi, non riusciamo ad intravedere la fine.
Gli ebrei iniziarono a comprare le terre dai palestinesi non residenti, consentendo solo agli stessi ebrei di lavorarle ed impoverendo così i contadini arabi, che iniziarono a ribellarsi.
Nel frattempo, per sfuggire alle persecuzioni naziste, l’ondata di immigrazione dei sionisti s’impennò fino a raggiungere, nel 1940, il 33% della popolazione in Palestina.
Convinti di non poter più reprimere i contrasti, gli inglesi pensarono di dividere il territorio in due Stati separati, secondo le divisioni demografiche del momento. Gli arabi si opposero fortemente, chiedendo che venisse arrestata l’ondata di immigrazione e che fosse impedito agli ebrei di acquistare le terre.
Per cercare di attenuare una situazione sempre più incontrollabile, la Gran Bretagna accettò le condizioni dei palestinesi, ma ciò non fu sufficiente a bloccare l’ondata di violenza che si stava scatenando.
Nel 1946, il gruppo di guerriglia sionista Irgun compì il famoso attentato contro l’Hotel King David di Gerusalemme, sede del quartier generale inglese.
Sentendosi ormai impotente di fronte ad una situazione troppo complicata e vista l’influenza sempre più evidente degli Stati Uniti sulla regione, nel 1947 l’Inghilterra decise di metter fine al proprio mandato passando la palla all’ONU.
Con la risoluzione 181, l’ONU propose la divisione in due Stati separati con la concessione del 54% del territorio agli ebrei, che però costituivano solo il 30% della popolazione; questa proposta provocò l’ennesimo rifiuto da parte dei palestinesi.
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